Madonna del Faggio, Beata Vergine della Serra, Madonna Dell’Acero, della Neve, delle Castagne e dei Boschi... Madonna quante sono, quindici! Raggiungere in bicicletta tutti i santuari dell’Appennino bolognese vuol dire percorrere oltre 300 km, sia pure a tappe, senza paura di una sana fatica, ma con l’aggravante di qualche migliaio di metri di dislivello all’insù, compresi muri al 15-18% di pendenza in salita. Enrico Pasini ha portato a termine con orgoglio quel circuito e ha voluto raccontare pedalate, paesaggi e storie locali in un volume fotografico per Epika Edizioni: Il templare in bicicletta (marzo 2023, 154 pagine). Tante le immagini in bianconero, anche a tutta pagina, a supportare il testo, aperto dalla prefazione di Alessandra Giardini, cronista sportiva. Delle due ruote, naturalmente.
Perché templare? È così che ama definirsi Enrico, quando non preferisce al sumarnaz (in bolognese sta per giocherellone stupido, credo). Classe 1981, operaio, genitore e ciclista amatoriale da trent’anni, vive a Zappolino, località della Valsamoggia (BO). Ama il suo territorio e la montagna bolognese, gli piace approfondirne la storia e da qualche anno racconta su vari blog i giri in bicicletta con amici che pedalano insieme a lui da una vita.
Non conosco nessuna delle salite e dei panorami del Bolognese citati, a parte la Basilica di San Luca sopra Bologna - sommità raggiunta dopo una paziente ascesa del porticato, a piedi, che in bicicletta ma levati! - ma li posso immaginare, uno più bello e riposante dell’altro. Certo, a condizione di ammirarli freschi e rilassati, filando senza fretta a bordo di una comoda vettura climatizzata e non in sella a una due ruote a pedalata autoctona. Dove non arriva nemmeno la fantasia, provvede Enrico, con le sue descrizioni appassionate dei luoghi, delle circostanze, delle storie storielle e storiacce ispirate lungo i percorsi.
Il nostro Pasini è convinto che pedalare aiuta a conoscersi. Alla malora il covid, il 2021 doveva essere l’anno della rinascita. La bici lo attendeva, chiedeva di tornare in strada sul serio, dopo scarse girovagate. Un buon inizio: i chili diminuivano e i chilometri aumentavano. In quello strano secondo anno di pandemia ha scoperto che la volontà dei muscoli è più forte delle “stanchezze clamorose”, cosi quello spingere sui pedali in solitaria, nato per rispettare il distanziamento sociale, in poco tempo è diventato un obbiettivo: completare il Circuito dei Santuari dell’Appennino Bolognese, cercando di conquistare almeno un brevetto, con il sogno di riuscire a visitarli tutti. Il Circuito è una challenge partorita nel primo lockdown da due cicloleader felsinei, che in un paio di edizioni ha raggiunto numeri più che considerevoli d’iscritti e di visite ai Santuari. Più di 300 km e parecchi metri di dislivello, si è detto, impresa non impossibile ma impegnativa, senza allenamenti infrasettimanali o con pochissimi chilometri di fondo. Ogni sabato un giro pensato, ragionato e sognato durante la settimana: lungo, solitario, del suo passo. Tante soste, con la scusa delle foto, per ristorare le gambe prima e dopo la conquista del Santuario designato. Di tutte le tappe, partenza e arrivo sempre Zappolino in Valsamoggia, piccolo borgo tra Castello di Serravalle e Savigno e primo colle dalla pianura che sale verso l’Appennino. Luogo storico, dominato dal castello medievale più grande del Bolognese, molto ridimensionato nel terremoto del 1929.
Serve un esempio del Pasini writer (scrittore), oltre che rider (pedalatore)? Si prenda il capitolo dell’ascesa alla Madonna del Ponte e al Santuario di Calvigi, circondato dal verde dell’Appennino magico e selvaggio, toccando il confine toscano. Sveglia presto, come quando il lavoro chiama.
Anche i templari lavorano negli anni Duemila, forse è solo una copertura o magari ne hanno veramente bisogno.
Generosa colazione: latte, caffè corretto col miele, succo di frutta, cereali e biscotti. La tentazione di tornare a letto è forte, ma pensare che sarà l’ultimo weekend sui pedali lo aiuta a tirare fuori la bici. Passate da poco le sei, arrampicata verso San Prospero con agilità lenta e controllata, nella pace del mattino e in un fresco insperato. Superato quel terrazzo sulla valle, entra in Appennino a Ca’ Bortolani, continua a salire fino a Santa Lucia, sfiora Rocca di Roffeno e Castel D’Aiano, evita il Brasa e la Canevaccia e arriva tranquillo in una Pietracolora già sveglia. Finalmente discesa, dopo quasi due ore di rampe. S’invola sulla vecchia statale, entrando nella Porretta viva e allegra del sabato di mercato. Raggiunge la Madonna del Ponte, per la prima visita a quel Santuario, sfiorato tante volte senza fermarsi.
Un gioiello incastonato nella roccia che guarda il Reno scorrere. Entro, ammiro l’altissimo soffitto e nella piccola cappellina le maglie delle squadre di basket italiane.
È la patrona, i giocatori portano i loro “cimeli di vittoria, fatica e sudore”. Un ponte in muratura consente di attraversare il Reno e arrivare al Santuario. Alla fine del 1500, il ponticino di legno preesistente crollò, facendo precipitare diverse persone nel fiume, allora molto più vigoroso. Si salvarono tutti e si gridò al miracolo, attribuito alla Madonna, detta del Ponte.
Al momento di scrivere la fatica si faceva sentire, per quanto raccontare le conquiste in bici alla fine non sia risultato improbo e andare a cercare le storie dei Santuari, approfondirle e inserirle tra le sue pedalate si sia rivelato un piacevole arricchimento culturale e gli abbia fatto apprezzare ancora di più la terra che vive.
Quindici Santuari, isolati, in contatto diretto con la natura che li circonda. Molti sono chiusi e per quanto così ancora più mistici e spirituali, chiedono di tornare in vita, attivi nel territorio, parte integrante, come sono sempre stati, alcuni vere radici dei paesi che li ospitano.
- Autore: Enrico Pasini
- Genere: Sport
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2023
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il templare in bicicletta
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