La trama de Il patto del doge (Leone Editore, 2025) si evolve nella Venezia chiaroscurale del 1735: se tengo bene i conti, è il terzo romanzo di Alvaro Torchio di ambientazione settecentesca e lagunare. Una successione di delitti e un complotto sotterraneo ordito ai danni della Serenissima sono gli spunti-cardine di un mistery che arruola a protagonista il magistrato inquirente Alvise Corner. Un anti-eroe moderno, un uomo tormentato dal dolore causatogli dalla morte dell’amante e che per questo rintraccia nel lavoro la sola via di fuga. Le indagini assegnategli sul ritrovamento di un cadavere in un pozzo troveranno seguito ulteriore in una catena di omicidi che mettono a dura prova tanto le convinzioni - ferrei ideali illuministi - quanto l’abilità investigativa dell’uomo di legge.
Ciò detto e arrivati al dunque, è bene distanziarsi appena dalla trama, introducendo i valori aggiunti di questo “giallo storico” che è anche un romanzo-paradigma dei traffici illeciti consumati nei palazzi del potere. Sottotraccia alla vicenda portante del romanzo (quasi un romanzo nel romanzo di manzoniana tradizione) Torchio si sofferma inoltre sulle afflizioni subite da giovani monache, contro volontà costrette a clausura. Col procedere delle pagine e della tensione - l’avrete già capito - l’inchiesta di Alvise Corner si addentra nei meandri e nei segreti inconfessabili dei conventi femminili dell’epoca, e quando infine arriva a scoprire gli assassini, il muro di gomma (si direbbe oggi) in cui si imbatte il magistrato è eretto dalle autorità medesime.
Morale della favola nera: le liaisons dangereuses intercorrenti tra politica e potere sono in voga dacché sono in voga le società organizzate. Per il mantenimento di tale binomio, ogni mezzo (palese o sotteso) è lecito: nella fattispecie del romanzo, persino compromettere la giustizia così da attentare al cuore della Serenissima.
Soltanto un estratto descrittivo da pagina 50, per un’idea indicativa dello stile piano ed elegante di Alvaro Torchio:
Una pioggia fitta sferzava le calli, i campi e i canali. Il suo scrosciare ininterrotto e la luce declinante del tramonto filtrata dalle nuvole scure rendevano difficile il compito al rematore. L’uomo faceva procedere sul Rio del Piombo la stretta imbarcazione, un sandolo, e scrutava attento i muri delle abitazioni. Vogava alla veneta, in piedi con le mani sui remi incrociati, orientandosi soprattutto grazie alle cornici di pietra bianca che risaltavano sul colore rossiccio dei mattoni di argilla disegnando contorni di porte e finestre affacciate sul rio. Per ripararsi dalla pioggia disponeva di un cappellaccio a larghe falde calcato in testa e di un mantello, ma l’acqua gli aveva inzuppato ugualmente gli abiti.
Con alle spalle una laurea in filosofia, un’altra in lettere moderne, una carriera da insegnante e diversi gialli storici, Alvaro Torchio si conferma in ultima analisi uno scrittore di solido spessore, un autore in cui l’impegno storico e civile confluisce nel dosaggio di una suspense che nulla ha da invidiare alle prove più convincenti del genere. Va detto infine del grado di plausibilità che Torchio infonde ai propri personaggi - fragili, tormentati, dibattuti; o d’altro canto infidi, impietosi; mantenitori e/o vittime di rigidità sociale -, caratteri anch’essi accostabili alla storia dei nostri tempi.
- Autore: Alvaro Torchio
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il patto del doge
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