E chi lo sapeva? Alle categorie del giallo dovremmo sommarne una nuova, di matrice anglosassone, il police procedural, cucito addosso perfettamente ai romanzi delle sorelle Martignoni, celate dietro lo pseudonimo Emilio Martini, con cui firmano i polizieschi del foltocrinito dirigente di polizia Gigi Bertè. Delle indagini del commissario in Liguria, serie avviata dalle milanesi Elena e Michela nel 2012, il nuovo e più recente titolo, La maledizione di Perla Bonaparte (Corbaccio, luglio 2026, collana “Narratori”, 240 pagine), consente di sommarne ben diciassette.
Segue La numero uno (Corbaccio, 2025), ma in principio è stato La regina del catrame (Corbaccio 2012). Debuttarono allora tanto le autrici travisate che il commissario Gigi Berté, trasferito per motivi disciplinari da Milano a Lungariva, borgo immaginario della Riviera ligure, che con il suo arrivo da località tranquilla e sonnolenta per più mesi all’anno diventa una calamita di crimini e di casi di nera, con numeri omicidiari da cartelli della droga messicana.
A leggere le interviste all’autore-autrici - sintetizzando le tante rilasciate dalle sorelle Martignoni in questi anni - lo pseudonimo è facilmente spiegato: Emilio deriva dalle iniziali dei nomi (Elena, Michela), Martini sviluppa creativamente il cognome (Martignoni). L’idea di scrivere in coppia è nata quasi da sola: appassionate di noir, si sono ripartite equamente i compiti. Se una si concentra sull’ideazione della trama e sulla profilazione del caso, l’altra cura i personaggi, ne definisce, completa e complica i caratteri, fissa e descrive i luoghi. Rileggere e coordinare il testo finale è un impegno al quale si dedicano insieme.
La scelta del protagonista si è rivolta verso un eroe del bene non giovanissimo e fin troppo pieno di difetti, ispirato da un commissario autentico, per quanto solo nell’aspetto esteriore (i capelli grigi raccolti in una caratteristica coda di cavallo). Il Luigi Berté delle pagine è decisamente lontano dal cliché letterario-cine-fiction-grafico del più o meno tenebroso detective a prova d’errore: è burbero, ruvido, intollerante, per niente patinato, ama la buona cucina, scrive trame gialle, fuma come un... Gigi. Figlio di un poliziotto, ha un passato non del tutto limpido. A Milano ne ha combinata qualcuna di troppo. Colpa sua o meno, conta poco.
Questore e Ministero gli hanno indubbiamente risparmiato destinazioni ancora meno gradite: Lungariva non è di certo la Sardegna delle proverbiali destinazioni punitive. La cittadina è inventata, non così la Riviera di Ponente dove si colloca, cornice narrativa efficace e motivo di conflitto creativo tra il fascino della Liguria monti e mare, il relax del dolce far niente cullati dalla risacca e il nero dei delitti che vi si propagano e dei misteri che si scoprono.
Le Martingnoni insistono sul genere “giallo classico” della serie: al lettore vengono forniti tutti gli indizi per provare a risolvere il mistero insieme al commissario, accompagnandoli verso le puntuali rivelazioni finali. Ogni episodio è autoconclusivo, pur espandendosi intorno a una dorsale narrativa fissa, per quanto non ripetitiva e anch’essa in sviluppo: le vicende di Bertè - con la compagna Marzia - e le dinamiche con i collaboratori fissi del Commissariato.
Prediamo la trama poliziesca e il caso criminale di questo titolo dell’estate 2026. Da lettori inveterati di noir grondanti sangue e delitti ad ogni piè sospinto (che poi, non ci aspettiamo altro, dopotutto), viene difficile condividere il disappunto della PM di turno, Irene Graffiani, per l’ennesima emergenza criminale che l’ha scomodata a Lungariva, in un gelido febbraio. Succedono tutte lì, che diamine!
Ci vuole un esorcista! Qui si fanno le cose in grande, una frequenza di omicidi degna di quella città messicana, come si chiama, Tijuana. Addirittura, due alla volta!
Secondo i primi rilievi, appartengono a una donna sulla quarantina e a un uomo più o meno della stessa età i corpi rinvenuti sulla spiaggia, privi di abiti e legati tra loro con una cima. Il cadavere maschile presenta un trauma rilevante al capo, con probabile frattura cranica, da oggetto contundente. Quello femminile mostra segni compressivi al collo, di un possibile strangolamento. Morti prima di essere gettati in mare. Dallo stato di conservazione, il medico legale stima una permanenza in acqua di almeno tre giorni. Sono privi di occhi, orecchie e presentano morsi di pesci. Le indagini, condotte da Bertè con i suoi investigatori e l’ispettore Romeo di Genova, consentono di accertare che la vittima maschile è Aiace del Grifo, 35 anni, uomo d’affari genovese e allevatore di cavalli. L’altra è la nobildonna Perla Bonaparte, sulla cui famiglia sembra gravare un’antica maledizione. Un gelosissimo antenato di metà Ottocento, Malaspino Bonaparte, teneva segregata e maltrattava la moglie, che prima di spirare, dopo avere partorito un bimbo morto, gli aveva lanciato l’anatema di non avere mai più figli. Così era stato, nonostante tutti i tentativi di Malaspino con diverse donne. Morì pazzo, lasciando l’intero patrimonio all’unica figlia in vita, che a sua volta generò soltanto una figlia, cui trasferì cognome ed eredità. E così via. Le discendenti Bonaparte non si sono sposate né hanno rivelato chi fosse il padre dell’unica nata, pur sempre aristocratico: in questo modo, nessuno aveva potuto accampare diritti sulla prole.
Una tinta esoterica sulla tavolozza di Emilio Martini. C’è pane per i denti della “coscienza bastarda”, la severa voce interiore che lo tormenta nei momenti di solitudine mette a nudo le sue insicurezze e lo sottopone a un giudizio spietato, nella professione e nelle relazioni sentimentali. E se coscienza ha da essere, coscienza sia: ci sono quelle dei sospettati da scandagliare a fondo.
- Autore: Emilio Martini
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Corbaccio
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: La maledizione di Perla Bonaparte
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