Appena 130 pagine o poco più e una potenza inusuale, esplosiva, più che rara; cosa che, tradotta, significa qualche ora di lettura per entrare di testa, totalmente, dentro una storia di strazio, insieme intima e paradigmatica dei nostri tempi, e uscirne completamente devastati. È un capolavoro, Quello che serve di notte (Mondadori, 2024, trad. di Elena Cappellini), il romanzo di Laurent Petitmangin che, alla sua uscita in Francia, gli è valso il prestigiosissimo Prix Femina des Lycéens del 2020.
Quando guardo giocare Fus, per me tutto il resto non esiste. C’è quel momento con le grida della gente, il rumore dei tacchetti che corrono sull’erba, il compagno di squadra che brontola, che non ci sembra mai abbastanza pronto, che non è mai dove dovrebbe essere, quella rabbia urlata a squarciagola quando segnano o prendono il primo gol. Un momento che mi vivo fino in fondo, uno dei pochi istanti che mi restano con Fus. Un momento a cui non rinuncerei per nulla al mondo, che aspetto per tutta la settimana. Un momento che consiste solo nell’essere lì, che non risolve niente, niente di niente.
Per la voce narrante, un uomo nato e cresciuto in una delle zone più operaie della Francia, il calcetto della domenica è un rito sacro: guardandolo da bordo campo, stando isolato e silenzioso, il figlio assume, dal fischio di inizio alle discussioni post partita, un’aurea speciale, che non baratterebbe con nulla al mondo. Fa parte della routine anche il ritorno a casa, dove ad aspettarli c’è il minore, Gillou, e dove la cena è sempre infestata da un’assenza, da un posto lasciato vuoto. La madre dei due ragazzetti è infatti scomparsa per un brutto male, che le ha piagato il corpo e se l’è portata via – lei che non è riuscita a lottare, che si è fatta sopraffare dalla malattia, adesso non c’è più; e in quell’assenza coatta, ogni singolo gesto, specie quelli ripetuti, immutabili, che si è soliti chiamare rituali, serve a dare una parvenza di stabilità. La prima parte del romanzo tratteggia, con un’intensità rara, il quotidiano di un padre prima e dopo l’indicibile evento, il suo scivolare verso il baratro e la capacità di riprendersi, con due esistenze che dipendono enormemente dalla sua. E in questo i due ragazzi sono stati esemplari: saldati da un legame forte, quasi simbiotico, hanno attraversato le ardue prove e adesso si sorreggono e sostengono, si spalleggiano nelle faccende di casa, con vicendevole generosità.
Eppure non si esce indenni da un’adolescenza scandita, prima, dalle visite in ospedale e, poi, dai silenzi troppo pesanti. È Fus (“tutti lo chiamano Fus. Per via del Fußball. Alla lussemburghese. Nessuno lo chiama per nome. È Fus per gli allenatori, per i compagni, per me che sono suo padre”) quello che ha patito di più. A scuola inizia a zoppicare, si allontana dagli amici storici che avevano saputo attraversare la soglia di una casa insozzata dalla malattia, si isola e perde il guizzo gioioso che lo contraddistingueva. È il momento anche del classico cliché, le cattive amicizie che il padre guarda da lontano, che non sa nemmeno troppo definire, nominare, ma che si portano addosso il puzzo delle cose malsane. E infatti un giorno Fus torna a casa con una bandana; sopra c’è una croce celtica, simbolo dell’estrema destra. Un colpo duro da digerire per tutti, ma ancora di più per il padre, socialista da sempre, che continua a partecipare alle riunioni e che un tempo si portava dietro i figlioletti per affiggere manifesti e inserire volantini nelle buche delle lettere.
Quello che serve di notte racconta dall’interno (non solo dagli interni di un appartamento, ma dall’interno dell’animo) le incomprensioni, i silenzi, i non detti, i dubbi, i rimorsi di questa scomoda posizione, dell’orrore della malattia spianato ancora di più dall’incapacità di accettare una virata così stupida, inattesa da parte del sangue del tuo sangue. Mentre Gillou cresce e se ne va a Parigi – e qui la paura del due pesi e due misure, dell’ineguaglianza -, fra il fratello maggior e il padre l’abisso si spalanca sempre di più, mentre cresce silenzioso e preponderante il rancore. Eppure c’è ancora un’altra prova da superare, tosta come ben poche: Fus, sempre più invischiato alla luce del giorno con un gruppetto del Front National (il movimento di estrema destra francese), un giorno torna a casa senza quasi un occhio, dopo essere stato pestato da alcuni attivisti del partito opposto. Un agguato finito male e che chiama vendetta. E la vendetta arriva, ancora più grondante di sangue. Fus finisce dietro le sbarre e si apre un processo per omicidio.
Questo breve, meraviglioso romanzo di Petitmangin tratteggia una storia che urla ai nostri tempi e che, come ben dice la presentazione della casa editrice, “potrebbe benissimo essere ambientata nella terra di Trump, della Brexit o in quella dei nostri populismi di destra”. Senza gli arzigogoli e i ghirigori delle spiegazioni, Quello che serve la notte mostra proprio la non pensata, stupida e inspiegabile caduta verso un cancro sempre più diffuso, da parte di un giovane che ha perso tanti punti di riferimento e che forse cerca solo punti di appiglio. Ma la focalizzazione interna sul padre è il vero tesoro splendente di queste pagine: lo shock e la rabbia, la delusione e il passo indietro, le scaramucce, il non detto, la presa di coscienza, non si smette mai di penzolare fra i mille stati d’animo, fra le mille declinazioni della paternità. E il finale, come un gioiello della letteratura non può mancare di fare, finisce col tramortirci affibbiandoci un bel cazzotto in pieno stomaco.
- Autore: Laurent Petitmangin
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Mondadori
- Anno di pubblicazione: 2024
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Quello che serve di notte
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