Dopo La conferenza (2023) e l’affresco della guerra civile spagnola contenuto nelle pagine del meraviglioso Non piangere (2024), Prehistorica editore porta oggi in libreria il nuovo testo di Lydie Salvayre Sette donne, tradotto come i precedenti da Lorenza Di Lella e Francesca Scala, un mosaico composto da sette impeccabili scatti di altrettante memorabili, immense figure femminili.
Indimenticabili, anzitutto, in quanto scrittrici le cui opere stanno a pilastro della letteratura mondiale degli ultimi secoli; di quelle figure, a dirla con una sola manciata di parole, che non hanno affatto bisogno di presentazioni, il cui nome soltanto basta a far affiorare immagini, pagine, storie, personaggi, mondi, titoli di libri ed epoche nella mente di lettori e lettrici. Ma anche all’interno del polifonico e vario calderone della letteratura, le loro parabole hanno un che di unico, con un’unione di vita vissuta, vita scritta e ossessioni che le rende “sette pazze […] sette fanatiche […] sette dissennate […] sette temerarie”. Lydie Salvayre le ha lette fin da ragazzina, quando la sua giovinezza cercava punti di riferimento e modelli per capire il mondo circostante, ma in un periodo di crisi davanti al foglio bianco è tornata, anni dopo, alle loro pagine, ha riletto daccapo tutti i loro libri, e per far durare questo immenso piacere di stare in loro compagnia ha poi continuato immergendosi fra biografie, lettere e diari. “Fu così che mi misi a inventare le loro vite”.
Ma chi sono queste donne per le quali “la scrittura sottostava a una sola autorità, quella della vita”? La prima è Emily Brontë, “una donna giovanissima che ha l’ardire di interrogarsi sull’enigma del Male”, e la seconda Djuna Barnes, con la sua sfacciataggine negli anni parigini che si tramuta nella cupa esistenza degli ultimi anni americani; seguono la tormentata Sylvia Plath, Colette che mette in attesa la morte perché “c’è troppo da fare, troppo da amare” e la “scorticata viva che ebbe il coraggio di affermare […] che dove c’è la poesia c’è il mondo” Marina Cvetaeva. Chiudono infine il volume la mutevole Virginia Woolf e Ingeborg Bachmann, che “ha classe, perfino quando resta in silenzio” e “cammina come sulla lama di un coltello”. Lydie Salvayre le racconta senza la presunzione della completezza, citandole e appigliandosi a date, eventi e incontri fondamentali, fotografandole in alcuni istanti della loro vita e scandagliando il fondale delle loro immense, profonde anime alla ricerca del quid unico, del nodo dove il verbo scrivere diventa complementare sinonimo del verbo vivere.
La Barnes oscilla fra le due coste dell’Atlantico; com’è possibile, si chiede l’autrice e noi lettori e lettrici insieme a lei, che quella donna che sapeva soltanto dire pane al pane e vino al fino, fino alla sfrontatezza più estrema, diventando un’icona unica della celeberrima comunità statunitense nella Parigi del secolo passato, sia poi finita a rinchiudersi nella solitudine più nera? E quanto strazio c’è stato nel cuore della Cvetaeva, quando le lettere del futuro Nobel Pasternak le buttavano in faccia a ondate sempre più scure l’orrore sovietico e le mutazioni dell’amato. E ancora, quanta allegria sprigiona dagli scandali di Colette, a poche pagine dai sassi che trascinarono giù una delle penne più affilate del Novecento verso il fondo limaccioso dell’Ouse.
Perché i sette ritratti (non agiografici ma solo appassionati e appassionanti, tutti carne e inchiostro) di questo testo non tendono assolutamente all’unità, e non potrebbero d’altronde, ma spiegano tutta la varietà delle esistenze raccontate; alcuni luoghi ritornano, certe scrittrici sembrano attraversare le stesse strade, alcune leggono i romanzi delle altre, ma ognuna è unica, isolata nel suo splendore. Capita anche che ci siano contrasti prolifici; quando, per esempio, Lydie Salvayre rilegge Colette e la sua concezione di amore, scrive:
una visione lontanissima da quella di Emily Brontë in Cime tempestose, libro che lessi lo stesso anno, traendo dal confronto fra i due l’insegnamento che la stessa cosa può essere vista con la stessa convinzione in dieci modi diversi, il che, e badate bene che sto soppesando le parole, mi sconvolse la vita.
Forse il solo unicum che attraversa tutte queste figure è stata la fatica immane compiuta nell’affermare i propri scritti dentro un mondo, quello letterario, maschile al limite del maschilista. La Plath si interroga sul “desiderio di scrivere, una cosa da uomini”, incontriamo Henry Gauthier-Villars, che “spinse [Colette] a scrivere i romanzi di Claudine, sui quali appose la sua firma” e, nella biografia della Brontë, Salvayre non può esimersi dal ricordare Robert Southey:
Il poetastro (o, per usare un termine gaddiano, il poetomane) le risponde con una frase che cito testualmente e che sarebbe da incorniciare: “La letteratura non può e non deve essere l’occupazione della vita di una donna. Più una donna è impegnata nei doveri che le si addicono, meno tempo avrà da dedicarle, sia come vocazione sia come svago”.
Meravigliosa e delicata, questa raccolta di scrittrici viste da una scrittrice, e imprescindibile il dialogo che Salvayre mette in moto. Si soffre, ci si innalza, ci si emoziona e, cosa fra tutte la più importante, si ha voglia, subito, di leggere o rileggere tutti i versi e i romanzi citati dall’autrice francese. Detto con le sue parole:
perché quando si ama un autore si è portati a leggere anche i libri che ama, che a loro volta portano ad altri libri amati, e così via, all’infinito, fino alla fine dei giorni, fino a dare forma, in ognuno di noi, a un libro immenso, inesauribile, che resta incompiuto ed è come un cuore vivo, immateriale ma vivo.
- Autore: Lydie Salvayre
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Prehistorica Editore
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788831234405
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Sette donne
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