La storia di un passato che si ripresenta negli occhi e nella mente della nostra protagonista: scorrono le immagini della sua vita, colori, profumi, assenze e parole. In un modo o nell’altro il passato ritorna, e quando lo fa è per spingersi dentro, ancora di più nel nostro animo. Malanotte e figlia femmina (Scatole parlanti, 2023) di Brillante Massaro è anche il racconto della parola, le espressioni con le quali siamo cresciuti, con le quali abbiamo litigato, coltivato amicizie.
È la parola di un luogo, dei propri genitori, della storia della propria famiglia. La lingua è la protagonista del romanzo, scrive Marilena Lucente, nella postfazione del libro, una lingua che scorre nel sangue della protagonista. Parole ruvide, grida e richiami di guerre quotidiane. Solo la maturità levigherà le parole che sapranno accogliere l’amore. Brillante Massaro, autrice campana, è una docente in pensione; ha pubblicato articoli su riviste specializzate di educazione linguistica, due testi di narrativa scolastica per ragazzi e numerosi racconti.
Ci cammina a fianco il passato e ci imprigiona in celle prive di sbarre da cui è difficile uscire.
La voce narrante è una donna di settant’anni e l’onda del ricordo le arriva la mattina presto, aspettando il caffè che esca, guardando fuori dalla finestra; il primo sorso, quel sapore che apre la giornata, che libera i pensieri e profuma il mondo.
È un momento di intimità con se stessi il primo caffè, è riprendere le fila di un discorso incompiuto, un risintonizzarsi, come se durante la notte ci fossimo un po’ persi, come se la comunicazione fosse stata interrotta rendendoci estranei a noi stessi.
Tanti saranno i ricordi che percorreranno i suoi occhi, il padre con il suo sguardo torvo e minaccioso, il nonno che forgiava il ferro con la poesia che gli usciva dalle mani, la madre passiva e priva di affetto, l’infanzia, la maturità. Nell’Italia del dopoguerra il Paese era da ricostruire, e le famiglie dei contadini lasciarono la loro terra per arrivare in città e sperare in un futuro migliore.
Il passaggio dal mondo rurale a quello urbano non avvenne facilmente; portavano con loro la parola, quella dei nonni, del padre e della madre, il dialetto, l’unica lingua che permettesse loro di comunicare. Tutto cambiò, anche per la nostra protagonista. Si lasciava la famiglia in paese e si andava a vivere in casermoni con cortili. Lì si viveva una nuova vita sociale, nella piccola piazza comune dove le vite non avevano segreti. Il caffè di primo mattino al risveglio è “una cerimonia privata” per la protagonista ed ecco che arriva il ricordo della scuola. La scuola che la spaventava, i quaderni con la copertina nera e il pennino che scavava il foglio. Negli anni di insegnamento si troverà davanti fogli come erano stati anni prima i suoi: “gli errori sono i nostri migliori maestri”. L’italiano era una lingua ostica per chi parlava in dialetto, una lingua nemica, e le parole nuove non trovavano spazio nella sua testa. Era in “una strada di mezzo”, tra la lingua di partenza e la lingua di arrivo. I ricordi, ora che era una signora di una certa età, avevano “imparato la via” e venivano a cercarla all’improvviso. “Si impara nel dolore? e il rancore, e l’amore dove si va a nascondere?”
Furono anni di rifiuto nell’apprendere e nei quali la madre tornava mortificata dai colloqui con i docenti, rimproverandola aspramente di non avere “scuorno”; e il padre con la sua doppia vita, un fratello e una famiglia dei quali non si sapeva nulla.
Sono nomadi i ricordi, scrive l’autrice, guardando la tazzina del caffè sbeccata, come sono sbeccata io e fatico a rimanere intera. Una relazione difficile con il padre, in un continuo negarsi, si era sentita orfana prima ancora di esserlo davvero. Un uomo fatto da sé, amato e odiato. Le sue parole erano affilate, sapevano ferire soprattutto quando si era a tavola con le teste chine sui piatti; era quello il momento della resa dei conti. Scompariva e ricompariva anche dopo mesi all’improvviso, come se il tempo dell’assenza e dell’attesa non fosse tempo, come nulla fosse successo, e sua madre pronta a servirlo, come se la quotidianità non fosse mai andata perduta. “Far finta di niente è un’arte”. Ci vogliono anni di duro esercizio, impegno e perseveranza, di più per lei che era sempre vestita di “rraggia”, quella che sale da dentro e colora di rosso il viso. Era giovanissima quando rimase incinta, e lei primogenita femmina nacque in una “malanotte”, così detta quando le figlie femmine nascevano. Per averla era rimasta immobile a lungo a letto e forse era stato quello il suo primo strappo con la madre. E con lei aveva imparato le sue prime parole, “doce comme’ o zucchero”, in una lingua acida, in quella prima lingua, quella della madre, che non conosceva le emozioni.
Certe parole sono chiuse a chiave, sepolte vive nell’infanzia, altre fuggono via e, davanti a una tazzina di caffè, invadono altre età per riportarti indietro e ti aspettano, sulla soglia dei venti, trenta, ecc, e se ne stanno lì, sanno che prima o poi arriverai. Ti chiamano ogni tanto per ricordarti chi sei.
Tante ancora saranno le immagini che sfileranno nella mente della protagonista: persone, oggetti, emozioni e vuoti. I ricordi in prima fila, quelli giudicanti, e quelli dell’ultima, rispettosi e modesti, che si interrogheranno di continuo. Dopo esser stata una donna di molti colori, era giunto per lei il tempo di pace.
Malanotte e figlia femmina è un libro di memorie dolorose, una storia narrata con molto coraggio che ha tanto da insegnare di come affrontare la vita di fronte all’incertezze, perché nessun cambiamento è indolore. Un lungo viaggio interiore dalle tinte forti, racconterà l’autrice in un’intervista, è stata l’idea di fondo che ha animato il romanzo, un’esplorazione emotiva per tentate di capire perché e come sono passata dall’ascoltare gli altri per essere accettata, dal mendicare amore, all’ascoltare me stessa.
- Autore: Brillante Massaro
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2023
- ISBN: 9788832816624
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Malanotte e figlia femmina
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