Corre voce che ne uccida più la lingua che la spada. L’andazzo contemporaneo restituisce piuttosto l’istituzione di una contiguità: guerra e (dis)informazione di guerra procedono di pari passo. Chi battaglia sul campo, chi attraverso narrative di rinforzo a uso e consumo delle masse. Oggi più che mai, le guerre si pianificano e si sostengono ab libitum attraverso una semantica collaterale: la semantica aggressiva del Verbo (di potere) professato.
Tra i bellicisti in sé (e per sé) e i loro promoter, depreco soprattutto i secondi: in ciò che essi scrivono o dichiarano in favore di telecamera percepisco il viscidume dei prezzolati. Degli intellettuali insinceri. Culi di pietra da salotto televisivo, o redazione giornalistica. Eccola la litania infinita di ogni santo giorno. Una gara a chi urla più forte, così che il popolo-bue possa convincersi che c’è un conflitto in atto da alimentare, e un altro ininfluente da ignorare per sudditanze di Stato. Che per un popolo di buoni che resiste, c’è una “pace giusta e duratura” da salmodiare a memoria. Che sull’insistito genocidio di terroristi potenziali (bambini inermi) invece è meglio sottacere. I giorni cupi dell’apocalisse lenta si succedono a giorni dello stesso spessore mortifero, e per il poco che ancora mi riguarda ho smesso di sperare. Sono consapevole di esprimermi a mia volta con parole di guerra (un contagio, un contagio…); lo faccio soprattutto per difendermi dai violenti della parola stampata o mediatizzata per mestiere-dovere di partito. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, diceva qualcuno. Peccato che il senso del peccato sia alquanto fuori moda e che ogni giorno che dio (o chi per lui) manda in Terra, sia una gragnuola di prime pietre scagliate da buoni, giusti e senza peccato. L’America dell’ottuagenario biondo che si auto-candida per folle contrappasso al Nobel per la pace. La giornalista-pasionaria, ieri no vax oggi no Putin. Il vicino di casa fedele alla retorica fascistoide di certi telegiornali che ce l’ha a sua volta con gli immigrati. La guerra sociale che si reitera è fratricida. E la guerra che si reitera assecondando la logica confliggente noi/loro. Vittime e colpevoli per statuto. Geopolitico o di genere. Una lotta continua: dacci oggi la nostra guerra quotidiana. Noi e loro. NOI [IO] e loro.
Mi auguro che il professore Federico Faloppa non me ne voglia per questa lunga divagazione ispiratami dal suo saggio. Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio (effequ 2026), si intitola, e con estrema pertinenza non esula dai moniti severi.
Sono le parole, in molti contesti, a essere già arma di guerra. ‘Mentre l’esercito israeliano inizia la sua occupazione su larga scala di Gaza City – ha scritto l’inviata de La Stampa Francesca Mannocchi […] – diviene sempre più evidente che anche il linguaggio utilizzato dal governo israeliano fa parte del suo arsenale. […] si tratta di un uso della lingua […] che non si limita ad accompagnare l’avanzata militare, ma la precede, ne costruisce la narrativa, le conferisce legittimità e la protegge dal dissenso’. Un linguaggio che quindi diventa ‘arma di guerra, capace di trasformare un’invasione annunciata in un atto di difesa e la distruzione sistematica di un’intera città in un’operazione di ‘sicurezza chirurgica’. E che si avvale di un suo lessico capace di occultare e stravolgere la realtà […] In generale è apparsa evidente la disproporzione con cui sono stati, da gran parte dei media, raccontati i fatti seguiti alle stragi del 7 ottobre 2023. Nella copertura giornalistica degli eventi, è stato determinante il framming scelto, il modo in cui l’informazione è stata ‘incorniciata’, così da influenzare la percezione e l’interpretazione di chi la riceve.
Una volta di più risulta chiaro come i venti di guerra (guerreggiata e alimentata) soffino dappertutto, e che la consapevolezza del cittadino (televisivizzato) come al solito ne paghi le spese. L’esordio nel 2020 con la disinformazione bellica relativa al Covid-19. Una pagina tra le più deplorevoli della storia internazionale che - oltre che intellettuali (?), politici, sanitari - ha progressivamente coinvolto anche le persone comuni, impegnate in uno scontro razziale fra vittime, favorevoli o contrarie a lockdown, green pass, e millantati vaccini.
Sottolinea, a tal proposito, Federico Faloppa:
La metafora bellica veicolata dal linguaggio mediatico e politico durante la pandemia attinge a un immaginario sociale (collettivo, intersoggettivo e individuale) radicato e consolidato, quindi particolarmente efficace e riproducibile senza richiedere particolari sforzi cognitivi, e capace al tempo stesso di rappresentare una minaccia incombente e una serie di risposte altrimenti difficilmente esprimibili, dando un nome a ciò che provoca incertezza, ansia, disagio, e classificandolo […] Tornando al Covid […] l’intuizione era quella che le autrici di ’Siamo in guerra! L’anno che per poterci curare non andammo da nessuna parte’ avrebbero sviluppato nel 2021: da una cornice di guerra […] è difficile chiamarsi fuori. In essa non si deve soltanto svolgere un ruolo, ma anche accettare inizialmente lo stato delle cose, i ‘miti’ e le prassi di cui questo si nutre. Vi sono così sfide che richiedono uno spirito straordinario, potere e deleghe speciali, misure d’emergenza. Nonché un’unità di intenti e un compattamento degli sforzi […] da cui l’accenno sul paese come un solo corpo e l’uso della prima persona plurale come richiamo alla solidarietà, all’impegno e alla condivisione di responsabilità (‘dobbiamo’, ‘insieme ce la facciamo’), e slogan motivanti e rassicuranti (Andrà tutto bene) per sopportare non solo la ‘precettazione’ di massa, ma anche il miraggio e la promessa della ricostruzione […] Si hanno anche, però, una linea di comando che non prevede messe in discussione e scostamenti […], un costante presidio dei confini per mezzo di forze dell’ordine o militari, luoghi ‘sicuri’ dove potersi rifugiare […] E poi un’economia di guerra.
Un’economia di guerra da cui non siamo mai venuti fuori. Segno che sconfitto (?) il Covid e spostato l’obiettivo, il conflitto è proseguito su altri fronti. Federico Faloppa sa bene di cosa scrive (insegna Language and Discrimination presso il Dipartimento di Lingue dell’Università di Reading) e per le analisi espresse in Disarmare il discorso muove da un presupposto inalienabile che suona da sentenza:
non esiste conflitto armato [o metaforizzato, ndr] che non sia stato prima preparato, giustificato e normalizzato dal linguaggio.
Riassumendo ancora una volta: la guerra è il tratto distintivo e pianificato della nostra contemporaneità. Amministrato per gradi emergenziali attraverso discorsi e narrative - pubbliche e mediatiche – che condizionano il modo di osservare il mondo e la (geo)politica del cittadino medio, persino le relazioni con altri cittadini medi, dacchè emergenza perenne e uniformità di pensiero sono gli obiettivi prioritari del potere.
Anche gli scenari che sembravano più impensati - quelli da ‘guerra fredda’, quelli della corsa al riarmo, della minaccia atomica - si sono riaffacciati nel discorso con una disarmante naturalezza. Perfino parole come ‘pacifista’, da manifesto di intenzioni globalmente riconosciute sono diventati elementi discussi, non lineari, talvolta pensati e usati anche come insulti. Perché il nemico è ovunque: non solo negli eserciti, ma in chi migra, in chi protesta, in chi chiede voce e giustizia dai margini, in chi insomma sfida il discorso dominante. Così, passando dalla lingua, lo spazio del diritto, della mediazione, del dialogo sembra cedere inevitabilmente il passo al conflitto in una guerra di parti, fatta di pronomi come ‘noi’ e ‘loro’.
Poggiando sulla narrativa di guerra presente e passata (attraverso articoli, affermazioni, analisi del caso) Disarmare il discorso è un lavoro accuratissimo, di denuncia socio-politica, restituito attraverso prosa fluida e contenuti sacrosanti. L’autore arrischia anche alternative possibili allo stato delle cose. Individuate a partire da un recupero di un linguaggio altro da quello guerreggiante in uso; un lessico pacificato, capace di restituire una nuova appartenenza, affrancata dalle retoriche dichiarative/giustificative dello stato di guerra perenne in cui versiamo.
- Autore: Federico Faloppa
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio
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