Francesco Belluomini (Viareggio, 1941 – Lido di Camaiore, 2017) è una figura significativa della poesia italiana contemporanea, ma anche un protagonista della vita culturale versiliese. La sua attività poetica, iniziata negli anni Settanta, si è accompagnata a quella narrativa e a un’intensa opera di promozione della poesia. Tra le sue opere figurano raccolte poetiche e testi narrativi che testimoniano una scrittura fortemente legata alla memoria, all’esperienza individuale, alla storia familiare e al rapporto con il territorio. Una bibliografia dedicata all’autore ricorda, tra gli altri, L’altro io, Occhi di Gubìa, Nell’arso delle sponde e diversi romanzi. La sua vicenda biografica è inoltre inseparabile dalla storia del Premio Letterario Camaiore, fondato nel 1981 da Belluomini insieme alla moglie Rosanna Lupi. Il Premio nacque come manifestazione dedicata alla poesia e divenne negli anni un appuntamento stabile del panorama letterario italiano, con una giuria tecnica e una giuria popolare e con una significativa apertura anche alla poesia internazionale.
Dopo la morte di Belluomini, avvenuta nel 2017, Rosanna Lupi ne raccolse l’eredità alla presidenza del Premio, garantendone la continuità fino alla propria scomparsa, nel gennaio 2024. Dal 2018 la manifestazione porta ufficialmente il nome di Premio Letterario Camaiore – Francesco Belluomini. Questa continuità non è soltanto istituzionale. Il Premio rappresenta il lascito culturale di una coppia che per decenni ha lavorato alla diffusione della poesia e alla costruzione di uno spazio d’incontro tra autori, critici, lettori e territorio. Ancora nel 2024 il Comune di Camaiore ricordava Rosanna Lupi come figura che, insieme al marito, aveva dedicato una vita alla promozione della poesia. È dunque necessario avvicinarsi a Intimi riflessi (Bonaccorso Editore, 2015) tenendo presente questa duplice dimensione di Belluomini: da una parte l’uomo pubblico della poesia, dell’organizzazione culturale e del Premio; dall’altra il poeta privato che, nella raccolta del 2015, torna verso il nucleo più doloroso e intimo della propria storia familiare.
A questa lettura critica si unisce, per me, una dimensione personale. Dopo la morte di Francesco Belluomini, ho continuato a sentire la sua poesia attraverso il rapporto con Rosanna Lupi. Pochi mesi prima della sua morte, Rosanna mi rivolse una richiesta che considero ancora oggi come una forma di consegna e di fiducia: mi chiese di tradurre in spagnolo la poesia di Francesco Belluomini e di contribuire a portare i suoi versi in Spagna e in America Latina. Quella richiesta non era soltanto un invito alla traduzione ma il desiderio di fare continuare una voce oltre i confini della lingua italiana. Per questo Intimi riflessi assume, nella mia lettura, anche il significato di un libro affidato alla memoria.
Intimi riflessi è stato stampato nel febbraio 2015 dalla casa editrice Bonaccorso, nella Collana di Poesia Contemporanea diretta da Antonio Seracini. La copertina presenta un dipinto a tempera e resina acrilica su tela del pittore Antonio Boatto. La scelta dell’immagine è particolarmente coerente con il titolo della raccolta: il riflesso appartiene infatti tanto alla dimensione pittorica quanto a quella memoriale. Il libro comprende cinquanta poesie, prive di titolo individuale. Questa scelta è importante. L’assenza di titoli autonomi elimina una possibile chiave interpretativa preliminare e costringe il lettore a entrare direttamente nel corpo del testo. Ogni poesia diventa così un frammento di un discorso maggiore.
Non abbiamo una successione di componimenti isolati, ma una sorta di racconto poetico continuo, costruito attraverso episodi, ricordi, figure familiari, sentimenti rimossi e momenti di autocoscienza. La raccolta si presenta quindi come un’opera unitaria, nella quale le singole poesie funzionano come capitoli lirici di una memoria che progressivamente si ricompone.
Adesso cerchiamo di interpretare il titolo. L’espressione Intimi riflessi costituisce già una dichiarazione di poetica; infatti,"Intimi" rimanda alla sfera privata, alla memoria personale, alla famiglia, all’inconscio, alle emozioni non necessariamente condivise. "Riflessi", invece, introduce una dimensione ottica e temporale: qualcosa ritorna, ma non ritorna identico. Il riflesso non è l’oggetto, bensì la sua immagine. La memoria funziona allo stesso modo. Il passato non può essere recuperato nella sua integrità; può soltanto essere riflesso nel presente della coscienza. La frase collocata all’inizio del libro chiarisce immediatamente questo progetto: "Intimi riflessi: sommativa dei tempi fuoriluogo il richiamo del sangue, dopotutto disperso da trent’anni". Il sintagma "sommativa dei tempi" suggerisce una concezione non lineare della memoria. Tempi diversi si accumulano fino a diventare un unico spazio interiore. La definizione "fuoriluogo" accentua questa anomalia temporale: il passato entra nel presente senza rispettare l’ordine cronologico. Il richiamo del sangue, invece, introduce invece il tema genealogico. Il libro sarà infatti attraversato dalla famiglia come luogo di origine del trauma, dell’amore, dell’autorità, della sofferenza e della formazione individuale.
La prima poesia, a pagina 7, costituisce una vera dichiarazione metodologica:
è facile trasporre dentro / tempi dell’azione la storia del passato / nel presente.
La poesia nasce dunque da un’operazione di trasposizione temporale. Il passato viene portato dentro il presente. La sintassi è ampia, discorsiva, prevalentemente narrativa. Il verso libero segue il movimento della riflessione più che una misura metrica tradizionale. Il passaggio successivo "ma regole non scritte / trasmette la memoria dolorosa" introduce un concetto fondamentale: la memoria possiede proprie "regole", non codificate, che determinano il modo in cui il passato ritorna. La metafora centrale è "versando come fonte sincopata / i flussi dei ricordi conservati". La memoria viene rappresentata attraverso il campo semantico dell’acqua. I ricordi sono "flussi", mentre la fonte è "sincopata". La metafora è particolarmente efficace perché la memoria non appare come un corso continuo, ma come un’acqua che procede per interruzioni, improvvise fuoriuscite, ritorni. La "sincopazione" ha quindi anche una funzione ritmica: il significato e il ritmo coincidono. La poesia parla poi esplicitamente della propria natura: "Al diavolo metafore e lirismo / se nel gioco c’entra la mia vita". Qui emerge una delle caratteristiche più interessanti della poetica di Belluomini: la diffidenza verso il lirismo quando rischia di estetizzare l’esperienza. Il poeta sembra dire che, quando in gioco c’è la propria vita, la forma deve mantenere un rapporto con la verità dell’esperienza. E tuttavia la poesia non può fare a meno delle metafore. Il paradosso è evidente perché Belluomini dichiara di voler allontanare metafora e lirismo proprio mentre costruisce il testo attraverso metafore. L’ultima immagine, "ne regga l’architrave dell’impianto", trasforma la poesia in un edificio. L’"architrave" è metafora della struttura poetica e suggerisce che la vita costituisce l’elemento portante dell’intera costruzione.
A pagina 19, il libro affronta il tema della morte:
Lo strano di pensare la serena / morte, quel pomeriggio dell’agosto / Ottantadue.
La collocazione temporale precisa, "agosto Ottantadue”, conferisce al ricordo un carattere documentario. La poesia si muove fra lirismo e narrazione. Il termine "serena", accostato alla morte, produce una tensione semantica quasi ossimorica. La morte non viene però idealizzata: è osservata attraverso la distanza temporale. Il verso: "Chissà qual sentimento / sprigionasse nell’attimo fatale" utilizza il verbo "sprigionare", normalmente riferito a energia, luce o sostanze. Il sentimento diventa così una forza fisica liberata nell’istante della morte. Particolarmente significativo è il ricorso al discorso diretto: "Povero Francesco, / chi mai ti guarderà d’ora in avanti!". La voce del passato entra nel presente del poeta. Il procedimento produce una sorta di polifonia memoriale e non parla soltanto l’io adulto, ma anche la voce degli altri, conservata nella memoria. La poesia arriva poi al rapporto padre-figlio: "che da maschio della prole / più presi su di me l’ira paterna". La morte conduce dunque a una revisione della propria posizione nella genealogia familiare. L’identità individuale viene compresa attraverso il rapporto con il padre.
A pagina 26, la memoria assume un valore storico: "Ne tenevo tre presso la sottana / quando turbinava l’altra guerra". L’immagine della madre con i figli accanto alla "sottana" è estremamente concreta. La figura materna non è idealizzata, ma viene rappresentata attraverso la necessità della protezione e della sopravvivenza. La guerra irrompe nella dimensione privata. Il verso "che la pose, vedova non vedova" costituisce una delle più interessanti figure retoriche del testo. L’espressione è fondata su un’antitesi: vedova/non vedova. La madre viene collocata in una condizione intermedia tra assenza e presenza, tra perdita e attesa. La poesia continua: "a caccia d’ogni cosa per sfamare / l’ignara richiedente figliolanza". Il verbo "sfamare" porta la poesia sul piano della concretezza materiale. La maternità significa qui procurare il necessario per vivere. La "figliolanza" è invece quasi personificata: diventa una presenza che richiede, domanda, necessita. Molto significativa è anche la definizione "di duplice valenza podestale". La madre assume contemporaneamente il ruolo affettivo e quello autoritario. La poesia presenta quindi una figura materna bifronte, madre e padre insieme, costretta dalla storia a ricoprire una funzione che normalmente appartiene a due figure. La conclusione "lottando con veemenza primordiale" porta la rappresentazione a una dimensione quasi archetipica. La "veemenza primordiale" è la forza elementare della sopravvivenza.
A pagina 41 il libro entra nella zona più delicata della memoria: “Certamente non bastano parole /
per esprimere l’odio". L’incipit è metapoetico: il poeta dichiara l’insufficienza del linguaggio. Il sentimento viene poi definito: "quello vero profondo come il mare". La similitudine con il mare attribuisce all’odio una profondità smisurata. Ma il passaggio più significativo è: "Un odio inconfessabile, nascosto /nell’inconscio, ma pure realmente / coltivato". La metafora di "coltivato" trasferisce l’odio dal campo psicologico a quello agricolo. L’odio diventa qualcosa che cresce, è un sentimento sedimentato nel tempo. Il testo precisa poi: "se sorto nel bambino per suo padre". Qui l’origine del conflitto viene ricondotta all’infanzia. Ma l’adulto modifica la propria prospettiva: "Meno male d’adulto ricreduto / sul non manifestato sentimento". Il poeta riconosce quindi una trasformazione della propria coscienza. Il passato reinterpretato e la memoria assume così una funzione ermeneutica: l’uomo adulto torna sul bambino che è stato e cerca di comprenderlo.
L’ultima poesia del libro, a pagina 56, è particolarmente significativa perché sembra riflettere sull’intero progetto della raccolta:
E prendere corpo telo narrativo /versando le versioni d’una vita / che m’è stata dapprima riservata.
Il testo si presenta esplicitamente come "telo narrativo". La vita diventa materia da tessere e la metafora della tessitura è implicita: le "versioni" della vita vengono versate dentro un supporto narrativo. Il termine "versioni" è importante perché suggerisce che non esiste un unico racconto definitivo del passato. Esistono interpretazioni, prospettive, ricostruzioni. La memoria è dunque sempre anche riscrittura, in cui il poeta dichiara: "Certo la mia fucina non fa fumo". La fucina è una nuova metafora della scrittura. Si può cogliere come il poeta è fabbro e lavora la materia dell’esperienza. Ma la sua fucina "non fa fumo", come se il lavoro poetico fosse invisibile, interiore, non spettacolare. La poesia diventa quindi mestiere: "e non conosco modi diradati / per togliere l’incerto del "mestiere"". Le virgolette intorno a "mestiere" introducono una lieve distanza ironica, così la scrittura è insieme vocazione e lavoro. Nella conclusione del componimento,
ma spingo tutto quanto a tavoletta / sperando di non sbattere sul muro
introduce un’immagine colloquiale, quasi prosaica. "Spingere a tavoletta" appartiene al linguaggio quotidiano e contrasta con il lessico più lirico delle poesie precedenti. Il "muro", invece, assume un valore metaforico: è il limite contro il quale può urtare il poeta, la possibilità del fallimento, dell’incompiutezza o dell’impossibilità di dare una forma definitiva alla propria storia. L’ultima poesia è quindi una sorta di poetica conclusiva. E il libro termina là dove era cominciato: con il problema di come trasformare la vita in poesia.
Particolarmente importante è anche il testo riportato nella parte posteriore della copertina:
E la memoria scorre come fiume / nel mezzo di confusi sentimenti.
Qui ritorna la metafora dell’acqua già presente nella poesia di pagina 7. La memoria è nuovamente un fiume. Il motivo dell’acqua diventa quindi uno dei fili metaforici più importanti dell’opera. A pagina 7 avevamo la "fonte" e i "flussi dei ricordi"; nella quarta di copertina troviamo il "fiume" e la memoria acquista progressivamente una dimensione più ampia: dalla fonte individuale al corso fluviale. Il testo continua: "finalmente partecipe di quanto / avevo tralasciato di pensare". La parola "finalmente" indica un processo di maturazione e il poeta ha raggiunto una consapevolezza tardiva. Il tema centrale è infatti quello del comprendere da adulti ciò che da bambini non si era potuto comprendere: "capendo sol da grande i sacrifici / sopportati per crescere i figli". Questa è forse una delle chiavi più profonde dell’intera raccolta. L’adulto guarda indietro verso l’infanzia e comprende retrospettivamente la fatica dei genitori. La memoria non è soltanto ricordo: è riconoscimento tardivo.
Dal punto di vista sintattico, Intimi riflessi presenta una poesia fortemente discorsiva. Belluomini non costruisce il testo attraverso frasi brevi e isolate, ma spesso mediante periodi articolati che attraversano diversi versi; l’enjambement assume quindi una funzione fondamentale. La frase non coincide necessariamente con il verso e la sintassi continua oltre il margine tipografico, producendo così un doppio movimento, in cui il verso interrompe il discorso e il discorso ricompone il verso. È proprio questa tensione a produrre una musicalità particolare. Infatti, la musicalità di Belluomini non dipende principalmente dalla rima, ma è una musicalità interna e sintattica, che nasce dalle ripetizioni, dagli enjambement, dalle allitterazioni occasionali, dalle assonanze e soprattutto dalla respirazione del periodo.
Infine, le cinquanta poesie prive di titolo possono essere lette come altrettanti segmenti di un’autobiografia lirica, ma non si tratta però di un’autobiografia lineare e l’andare accogliendo i ritorni.
- Autore: Francesco Belluomini
- Categoria: Poesia
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