Ci sono libri che, una volta terminati, lasciano una traccia precisa. Il piede nella fossa. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò (Garzanti 2026) di Andrea Vitali ne lascia una piuttosto particolare: la sensazione di aver attraversato quasi trecento pagine e di avercelo lasciato noi, il piede nella fossa, o meglio nel vuoto.
Non è necessariamente una critica negativa. In fondo la lettura può anche avere funzioni diverse. C’è chi, di sera, stacca il cervello davanti a una serie televisiva e chi preferisce farlo con un libro. Nessuno dei due gesti merita un giudizio negativo, al contrario, ne abbiamo tutti bisogno. Il problema nasce quando il libro viene presentato come letteratura e il lettore, dopo quasi trecento pagine, si accorge che gli è stato consegnato soprattutto un modo elegante per trascorrere qualche ora senza dover riflettere.
Questo, va detto, è il primo libro di Vitali che ho letto e dunque non mi è possibile confrontarlo con la sua produzione precedente, né stabilire se rappresenti una fase particolare della sua scrittura. È tuttavia sufficiente per decidere che, almeno per quanto riguarda la mia curiosità personale, la lettura non proseguirà oltre.
Vitali ha costruito negli anni una macchina narrativa riconoscibile: Bellano, il lago, una comunità provinciale popolata da personaggi eccentrici, equivoci, pettegolezzi, nomi improbabili e una certa benevola inclinazione al grottesco. Una formula che può funzionare benissimo quando dietro la caricatura si scopre un guizzo, quando la commedia sa trasformarsi in osservazione umana, quando il personaggio buffo improvvisamente smette di essere soltanto buffo e rivela qualcosa di sé. Qui, invece, la commedia dell’arte sembra rimasta alla maschera.
I personaggi entrano, escono, si incrociano, parlano, nascondono qualcosa, ne fanno trapelare un’altra, vengono ripresi dopo qualche pagina. Sono tanti, troppi, e spesso sembrano più funzioni narrative che persone. Il primario, la suora, il becchino, il paziente, il maresciallo, le comparse del paese: una piccola compagnia teatrale alla quale manca però quella dimensione che trasformerebbe le maschere in personaggi. Si potrebbe dire che Vitali abbia una straordinaria capacità di inventare nomi, ma sembri meno interessato a dar loro un’anima. Le maschere ci sono, ma dietro le maschere sembra esserci ben poco spessore.
Anche la vicenda procede per accenni. Molte possibilità vengono aperte e altrettante lasciate lì, come porte che nessuno si è ricordato di chiudere. Il lettore aspetta che da quel materiale emerga un significato, una svolta, almeno una piccola sorpresa psicologica. Invece resta spesso con il materiale grezzo. Persino il lago, che in una narrativa ambientata a Bellano potrebbe diventare molto più di uno sfondo, rimane sostanzialmente un fondale. E qui viene da pensare a quante possibilità ci sarebbero state: il lago come confine, come superficie che nasconde, come luogo di passaggio, come presenza psicologica, come ventre materno che, nella sua ambivalenza, nutre e inghiotte, le acque torbide, la calma della superficie, le sponde come soglia, persino come metafora della comunità chiusa che il romanzo racconta. Nulla di tutto questo avrebbe richiesto necessariamente un romanzo più serio o più aulico: sarebbe bastato guardare un po’ più a fondo ciò che già c’era.
Lo stesso vale per il mondo dell’ospedale e per la relazione con il corpo umano e la malattia. Trovo sempre interessante veder dialogare il medico con lo scrittore e nel mondo letterario italiano ci sono tanti esempi. Il fatto che Andrea Vitali sia medico avrebbe potuto rappresentare una risorsa narrativa formidabile. Invece si ha talvolta la sensazione opposta: come se l’abitudine professionale alla malattia, al corpo e ai suoi guai producesse una sorta di anestesia emotiva. Il dolore fisico viene osservato con una familiarità quasi amministrativa, il corpo diventa un ulteriore elemento della macchina comica. Naturalmente non tutti sono Mario Tobino. E, del resto, non tutti leggono Mario Tobino. Non si pretende da Andrea Vitali una letteratura della malattia, né una profondità esistenziale estranea al suo progetto. Tuttavia, proprio perché il corpo e la medicina hanno un ruolo così presente, ci si sarebbe potuti aspettare una maggiore attenzione alla dimensione umana di ciò che viene raccontato.
Poi ci sono le pagine. Non tanto il numero, quanto il modo in cui vengono occupate. Duecentottanta pagine sono distribuite in capitoli brevissimi, grandi spazi bianchi e continui stacchi: il romanzo procede a singhiozzo, a veri e propri siparietti. Il risultato è una lettura molto ariosa, certamente, ma viene spontaneo domandarsene la funzione. In rapporto a questo, non ci si può esimere dal fare un’altra considerazione, inevitabile davanti alla produzione di Vitali: come si possa scrivere una quantità impressionante di libri in poco più di trent’anni senza che, ogni tanto, anche lo scrittore senta il bisogno di fermarsi e chiedersi se quella storia abbia davvero qualcosa di nuovo da dire. Il problema non è la prolificità. Esistono scrittori capaci di essere prolifici senza essere ripetitivi. Il problema è quando la velocità sembra diventare una poetica e la familiarità con una formula finisce per sostituire la necessità della storia.
Anche la lingua meriterebbe un discorso. Vitali usa l’italiano con qualche incursione dialettale e con la peculiare abitudine tipica di alcune zone dell’Italia settentrionale di mettere l’articolo determinativo davanti ai nomi propri (il Mario, la Maria), inserendola tuttavia in un contesto di registro colloquiale, sì, ma pur sempre italiano. La scelta può naturalmente avere una funzione di caratterizzazione ambientale e popolare. Resta però il dubbio che, senza una costruzione linguistica più complessa intorno ad essa, finisca per apparire soprattutto come un’abitudine chissà se consapevole. Il dialetto, invece, compare soltanto in determinati casi ben delimitati, che suggeriscono più che una funzione narrativa caratterizzante, un condimento aggiunto a una ricetta già pronta.
Eppure bisogna riconoscere ad Andrea Vitali una cosa: il suo mondo è facilmente trasferibile sullo schermo. Personaggi caricati, situazioni paradossali, equivoci, piccoli misteri, paese, lago, anni Trenta: il materiale possiede una naturale vocazione televisiva. Non a caso l’universo di Maccadò è arrivato in televisione e non sarebbe affatto sorprendente se prima o poi anche Il piede nella fossa trovasse una sua versione audiovisiva. Probabilmente funzionerebbe benissimo, quella commedia di provincia che sulla pagina appare esile potrebbe acquistare una piacevole consistenza visiva.
Il piede nella fossa in sostanza è un libro che si lascia consumare molto meglio di quanto si lasci ricordare. Non fa male, non impegna, non pretende troppo, cosa che in un’epoca già abbastanza affollata di pensieri, qualcuno potrebbe considerare un pregio. In fondo, ogni tanto abbiamo tutti bisogno di staccare il cervello. C’è chi guarda una serie televisiva, chi si mette a scorrere il telefono e chi legge un libro di questo genere. Nulla di male, purché si sappia che cosa si sta cercando. Una lettura leggera, dunque. Fruibile, probabilmente divertente, e certamente alternabile alla televisione di svago.
Quanto alla letteratura, invece, il piede rimane nella fossa, con la sensazione di un romanzo che avrebbe potuto essere molto più di quello che è stato.
- Autore: Andrea Vitali
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Garzanti
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il piede nella fossa. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò
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