Nella premessa alla raccolta di poesie Sursum corda. Ad ovest dei versi (Augh!, 2018), l’autore, Vincenzo Mirra, dice che la sua grammatica della bellezza è quella napoletana. Che il suo sguardo lo è, che l’infinito che intuisce sa di napoletanità, che il suo modo di vedere i colori, assaporare gli odori, le parole che lo abitano, i sentimenti che vive, portano quest’orma indelebile, racchiusa “in ogni centimetro di pelle, in ogni battito del cuore, in tutti i pensieri e per tutti i sogni; nelle scelte, nei dubbi, nelle convinzioni, nelle passioni” che sente e per come le vive. Il suo respiro è “una miscela di aria e napoletano”. Io non lo sono e quindi non posso mettermi, al posto dei miei, gli occhi di Vincenzo, né il cuore, o il fiato, di Vincenzo; ma, leggendo le sue poesie, posso accedere a questo lessico nuovo, diverso da quello tradizionale; a una grammatica inesplorata, fatta di riccioli di parole, di capriole, di neologismi verbali – come il “nuvolare”, modo infinito del volo che fanno le nuvole –; posso entrare e divenire, rinascendo e scoprendomi ogni volta, in una semantica che segue logiche, direzioni, punti cardinali tutti suoi, che si intrecciano ai punti cardinali del cuore.
Così, l’ovest diventa il futuro, l’est – il sole che muore – il passato, e il sud le radici dei nostri piedi, che calpestano terra e in qualche modo la fanno nascere ogni volta che la toccano, ogni volta che camminano. E il nord è lo sguardo proteso verso le stelle, verso il cielo; è il desiderio, che altro non è che de-sidera, la lontananza o nostalgia lancinante delle stelle, di quel primigenio spazio esploso che ha fatto esplodere la vita e a cui, forse, chissà, la vita ritornerà, implodendo nello spazio infinito. Il desiderio in greco, quella mancanza, quel fissare con il pensiero qualcosa o qualcuno che non si possiede ma che si brama, come scrive Andrea Marcolongo, era espresso nel modo ottativo, oggi ormai scomparso. Ecco, le poesie di Mirra mi rimandano a quel modo, a quell’ottativo desiderante che contiene ed esprime la mancanza di ciò che più bramiamo, ovvero la bellezza. I suoi versi la possiedono, la emanano, questa bellezza, ma per noi rimane allo stato ottativo, desiderante, perché ne cogliamo il barlume ma sappiamo di non possederla, solo di poterla anelare, sfiorare, attraverso la poesia.
E poi, oltre alla cardinalità, che prende e perde i punti di riferimento per trovarne dei nuovi, più sfrangiati, più disorientati, c’è la geometria dei versi: alcune poesie sentimentalizzano i teoremi di Keplero, di Newton, e le leggi universali divengono leggi dell’anima, dello spirito. Del cuore. Ne cito solo un paio:
L’accelerazione che una vita prende per effetto di una perturbazione sentimentale è direttamente proporzionale all’intensità emotiva, mentre è inversamente proporzionale alla massa razionale.
(Nw2)
O ancora:
Nell’iperbole dei sentimenti, il rapporto tra il cubo della loro distanza dal cuore e il quadrato del loro tempo di rivoluzione è lo stesso per tutti i cuori.
Corda, cuore: qui si racchiude il nocciolo di ogni poesia, perché dalla carne del mondo, del circostante, così come del vissuto, le parole e i versi, prendendo linee geometricamente e cardinalmente emotive, rimbalzano alla carne viva di un cuore pulsante, che sa accogliere la vita – come un dono miracoloso – e il dolore, ma anche questo come un dono, perché ricorda, ci ricorda, che siamo vivi, che anche nella sofferenza, nella perdita, nella mancanza, nella nostalgia, nel cambiamento, siamo stati vivi e presenti. Presenti a noi stessi, forse ancora di più.
Poi c’è la metamorfosi (titolo di una delle poesie, bellissima anch’essa) che ci ricorda che l’esistenza è come il mare, con le sue onde ingrossate, la sua corrente a volte sbilenca, a volte tumultuosa, a volte semplicemente calma; e che siamo marinai incerti, molto spesso naufraghi in cerca di approdi impossibili (Approdi e naufragi è il titolo, non a caso, dello spettacolo di Mirra). In questo vortice liquido che ciascuna nostra esistenza è, come liquido è l’amore citato in una poesia. Spesso mi viene da associare l’autore e i suoi versi all’elemento marino, perché le metafore legate al mare, ai marinai, ai naufraghi, ai porti, ai punti cardinali appunto, ricorrono frequentemente. E mi viene da pensare che la parola “mare” gli indoeuropei non l’abbiano avuta per tantissimo tempo, perché dove vivevano il mare non era a portata di sguardo, dato che popolavano regioni interne, montuose. "Quando una parte del popolo indoeuropeo, divenuto ormai greco, incontrò il Mediterraneo, fu costretto perciò a designarlo con nomi nuovi, diversi, come nuova e diversa era diventata la loro civiltà al cospetto del mare. Il greco ha scelto di chiamare il mare ἡ ἅλς che significa ’distesa salata’, distinto dal maschile ὁ ἅλς, che significa ’sale’" (A. Marcolongo, La lingua geniale). Questa parentesi per dire come anche in questo Mirra sia vicino al potere della parola che nasce, che si scopre o viene scoperta, che si neologizza e si fa metafora di un esistente, come il mare che diviene metafora espansa, distesa, del sale. La sua poesia porta significati ulteriori, cela un di più che sta a noi scoprire e riespandare, come granelli di sale che si fanno mare.
Leggendo però altre poesie, non sai più se l’elemento che le caratterizza sia il mare, perché poi trovi il cielo (“verbi di cielo”, "arcobaleni di sillabe", "la libertà della neve di cadere" o lo "splendore equinoziale della luna" ne La luna del raccolto), il cosmo, le stelle, la pioggia ("L’acqua che dal mare si fa essenza e sale, poi si fa goccia e più pesante cade"), ma anche la Terra, sia nella sua presenza più materica ma che si apre all’infinito ("come s’alzano nel cielo i sogni e i rami d’un albero secolare"), sia nella sua consistenza straordinaria di Pianeta, di Gea, quella madre terra che tutto accoglie e tutto può distruggere e che contiene, è "stranezza cosmica", in quanto è acqua, per lo più, ma anche cielo, ma anche rivoluzione (Terra).
Quindi forse le poesie di Vincenzo sono tutti gli elementi abbracciati insieme, un tutt’uno viscerale, ancestrale, materico ed etereo, evanescente al tempo stesso. Tutto si fonde e si avvinghia, dando vita a un unico cosmo sprigionante di sensi e di senso. È come una sinestesia fantastica, una sinfonia formidabile – intesa nel senso di quella vox media in cui le parole conservano la radice originaria del latino formido ("timore, spavento") per poi capovolgersi nel significato opposto. Le sue poesie funzionano proprio così: sono un brivido che fa tremare, perché la bellezza possiede una misteriosa potenza polare capace sia di incantarci che di spaventarci. Amore e tremore, per citare il bel titolo di un’opera di Kierkegaard.
Nei versi di Sursum corda, per l’appunto, il cuore sobbalza, salta verso una realtà ulteriore per poi riatterrare e intrecciarsi con l’impasto vivo, vitale, organico, del mondo. Nell’impasto degli elementi a cui si aggiunge il sentimento, il potere viscerale dell’emozione, in ogni sua forma e nelle forme nuove che la grammatica nuova di Mirra sa raccontare, sa donarci e con cui sa farci tremolare, come steli di fiore al vento, che sentono il brivido della rugiada così come si aprono e inebriano agli zampilli luminosi dei raggi di sole.
Perché è proprio questo unicum di elementi e sensazioni che ci sorprende leggendo opere come questa: Mirra sa incastonare il suo stato d’animo, le sue sensazioni, il suo paesaggio interiore con il paesaggio che lo circonda: il mare, il vento, la luce, le stelle, lo spazio, l’infinito... Come se io e il circostante fossimo una cosa sola, ed è una magia straordinaria, che ricorda l’intensità di certi quadri, di certe opere d’arte, poetiche, letterarie, musicali (e c’è tanta, tanta musica e musicalità nei suoi versi). Non so come riesca a vedere dentro e a vedere fuori nello stesso tempo, e a incastonare i due panorami. Ma di fatto, quando leggo le sue poesie, avverto la commozione di un sentire, un tremito, un tremore intimo, uniti alla bellezza struggente di ciò che ci ricolma, ci accarezza e in qualche modo ci tortura, tanto è forte, potente.
Mi scuso per questa nota troppo personale, ma in qualche modo le sue poesie restano tra le cose belle che ho assaporato negli ultimi anni, e che mi riportano a quel ricordo che si ricorda del cuore e lo innalza, lo slancia verso l’alto: Sursum corda! E in questo tremore vorrei essere intrepida, nel senso letterale del termine. Ma di fronte alla bellezza, credo sia ancora vitale poter riuscire a tremare.
Quello che posso dire, per concludere, è che quella di Vincenzo è una poesia cosmica, naturalistica, non nel senso scientifico, ma nel senso universalistico, che ricorda quasi il sublime kantiano. Le poesie belle sono così: partono dal proprio essere per toccare l’essere dell’esistente, che entra in risonanza con il nostro io fino a confondersi con esso. È una poesia-mondo, una poesia-universo, da quello dell’anima a quello del circostante, ed entrambi dialogano nella stessa dolente bellezza, nella stessa irrimediabile nostalgia di interezza che attraversa tutto, ma che forse resta perduta e irrecuperabile, in questo mondo ormai così distorto che pone, penso, una domanda cruciale: Dove è la bellezza, adesso? Persino la poesia, anche la più bella, ramazza al suolo, oggi, di fronte a questa domanda, temo. Per quanto vada trovata o riscoperta, scoperta, in ogni anfratto, in ogni pertugio, dentro e fuori.
"Il vero è l’intero", scriveva Hegel, anche se si riferiva più al cammino della verità, al processo che compie, alle parti che devono risolversi in un tutto, ecc. Ma nel caso dell’opera di Mirra è il vero io poetico che fa tutt’uno con una realtà che viene “incantata”, resa poetica, grammaticalmente e lessicalmente, geograficamente e semanticamente nuova, perché ci dona quel senso famelico e mai esauribile di voglia, di desiderio, di infinito. E, in qualche modo, pur nel finito incompiuto di ciò che siamo e di ciò che viviamo, ce lo fa sfiorare, assaporare, immaginare.
Quando chiudiamo il libro di Vincenzo, le sue poesie ci mancano. Ci mancano come il respiro dell’erba, quando, al vento, trema. E sussulta. Dopo rimane il silenzio. Il silenzio più rumoroso e ingombrante, nel senso pieno e bello, che ci sia. Come quando si spegne la musica, ma di quella musica rimane l’eco e tutto l’infinito suono che continua a emettere e che, in qualche modo, fa risuonare anche la propria anima. Con note diverse, meravigliosamente, straordinariamente, nuove. Che riecheggiano sempre a ovest, pur con il ricordo dell’est e le stelle a nord; a ovest, dove si racchiudono l’incanto del futuro e quello surreale, ma anche maledettamente reale, dei sogni.
- Autore: Vincenzo Mirra
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2018
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Sursum Corda. Ad Ovest dei versi
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