Pagine tenere tenere, di un mondo vero vero, che ha resistito fino a qualche decina d’anni fa ma ch’è scomparso, come l’Italia rurale prima del boom e la famiglia contadina che viveva dei campi, governata da un padre patriarca assoluto, rispettato da tanti, figli, figlie, nipoti e d’aspetto sempre più anziano dell’età anagrafica reale. Una realtà che non c’è più dagli anni Settanta del Novecento, cancellata dalla modernità che ha reso obsoleta la Ca’ Vecia, la costruzione colonica nella campagna modenese dove Luigi Vezzalini è nato nel 1952, “sopra un porcile”, come racconta in La Chicchina e il puntalone. Storie di verità contadine (Epika Edizioni, maggio 2024, 90 pagine). Un libro di ricordi, un omaggio sentimentale a quella vita, a quella gente altrettanto scomparsa, non solo fisicamente. Tutto, di quelle persone, parla di tempi andati, di tradizioni e costumi totalmente cambiati. Basta vederle, di ogni età, in posa per gli scatti in bianconero riprodotti a commento del testo, anacronistiche nell’atteggiamento rigido, nell’abbigliamento trascurato, nel taglio squadrato dei capelli degli uomini e nell’acconciatura dimessa delle donne. Tutto era diverso da oggi e diverso anche allora dalla vita in città. Due mondi non comunicanti, reciprocamente sospettosi e diffidenti, per quanto l’uno invidiasse gli agi e comodità o l’aria e il cibo sano dell’altro.
Vezzalini sostiene non di raccontare semplicemente, ma di rappresentare i ricordi di quella vita, in forma di quadri, capitoletti monografici sparpagliati, senza una coerenza cronologica tassativa. Scrive della madre, che non si truccava, non si dava il rossetto, non andava dal parrucchiere, tutte cose da signore, non da contadine. Era minuta, debole, una bellezza rurale un po’ sciupata. A Luigi sarebbe piaciuto vederla prosperosa, come le donne dei fotoromanzi che ogni tanto arrivavano fino a loro, consunti dall’essere passati di mano in mano. Scrive delle persone con le quali ha diviso l’infanzia e l’adolescenza: il nonno Alfonso, il patriarca; i tanti zii, zie, cugini; i vicini; i braccianti; il parroco don Celso; il cane Barbeìn, un meticcio. Zeno, il papà, era di poche parole, molto riservato e avaro di complimenti, però sempre orgoglioso d’avere un figlio bravo a scuola e primo della famiglia a frequentare l’università. Aveva fatto tanti sacrifici e non meritava lo spaesamento subito allorché da contadino a mezzadria si era ritrovato operaio agricolo.
Le Edizioni Epika di Lorella Fontanelli hanno base a Valsamoggia (Bologna) e lì, a Castello di Serravalle, c’è più di un pezzo del cuore di Luigi. Conseguita la laurea in agronomia, ha insegnato nelle scuole e diretto l’Ufficio Tecnico della Comunità Montana Modena Est, fino alla pensione. Dopo il trasferimento in provincia di Bologna, è stato Sindaco di Castello di Serravalle dal 1994 al 1999. Assessore alla cultura in un’altra giunta, ha promosso il restauro dell’edificio medievale del Capitano, ora sede dell’Ecomuseo della Collina e del Vino. Sostiene che la vita contadina è rimasta quasi immutata per secoli, fino ai grandi cambiamenti nel 1900, in particolare nel secondo dopoguerra, passando dall’abolizione della mezzadria, nel 1964,
che coincise con la dissoluzione della classica famiglia contadina, di stampo prettamente patriarcale.
Di quel mondo ci parlano molti documenti scritti, reperti fotografici, prodotti audiovisivi. Parlano di cose, di luoghi e di tradizioni, ma ben poco dei contadini, di quegli uomini e donne che, al pari dei suoi genitori e parenti, hanno sfidato fatiche e miseria a vantaggio dei figli, si sono sacrificati, ma senza perdere mai la speranza di un futuro migliore per loro.
È nato in casa quindi, la più vecchia della zona, in una stanza sopra al porcile, all’epoca parte integrante dell’edificio abitato. I Vezzalini vi allevavano un paio di scrofe e il maiale da sacrificare a fine anno. L’ambiente, veniva pulito ogni giorno e cosparso anche di calce, non emanava il fetore degli allevamenti moderni. Sempre al piano terra, nel vano verso la strada, erano stati ricavati un forno (dove si cuoceva il pane, più raramente qualche dolce e arrosto) e una fornacella, grosso cubo cavo in cemento rivestito all’interno di pietra refrattaria. Sotto si accendeva il fuoco, sopra si poggiava un pentolone con l’acqua da scaldare per i panni e il pastone ai maiali. Al primo piano, due camere da letto, un’altra ancora sopra i granai, assegnata a Zeno dopo il matrimonio, perché più piccolo dei fratelli. Sei anni in quella stanza, fino alla nascita della secondogenita, poi i quattro poterono scendere al piano di sotto, lasciato da una coppia di zii trasferiti. Così, Luigi ebbe la sua cameretta: il ripostiglio.
Epika e Lorella mettono in risalto le vicende famigliari, la vita rurale e l’attività di mezzadria, in un arco temporale del 1900 fino agli anni Settanta: due guerre mondiali, i racconti del nonno, il “duro” lavoro dei campi, la vita, la cura dei campi e degli animali, per produrre vino e latte. Anche le brevi storie dei dieci figli. Zeno aveva sette fratelli e due sorelle. Sante, il primogenito, era per tutti Pippo, non si è mai saputo perché. La moglie, zia Adele, piccolina, vivace ma timida e remissiva, vestiva solo di nero o grigio scuro, sempre col grembiule e il fazzoletto in testa allacciato dietro. Dopo cena, quando rammendava con le altre donne, inforcava un paio di occhialini alla Cavour, con due lenti adattate da Pippo. Non era mai andata dall’oculista e le sceglieva da una scatola che ne conteneva una trentina. La Chicchina era una gallina ovaiola e il puntalone un vinello dell’ultima ma proprio ultima spremitura.
Cosa resta da dire? Dei fotoromanzi. Nell’unico gabinetto spartano e rudimentale si usavano come carta fogli di giornali e riviste tagliati a quadretti. Ne aveva incrociato uno bellissimo, appeso al filo di ferro. Tanti personaggi in costume medioevale. Purtroppo mancavano le prime tre pagine e le corrispettive finali, così non seppe mai come finiva la storia.
- Autore: Luigi Vezzalini
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2024
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: La Chicchina e il puntalone. Storia di verità contadine
Da autore devo dire che chi ha scritto questa recensione ha davvero colto lo spirito del libro, ne ha capito il senso e lo ha trasmesso in modo efficace. Mi ha quasi commosso. Bravo!