II 7 aprile 1945, l’incrociatore leggero Yahagi resistette a novanta minuti di attacchi aerei degli Avenger ed Hellcat americani, colpito da sei siluri, dodici bombe da 750 chili e numerose più piccole. “Una tale prova fu troppo anche per quella valorosa unità”, diretta a Okinawa per una missione suicida, con la gigantesca corazzata Yamato e otto cacciatorpediniere. Lo comandava un ufficiale dell’Arma navale nipponica, Tameichi Hara, noto nel dopoguerra per un saggio autobiografico sulla guerra nel Pacifico, che i lettori appassionati di storia militare possono apprezzare nella più recente edizione della versione italiana, a cura di Roger Pineau, per la traduzione di Ugo Carrega: Il mare dei morti. Da Pearl Harbor a Okinawa gli errori della marina imperiale giapponese (Edizioni Res Gestae, Milano, ottobre 2023, 318 pagine).
Hara (1900-1980), discendente da samurai, è stato un comandante leggendario, autore del manuale della Marina Imperiale giapponese sulle tecniche di attacco con siluri, eroe nazionale celebrato per l’abilità nei siluramenti e nel combattimento notturno, probabilmente l’unico capitano di cacciatorpediniere nipponico sopravvissuto all’intero ciclo operativo del conflitto, dall’inizio della Seconda Guerra mondiale. Al comando dei caccia (destroyer) Amatsukaze e Shigure, operò in quattordici grandi azioni navali, comprese le battaglie del Mar di Giava, Midway, Guadalcanal e il trasporto veloce di munizioni e rifornimenti nelle isole minacciate dagli USA, conosciuto come Tokio Express. Numerose anche le vittorie e affondamenti.
Le memorie, Japanese Destroyer Captain, pubblicate in inglese nel 1961, sono state un’importante fonte per gli storici. Fred Saito aveva tradotto e ampliato il manoscritto originale, dopo fitti confronti con il comandante Hara. Un altro esperto di storia della Marina giapponese, l’ufficiale della riserva navale Roger Pineau, aveva aggiunto le note a piè di pagina e verificato l’accuratezza della ricostruzione storica. In Italia apparve per la prima volta nel 1969, con un titolo diverso dall’originale, Per un milione di morti, che insisteva sul sacrificio delle navi e del personale della Marina del Sol Levante. Secondo i dati riportati in appendice al volume, la Dai-Nippon Teikoku Kaigun ebbe quasi 1.600.000 morti e 61mila feriti, subendo la perdita di 2346 mercantili e 341 unità militari grandi e piccole, comprese tutte le 25 portaerei.
Mentre quindi l’edizione anglosassone privilegiava l’aspetto storiografico, quella italiana rimarcava il costo in vite umane di un azzardo bellico, qual era stato l’ingresso in guerra del Giappone, con l’attacco preventivo alla flotta statunitense del Pacifico, in rada a Pearl Harbour. Un aspetto, questo, messo in luce dallo stesso Hara e confermato dalla convinzione dello scomparso Yamamoto, grande stratega navale e perfetto conoscitore del potenziale industriale nordamericano. L’ammiraglio riconosceva alla flotta giapponese la facoltà di battersi con vigore per non più di due anni. Tameichi era consapevole che i successi nipponici dei primi tempi erano dovuti solo al maggior numero di errori commessi dal nemico, ma conoscendo l’immensa capacità produttiva degli USA, non vedeva prospettive ottimistiche per il Giappone.
Sensibile agli insegnamenti di Sun Tzu sull’arte della guerra, immortali da 2500 anni, ricordava che in un conflitto è più importante conservare la propria forza intatta che annientare quella nemica. Un vero grande capo combatte cento volte e vince cento volte, ma vince senza combattere.
Nel ricostruire quegli anni, vissuti da protagonista, il comandante giapponese mette in evidenza senza remore le rigidità e gli sbagli dei Comandi nipponici. Il più grande? Avere intrapreso un conflitto di logoramento, con una potenza che disponeva di materie prime, risorse e fabbriche per costruire rapidamente nuove armi. Gli altri? Avere basato le tattiche sulle ipotesi delle mosse dell’avversario e non sulle certezze di ciò che avrebbe fatto. Avere diviso le forze senza conoscere quelle del nemico. Averne sottovalutato il potere aereo e il dominio dell’aria. Avere adottato tattiche di massa per combattere battaglie navali. Contestava il suicidio rituale: uno spreco di buoni piloti, contrario ai valori del bushido, che chiedevano di non sprecare la forza, ma conservarla.
Tutto si era tradotto in un grande dispendio di vite: i ricordi di Tameichi Hara sono dedicati agli uomini che hanno navigato sui cacciatorpediniere, una flottiglia - mai più di centotrenta contemporaneamente - che resse il peso maggiore della guerra. Erano i cavalli da tiro della Marina da guerra imperiale, impegnati non solo in battaglia, ma anche come navi scorta ai mercantili e sfruttati come trasporti a loro volta.
Nel prologo, fa presente che a lungo i suoi colleghi hanno avuto pudore a parlare delle azioni: un detto orientale vieta agli sconfitti di raccontare le loro battaglie. Ha deciso d’infrangere questa norma perchè aver perso la guerra non riduce il loro valore. Mentre le grandi unità restavano al sicuro nei porti, le vittorie dei destroyer dimostravano la superiorità marinaresca dei piccoli infaticabili caccia giapponesi. Da metà 1943, furono costretti a lavorare senza manutenzione e riposo per gli equipaggi. Cosi persero la supremazia, per il rapido sviluppo degli armamenti alleati e la crescente inferiorità aerea.
Durante la guerra, gli amici in Marina lo chiamavano “Capitan Miracolo” e “Indistruttibile” il suo cacciatorpediniere. Non li considerava complimenti meritati.
Gli ufficiali perduti con i 129 caccia giapponesi affondati erano uomini abili come quelli delle altre marine da guerra e molti erano migliori di me. Il fatto che io sia sopravvissuto è stato merito della fortuna.
- Autore: Tameichi Hara
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2023
- ISBN: 9788866974659
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata sololibri.live
Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il mare dei morti. Da Pearl Harbor a Okinawa gli errori della Marina imperiale giapponese
Lascia il tuo commento