La vita è orribile e meravigliosa, silloge di racconti scritti da Anton Čechov e pubblicata da Neri Pozza nel 2026 (trad. di Sophia Simo), è costruita intorno a una polarità: scegliere alcuni racconti significa infatti stabilire un inizio, un percorso e una fine, dando una determinata forma a qualcosa che, nell’opera originale, ne aveva una diversa.
Inizio e fine sono archetipi della soglia. L’inizio rappresenta l’apertura, la possibilità, ciò che ancora deve accadere; la fine introduce invece il limite, la compiutezza, ma anche la trasformazione e il passaggio verso altro. Tra i due estremi si dispiega l’esperienza umana. In una raccolta dedicata a Čechov, questa struttura assume un significato particolare perché il suo universo narrativo è popolato da personaggi che vivono continuamente sulla soglia: tra ciò che desiderano e ciò che riescono a realizzare, tra la vita immaginata e quella effettivamente vissuta, tra la possibilità di cambiare e l’incapacità di farlo.
I racconti scelti sembrano così comporre una piccola parabola: dall’inizio della vicenda letteraria di Čechov alla sua maturità, fino all’ultimo racconto pubblicato durante la sua vita. Non è la biografia di uno scrittore, naturalmente, ma la sua ricostruzione simbolica attraverso alcuni momenti della sua opera.
Anche i due testi brevissimi inseriti nell’introduzione possono essere letti come racconti-soglia. La loro estrema concisione li colloca quasi fuori dalla raccolta e contemporaneamente ne costituisce l’ingresso. Sono un’apertura, una sorta di anticamera che presenta al lettore la misura minima del racconto cechoviano: poche righe possono contenere un’intera esistenza. Da un punto di vista editoriale, tuttavia, questa scelta appare anche piuttosto singolare e non si può escludere che abbia una funzione commerciale precisa. Una selezione breve, introdotta da testi fulminanti e organizzata secondo un arco che va dagli esordi alla fine, permette di offrire al pubblico una sorta di Čechov in miniatura: accessibile, riconoscibile e immediatamente fruibile. L’editoria contemporanea non si limita a riproporre i classici: li seleziona, li traduce nuovamente, li incornicia e li presenta sotto nuove prospettive. Occorre però ricordare che questa non è una raccolta concepita da Čechov, ma un Čechov costruito dalla selezione di chi lo propone oggi.
Nella sua introduzione, Paolo Nori racconta di avere percepito, da giovane, una certa assenza di compassione nei racconti di Čechov. È un’impressione che può sorprendere, soprattutto se riferita a uno scrittore celebre per la profondità con cui osserva la sofferenza e le contraddizioni dell’esistenza. Forse, però, quella che Nori avvertiva come mancanza di compassione era piuttosto una particolare distanza dello sguardo. Čechov era medico per formazione e questa professione richiede intrinsecamente una forma di distacco: davanti al dolore occorre saper osservare senza esserne completamente travolti, mantenere lucidità, distinguere ciò che si vede da ciò che si prova. È una distanza funzionale alla cura, sebbene possa apparire come l’opposto dell’empatia.
Čechov osserva i suoi personaggi con una precisione quasi clinica. Non li assolve e non li condanna, non interviene a spiegare né a giudicare, non offre una redenzione. A una prima lettura, questo procedimento può sembrare freddo. In realtà sarebbe difficile attribuire una reale indifferenza a uno scrittore dotato di una simile capacità di penetrazione psicologica. Secondo il mio personale sentire, la sua è umanità, è comprensione, ma non è compassione. La differenza è sostanziale. La pietà implica una forma di giudizio; Čechov, invece, sembra collocarsi sullo stesso piano dei suoi personaggi. Li osserva nella loro irrimediabile ambivalenza.
Questa distanza si lega anche a una caratteristica fondamentale della sua narrativa: l’assenza di una vera risoluzione. I racconti di Čechov non hanno necessariamente bisogno di arrivare a una conclusione, perché la vita stessa non procede secondo una struttura narrativa ordinata. Un’esistenza può cambiare all’improvviso; una crisi può rimanere irrisolta; una persona può comprendere il cambiamento necessario e continuare, tuttavia, sulla stessa via di sempre e la vita continua oltre il racconto.
L’orrore e la meraviglia del titolo coincidono dunque con l’inizio e la fine, con le polarità opposte insite nella vita stessa e non rappresentano due possibili versioni dell’esistenza: sono entrambe vere contemporaneamente. Čechov non cerca di ricomporre gli opposti, anzi li lascia coesistere nella loro ambiguità, come un Giano bifronte che offre due strade possibili. Il crocicchio, l’ambivalenza, la soglia, il limite sono elementi dell’esistenza umana. La grandezza di Čechov consiste nel non costringerci a scegliere tra queste polarità.
Alla fine rimane dunque una doppia lettura del volume: da una parte c’è Čechov, con la sua capacità straordinaria di osservare l’essere umano senza giudicarlo e senza offrirgli facili consolazioni. Dall’altra c’è l’operazione editoriale contemporanea, che attraverso una scelta molto precisa costruisce un itinerario dall’inizio alla fine e invita il lettore a riconoscere, in pochi testi, una possibile immagine dell’intero scrittore. È una scelta legittima ma non neutrale, che indica come tra l’inizio e la fine non ci sia una soluzione, ma resti solo e semplicemente l’esistenza, alle volte orribile, alle volte meravigliosa, oppure le due cose contemporaneamente.
- Autore: Anton Cechov - Anton Čechov
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Neri Pozza
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: La vita è orribile e meravigliosa
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