Si è arrivati ad accertare chi era il padre di tutti i serial killer nell’immaginario collettivo italiano? C’è più di una verità, a quanto pare. La prima, processuale, vuole colpevoli gli scalcinati ma veri “compagni di merende” ed è una costola di quella, poliziesca, che si concentrava su Pacciani (l’indagine del capo della squadra antimostro, Michele Giuttari). Altre, cine-saggistico-narrative, sono tante quanti gli autori che si sono cimentati sugli omicidi con la Beretta 22. Si aggiunge ora la verità di Ruben De Luca, esposta in modo chiaro, rotondo e lucido nel volume Il mostro di Firenze. Il tempo non cancella l’orrore (Newton Compton, Roma, ottobre 2025, collana “I volti della Storia”, 352 pagine).
State freschi, però, se vi aspettate di conoscere in questa recensione la teoria dello psicologo, scrittore ed esperto di omicidi seriali, che vanta un’esperienza professionale trentennale e più di cento testi in materia. Rivelandola, non faremmo un favore al suo lavoro, in cui viene lucidamente sostenuta e argomentata, come la soluzione di un gran giallo di scuola anglosassone.
C’è un’abbondanza di pubblicazioni, a contenuto scientifico e non, sui duplici delitti dal 1968 al 1985, ma Ruben De Luca, come sostiene la sua collega Roberta Bruzzone nella prefazione, è l’unico che inserisce gli omicidi del mostro nella naturale cornice di riferimento: la casistica internazionale dei serial killer che uccidono coppie. Rivedendo il caso fiorentino nel contesto mondiale, è possibile farsi un’idea precisa delle analogie o delle singolarità rispetto alle personalità e al modus operandi di altri assassini seriali, a parità di tipo di vittima.
Al di là dell’ipotesi di Ruben, dal punto di vista logico-deduttivo il profilo non fa una grinza ed è sicuramente un ottimo esempio di come si deve applicare la criminologia all’investigazione.
Roberta Bruzzone e lo stesso De Luca mettono in risalto d’altra parte il fascino sinistro esercitato sugli italiani dai delitti delle coppiette, che ha dato fisicità e notorietà ai serial killer nostrani. Infatti, prima che il mostro di Firenze iniziasse a uccidere, si pensava che questi soggetti fossero espressione della sola cultura americana e non avessero nulla a che fare con la nostra realtà.
Sempre sul caso, occorre aggiungere che l’opinione pubblica italiana - come gran parte degli studiosi - non è soddisfatta della verità processuale, che fa registrare la condanna di Stefano Mele per il duplice delitto del 1968 e di due compagni di merende (Mario Vanni e Giancarlo Lotti) per gli ultimi quattro duplici omicidi, mentre Pietro Pacciani è morto prima d’essere nuovamente processato in Appello, dopo l’annullamento in Cassazione della sentenza di assoluzione. Restano quindi senza un colpevole tre degli otto episodi: quello di Borgo San Lorenzo-Sagginale 1974 e i due del 1981.
A questo punto, è utile elencare tutte le vittime: 1968, Antonio Lo Bianco e Barbara Locci; 1974, Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini; 1981, Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, Stefano Baldi e Susanna Cambi; 1982, Paolo Mainardi e Antonella Migliorini; 1983, Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch; 1984, Claudio Stefanacci e Pia Rontini; 1985, Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot.
Nel nostro ordinamento penale, non esiste un termine di prescrizione nei casi di omicidio, quindi sulle azioni del mostro potrebbe non calare mai la parola fine. Senza entrare nel merito della tesi dello psico criminologo romano, con il suo contributo si può però mettere a fuoco un aspetto debole nella vicenda e nel complesso intrico aggrovigliato in quasi mezzo secolo d’investigazioni, processi, giustizia fatta e non fatta, cronaca nera, ricostruzioni giornalistiche e letteratura. Com’è arrivata, dalle mani dei sardi a quelle del mostro di Vicchio e dintorni, la pistola Beretta calibro 22, con tanto di proiettili Long Rifle Winchester lettera H punzonata sul fondello?
Secondo De Luca, il Mostro di Firenze non c’entra niente col duplice delitto del 1968, perché mentre si afferma con superficialità che le vittime appartengono tutte alla stessa tipologia (coppie appartate in macchina nella campagna fiorentina, nell’ultimo caso in una tenda), c’è un’enorme differenza tra i primi due assassinati e i successivi quattordici. Lo Bianco e Locci erano amanti e lei coltivava altre relazioni clandestine nel clan dei sardi, per cui si può ipotizzare che il delitto sia maturato in quell’ambiente, per gelosia, vendetta o altro. Le altre sei coppie (a parte scambiare per una ragazza un giovane tedesco con i capelli lunghi, nel 1983) erano tutte ufficiali, composte da fidanzati in cerca d’intimità legittima.
In aggiunta, se qualcuno ha certamente accompagnato il piccolo Natale Mele a casa De Felice in piena notte, doveva essere necessariamente un parente o una persona con qualche legame col bambino. “È ai limiti dell’assurdo” pensare che un estraneo potesse prendere a cuore la sorte del bambino. Passi pure risparmiarlo, ma accompagnarlo, col rischio d’essere visto, è “assolutamente inconcepibile”.
Dall’omicidio di Signa al duplice delitto del 1974, anche il secondo evento spicca per alcune differenze (anche a confronto con i successivi). Stefania Pettini è l’unica di tutte le vittime sulla quale il mostro si sia accanito infliggendo novantasei coltellate, solo tre letali, mentre le altre rivelano “uno sfoggio” di violenza gratuita, non finalizzata all’uccisione. Non avvengono mutilazioni sessuali, ma un oltraggio (il tralcio di vite, mai più ripetuto).
Tra le considerazioni dello specialista: a partire da questo delitto, dopo una pausa di sette anni, si nota la progressione tipica di un serial killer a matrice sessuale. E questo rafforza l’idea che si tratti in effetti del primo della serie: accanimento personale sulla vittima femminile, sia pure senza mutilazioni, del tutto assente a Signa, sia pure nei confronti di una donna amorale, secondo gli standard del tempo.
- Autore: Ruben De Luca
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Newton Compton
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il mostro di Firenze. Il tempo non cancella l’orrore
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