Per secoli, le armate hanno cercato di mostrarsi sui campi di battaglia, di ostentare la propria forza, di adottare artifici per moltiplicare quella effettiva, impressionando il nemico con suoni, insegne e uomini abbigliati vistosamente. Indietro tutta, invece, cento anni fa e poco più: la priorità è diventata sottrarsi all’osservazione nemica, occultare reparti, armi pesanti e posizioni.
Per il marchio Tralerighe Libri di Lucca, Fabio Montella ha sviluppato un lavoro esaustivo nel saggio L’arma che inganna. La mimetizzazione negli eserciti della Grande Guerra: arte, ingegno e industria, edito a febbraio 2022 (168 pagine) con un’appendice documentale e di tavole, disegni, immagini fotografiche in bianco e nero.
Nella saggistica italiana specializzata, che sviluppa temi bellici relativamente recenti, mancava un saggio che si occupasse di camouflage, attraverso approfondimenti analitici su materiali d’archivio in gran parte mai esaminati e anche su testi inglesi e francesi.
Tralerighe è una casa editrice indipendente fondata nel 2013 dal ricercatore storico e saggista lucchese Andrea Giannasi. Pubblica memorie, diari, saggi e romanzi storici legati soprattutto al 1900. Considera i libri una “pietra d’angolo”, parte delle fondamenta su cui le generazioni passate sono cresciute e quelle presenti e future dovrebbero necessariamente formarsi.
Fabio Montella è uno specialista, un ricercatore altrettanto indipendente. Laureato in scienze politiche, giornalista, è attratto dalla storia sociale e politica degli ultimi due secoli, con particolare riguardo alla Grande Guerra, all’antifascismo e alle migrazioni. Nel 2021 ha ben figurato nel Premio di studio dell’Istituto mantovano di storia contemporanea, classificandosi al terzo posto.
L’esigenza di nascondersi si affermò prepotentemente nel Primo conflitto mondiale. A cogliere le potenzialità della mimetizzazione furono gli ufficiali dell’esercito francese. Fin dai primi giorni di ostilità, nell’agosto 1914, due pittori artiglieri transalpini cominciarono a nascondere i cannoni nell’ambiente circostante, per sottrarre le postazioni al fuoco di controbatteria avversario. Rami, fronde e teli dipinti con i colori dei luoghi permettevano di celarsi al nemico e i serventi venivano invitati a indossare cappotti in tinta col terreno, per coprire le vistose giacche blu ottocentesche e gli sgargianti pantaloni rossi con i quali i soldati francesi erano entrati in guerra. Non a caso, i poilus subirono perdite spaventose finché non venne adottata una uniforme meno appariscente, che li distinguesse dal terreno e dal fango. Ci si confondeva con la terra per non finire sotto terra.
Mentre l’Armée de terre investiva risorse e uomini, il Comando supremo italiano prendeva tempo. Si adeguò con un certo ritardo, solo quando afferrò l’utilità di osservare il nemico cercando di non farsi osservare.
Dissimulare efficacemente uomini e mezzi nella natura, coprire i concentramenti di truppe e i movimenti si rivelò fondamentale in una guerra statica, ancorata alle trincee.
Montella osserva che il mimetismo, pagina poco nota del conflitto, si colloca tra la sperimentazione e l’adattamento di materiali usati da secoli, tra la tecnica e la creatività. Per raggiungere questi obiettivi primari per la sopravvivenza degli eserciti, divennero indispensabili specialisti, tecnici e anche manodopera, una vera industria del camuffamento: capitali, forza lavoro, tecnologie, officine e aziende di produzione.
Se nascondersi al nemico era stato considerato da codardi, fino ad allora, occultarsi era diventato di colpo la normalità, per salvare materiali bellici e vite.
“Camuffare” venne usato come sinonimo di “mascherare” e anche di mimetizzare, ma sono termini da tenere distinti. Il mascheramento creava schermi artificiali per disturbare la rilevazione. La mimetizzazione faceva sembrare uniformi, mezzi e attrezzature qualcosa di diverso. Mascherare significava essenzialmente nascondere; mimetizzare intendeva far somigliare ad altro, dissimulare.
Con una scenografia di guerra, si fingevano trincee e sterri inesistenti, per ingannare il nemico e indurlo a sprecare munizioni contro un bersaglio falso. Le vere posizioni, invece, venivano nascoste rendendole apparentemente altro e innocuo, con il sapiente uso di murature, siepi, terrapieni, lamiere, paglia, cespugli, pannelli, teli e quant’altro di fantasioso.
Si difendevano i tratti più battuti di una strada fingendo il passaggio in un punto lontano, con mascheramenti uguali e ben visibili, mentre il vero percorso veniva dissimulato da materiali artefatti in modo da renderli indistinguibili dal terreno attorno, roccioso, prativo o boscoso.
Alla fine degli anni Settanta del Novecento, in un volume sul mascheramento bellico, Guy Harteup ha precisato che:
Dal punto di vista militare il camouflage è meglio definito schermatura.
Quanto all’occultamento, quello che si vuole celare viene sottratto alla vista fondendolo al paesaggio con mezzi naturali o artificiali. Il depistaggio può tendere a fuorviare sulla propria intenzione, a dare una falsa idea di forza, a distogliere l’attenzione da un vero attacco. “Schermare” include fare assumere la forma di false creste, muri o siepi. “Ingannare” si estende alla trasmissione di false informazioni o alla diffusione di falsi ordini di operazione e di battaglia.
- Autore: Fabio Montella
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2022
- ISBN: 9788832872088
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: L’arma che inganna. La mimetizzazione negli eserciti della Grande Guerra: arte, ingegno e industria
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