Che dire di un autore grande e misconosciuto? Che è un genio, un pazzo, un egocentrico, un rappresentante delle lettere americane di inizio Novecento. Thomas Wolfe è stato tutto questo secondo i critici odierni, ma non solo: è stato il monumento di una nazione che si apprestava a diventare grande e l’autore di romanzi eccessivamente grandi.
Personalmente ho scoperto l’autore al Salone del Libro allo stand della Elliot con il suo romanzo O lost. Storia di una vita perduta (2014, trad. di Maria Baiocchi) nella sua versione integrale, non tagliata da Maxwell Perkins, grande editore e amico di Wolfe.
Il romanzo è fortemente autobiografico e parte dalle origini della famiglia Gant, dal padre di avi tedeschi, e dalla madre Julia, donna affarista e fredda. Da un connubio così singolare nascono sei figli di cui Eugene, il protagonista, è il più piccolo (anche se diventerà alto più di due metri) e il più geniale e portato per lo studio.
Il giovane viene seguito dalla nascita ai vent’anni senza però dimenticare gli altri fratelli, specialmente Ben, il più vicino a Eugene per carattere, e i genitori che sono coprotagonisti. Julia, la madre, è un personaggio forte e nutre verso il figlio avversione e orgoglio: è una donna pratica, proprietaria di una pensione affittata a personaggi molto strani o equivoci. Dixieland è il luogo in cui Eugene conosce le prime incomprensioni verso il mondo e la società, ma anche l’amore puro e sincero verso una donna come Laira James, il primo vero amore.
Il giovane è però troppo intelligente per vivere ad Altamont, una cittadina del Sud Carolina sonnolenta e ipocrita, e perciò, grazie all’interessamento dei suoi maestri, viene mandato a Pulpitt Hill, l’università locale verso la quale Eugene non risparmia i suoi strali vedendo la debolezza di un insegnamento decorativo e non profondo. Vede bene i punti deboli dei suoi insegnanti, ma nello stesso tempo è in questo luogo che matura la sua personalità e il suo talento di scrittore.
Man mano che l’autore procede nella narrazione si evidenziano i conflitti tra il protagonista e il suo ambiente che non lo comprende e che viene visto come un ventre pronto a divorare i suoi figli più geniali e personificato dalla madre Julia. Il padre, Gant, scalpellino, è legato al nord dell’America, detesta la Carolina del Sud per la sua indolenza e decadenza, sogna le montagne della Pennsylvania da dove arriva la sua famiglia e comprende il sogno di Eugene.
Per tre quarti del romanzo il figlio minore è segnato dalla conflittualità tra i genitori e se stesso: vuole uscire da una famiglia disfunzionale a cui sembra interessare solo il benessere materiale dei figli e non quello morale. Il finale sarà la liberazione (ma lo sarà veramente) del genio Eugene verso luoghi più elevati e nello stesso tempo un atto di riconoscenza verso i suoi avi e il suo ambiente nativo.
Che dire di più? Il libro è forte e stancante: è un atto di ribellione verso un futuro mediocre ma anche l’egocentrismo di un io gigantesco che irrita non poco il lettore, perché alterna capitoli tradizionali a flussi di coscienza e momenti epici come se fosse un Whitman della prosa. E io mi sono chiesta: è un grande scrittore o un bluff? Un giovane che alla fine del romanzo guarda la città da cui parte per conquistare la gloria è eccessivo e, a tratti, comico. Il trionfo dell’io. I ritratti della famiglia, la paura (anzi il terrore, perché di questo si tratta) di essere mediocre, parlano di un autore che sa osservare, sa capire, ma non misura ancora il suo talento. Forse fece bene Perkins a ridurre una parte del romanzo, ma non sapremo mai quanto Thomas Wolfe mise di se stesso.
- Autore: Thomas Wolfe
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Elliot
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: O lost. Storia della vita perduta
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