Meglio in fondo al mare che in mano al nemico. La flotta del kaiser era destinata alla dispersione ingloriosa, dopo la sconfitta della Germania nella Prima Guerra mondiale. Ufficiali e marinai scelsero la via dell’onore: il 21 giugno 1919 gran parte delle unità vennero affondate volontariamente, mentre le bandiere della Marina imperiale tedesca sventolavano fieramente “a riva”. Chi c’era lo racconta con orgoglio, come l’allora tenente Friedrich Ruge, autore nel 1969 di un testo più volte pubblicato anche in Italia. L’edizione più recente è per i tipi Res Gestae: Scapa Flow 1919. La tragedia della flotta militare tedesca (Milano, gennaio 2026, 236 pagine), nella traduzione di Graziano Azzimonti e con il consistente apparato originale d’immagini d’epoca.
Scapa Flow è una baia nell’arcipelago delle isole Orcadi, in Scozia, principale base navale della Royal Navy britannica nel primo e secondo conflitto mondiale. Alla fine della Grande Guerra, secondo i protocolli dell’armistizio di Compiegne vi vennero internate settantaquattro unità di superficie della Hochseeflotte tedesca d’alto mare, al comando dell’ammiraglio Ludwig von Reuter e strettamente controllate dalle Marine alleate e americana. Dieci corazzate, sei incrociatori da battaglia, otto leggeri e cinquanta moderne torpediniere, navi da guerra neutralizzate, con il solo personale di sorveglianza a bordo, non più in condizioni di combattere e comunque ancora di proprietà della Germania, salvo ulteriori disposizioni del trattato di pace a venire. Era chiaro che sarebbero state divise tra i vincitori in conto danni di guerra, una prospettiva umiliante per la Marina tedesca, che andava rinsaldandosi, dopo gli ammutinamenti dell’estate 1917, fomentati da marinai e sottufficiali socialcomunisti, col pretesto del rancio scadente e delle licenze sospese.
Venuto a conoscenza di sviluppi mortificanti dei termini di resa nella Conferenza di Parigi, von Reuter pianificò una soluzione molto più onorevole della cessione avvilente al nemico. L’autoaffondamento a Scapa Flow della flotta avvenne la mattina del 21 giugno. Nel pomeriggio, poggiavano sul fondo più di due terzi delle unità tedesche.
Ruge (1894-1985), allora giovane ufficiale di coperta e futuro vice ammiraglio, è stato coinvolto direttamente nell’episodio nelle Orcadi. Mezzo secolo dopo, ha pubblicato questa illuminante cronaca storica di prima mano. Nel secondo dopoguerra, è stato primo Ispettore Generale della Marina Federale della Germania Ovest (Capo della Marina) dal 1956 al 1961, svolgendo un ruolo fondamentale nella ricostruzione dell’arma navale tedesca in ambito NATO. La sua testimonianza è preziosa per cogliere gli stati d’animo complessi degli equipaggi, che oscillavano tra la determinazione nazionalistica e lo sconforto, andavano dall’abulia all’irrequietezza, con differenze rilevanti tra le unità. Tuttavia, si notava in genere nella “bassa forza” una presa di coscienza del momento infausto per la Germania e per la bandiera: gli stessi equipaggi epuravano e allontanavano direttamente disfattisti e agitatori, con le buone o con le cattive, senza bisogno di ricorrere a superiori e provvedimenti disciplinari ufficiali.
Il 21 giugno, giorno dell’annunciata entrata in vigore delle disposizioni fatali, segnali a mano comunicarono verso le 10 l’ordine dell’ammiraglio di preparare tutto per il guidone Z, bandiera rossa a dentelli, segnale di attacco delle torpediniere e adesso di affondamento. A bordo della torpediniera B110, Ruge controllò ancora una volta che nelle sale si fosse pronti al tempestivo allagamento. Indossò gli indumenti predisposti, biancheria intima doppia, pacchetti con l’occorrente per lavarsi e radersi. Al comando impartito di affondare le navi, si corse ai propri posti e tutto si svolse nel modo previsto. Il personale di macchina aprì le valvole, scoperchiò i condensatori e recise le tubazioni prestabilite. Gli uomini in coperta issarono la bandiera di combattimento, la fiamma del comandante e il guidone Z, poi aprirono i boccaporti delle stive, le porte, gli oblò, resero inservibile l’argano dell’ancora e gettarono in mare gli attrezzi.
Mentre c’era chi saliva sulle lance, la corazzata ammiraglia Friedrich der Grosse colò a picco rapidamente, verso le 12,15. Il suo equipaggio era poco fidato dall’epoca dei consigli dei militari e i pochi ufficiali avevano preparato l’autoaffondamento in segreto. La grande nave toccò il fondo in poco meno di mezz’ora, troppo in fretta: cosi gli inglesi furono avvertiti molto presto. Reagirono con rabbia e confusione, con tutto il naviglio disponibile, solo piccole unità e pescherecci, sparando verso i marinai, anche sulle scialuppe. Quando si ripresero dalla sorpresa, smisero di girare e colpire a casaccio. Accostavano le navi tedesche, strappavano le bandiere e cercavano di sganciare le catene, per poter rimorchiare in acque basse. Parte degli equipaggi tedeschi veniva costretta con la forza a risalire a bordo e partecipare al salvataggio.
Per ultimo, andò giù l’incrociatore Hindenburg, alle 17. Delle sedici navi da battaglia, quindici erano finite in acque profonde; perduti cinque degli otto battlecruiser leggeri; trentadue delle cinquanta torpediniere, quattordici in acque basse, solo quattro salvate dagli inglesi. Erano morti il comandante della Warkgraf, sette sottufficiali e marinai, ventuno feriti, la maggior parte da pallottole d’arma da fuoco di striscio o anche da colpi di baionetta e pugni. La fortunata coincidenza dell’uscita in mare poco prima dei cacciatorpediniere inglesi risparmiò agli equipaggi della Hocseeflotte perdite più pesanti.
Von Reuter venne recluso come prigioniero di guerra in Gran Bretagna, con gli ufficiali e marinai della flotta. Se la maggior parte fu poi presto rimpatriata, l’ammiraglio rimase in prigionia fino al gennaio 1920, accolto in Germania come un eroe che aveva difeso l’onore delle forze armate.
- Autore: Friedrich Ruge
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Scapa Flow 1919. La tragedia della flotta militare tedesca
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