Il brigantaggio nei primi decenni dall’Unità d’Italia, la prima fase del banditismo nel Meridione e in particolare in Sicilia, vita e delitti del primo brigante, Don Peppino il Lombardo, sono descritti e narrati in questo nuovo lavoro di Vito Lo Scrudato ( Il primo brigante. Ascesa e declino di Don Peppino il Lombardo, Navarra Editore, 2025), dirigente scolastico siciliano con un profondo interesse e dedizione allo studio della storia, e con diverse opere pubblicate.
L’autore ha compiuto uno studio accurato e meticoloso da varie fonti storiche e processuali per delineare la figura di Angelo Pugliese, calabrese, brigante ed ergastolano ai tempi del Regno Borbonico, chiamato in seguito Don Peppino il Lombardo per la sua conoscenza delle lingue venete e altoatesine. Briganti e contadini che si opponevano al nuovo Stato unitario dopo il 1860, protagonisti della storia dell’epoca tra avvenimenti articolati e complessi, di una politica incapace e distaccata dalla realtà, e di ribellione ai governanti piemontesi che vennero da occupatori nel nostro Mezzogiorno.
Come una macchina del tempo, la narrazione viaggia e fa viaggiare il lettore a ritroso, scrive nella prefazione al libro Antonella Chinnici, nell’ultimo travagliato scorcio dell’Ottocento, in una ricostruzione del brigantaggio e di fatti criminosi a opera della banda del Lombardo, dalle sue origini fino al primo decennio del Novecento. “Una penna memore” quella del nostro autore, di storia e racconti salvati dall’oblio e dalla dimenticanza: “una ritessitura” di fatti realmente accaduti.
Con l’Unità d’Italia appena fatta, i briganti in abiti di fustagno e di velluto, armati di fucili e pistole, con le loro vite in fuga, latitanti, lontani dalle proprie famiglie, nascosti dietro una collina rimanevano in attesa che i pennacchi rosso blu dei Reali Carabinieri o i copricapi piumati del Bersaglieri di pattuglia nelle valli scomparissero all’orizzonte. Nell brigantaggio che fin allora nei primi anni d’azione era costituito da piccoli gruppi, con Don Peppino il Lombardo divenne un vero e proprio comando, con molti uomini nella banda in grado di scontrarsi con le autorità del nuovo Stato Italiano.
Don Peppino, originario di Lungro di Cosenza, figlio di pecorai, rimase orfano nell’infanzia, sposato e padre di una figlia; sapeva leggere e scrivere, venne imprigionato e condannato all’ergastolo sotto il governo borbonico, ebbe come compagni di detenzione alcune personalità di spicco, intellettuali e politici del Risorgimento come Silvio Spaventa, e riuscì a scappare durante i subbugli garibaldini a Palermo, seguendo poi la sua predisposizione alle attività criminali nell’entroterra di Palermo, fino ad Agrigento e Caltanissetta. Iniziò la sua vita in cerca di fortuna, facilitata dalla sua prontezza di spirito e dalla poca conoscenza dei dialetti siciliani. Con l’arrivo dei Mille le casse dei beni comunali ed ecclesiastici vennero prosciugate e trasferiti al Nord Italia per la realizzazione di strutture industriali, e i malfattori, in poco tempo, divennero i veri padroni nelle campagne siciliane.
Per comprendere il brigantaggio occorre definire la mafia, scrive Lo Scrudato, espressione di potere delle classi dominanti tra cui cariche dello Stato e degli Enti Locali nelle comunità. Angelo Pugliese divenne brigante nei primi tempi dell’unificazione e come per la mafia, che già esisteva, anche “il brigantaggio trasse linfa dalla rivoluzione garibaldina”. Il banditismo siciliano era diversificato dal restante brigantaggio del Meridione, perché promosso dallo stesso Stato che lo combatteva.
Il brigante era in grado di reggere il territorio come un monarca che emanava leggi e imponeva tributi, creando uno Stato nello Stato.
Contrastarli non era facile; i Reali Carabinieri provenivano dal Nord Italia, spaesati non conoscendo il territorio né i dialetti. Furono un corpo estraneo fino a quando non iniziò il reclutamento: la meridionalizzazione dell’Arma. Sotto i Borboni la criminalità era fisiologica, e con l’annessione al Piemonte e l’impunità per gli eccessi connessi dagli stessi Carabinieri, le casse del Meridione svuotate, depredati e saccheggiati con l’obbligo di tasse per finanziare lo sviluppo industriale del Settentrione, le modalità criminali mutarono notevolmente. I briganti iniziarono a sostenere le famiglie da latitanti, poi violenze, rapine, estorsioni ed infine sequestri di persone. Una strategia della tensione che il nostro autore ha ritrovato documentata nelle carte processuali del tempo. E uno dei fatti più sconcertarti e tragici dei loro delitti fu “la grassazione” in casa dei nobili Alessi, con la complicità di un prete, un servo di Dio. In una notte vennero sequestrati e torturati gli Alessi, anziani fratelli, “con tormenti barbari inusitati” richiesti con crudeltà dal prete nel suo abito sacro, allo scopo che venisse svelato il nascondiglio degli ori e dei preziosi. La nobiltà siciliana, che divenne oggetto di violenza e rapine, fin allora aveva esplicato una funzione di progresso, come costruire piccoli paesi con case, chiese, municipio, acquedotti, migliorando le condizioni del luogo. Il regime di terrore perdurò fino alla cattura di Don Peppino e di tutti i malavitosi: il processo che ne seguì fu, allora, un grosso evento mediatico.
In questo suo nuovo lavoro l’autore ha sapientemente analizzato e narrato il brigantaggio, che crebbe a seguito del peggioramento delle condizioni del popolo meridionale, il rapporto di potere e di sudditanza tra Nord e Sud Italia, evidenziando come il Meridione sia stato subordinato alle élite e ai poteri nazionali, denunciandone la storica marginalizzazione economica e sociale. Una realtà storica del tempo nelle cui radici affondano ancora molti nostri mali attuali.
- Autore: Vito Lo Scrudato
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il primo brigante. Ascesa e declino di Don Peppino il Lombardo
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