Non riuscivano a parlare delle loro esperienze, non ce la facevano. Chi non era stato con loro, non poteva capire, perché non aveva affrontato quella prova, l’internamento in mano tedesca, i campi di prigionia, il lavoro coatto, il freddo, la fame, la denutrizione estrema, il trattamento disumano. Luigi Formentin, veneto della provincia di Padova e fante nel 1943-45, non aveva raccontato niente, neanche alla moglie. A sbloccarlo è stato il libro di Primo Levi, assegnato in lettura alla nipote, alle medie. È stata quell’alunna, Gloria Antico, cresciuta legatissima al suo “guerriero”, a fare della vicenda del nonno la trama di un romanzo dal vero, La mia vita in prigionia. Storia di Luigi, militare italiano internato, pubblicato per i tipi Pathos Edizioni di Torino (luglio 2024, 104 pagine, con documenti riprodotti in appendice).
“Formentin Luigi!”: quando il nome è risuonato nella sala della Gran Guardia in Piazza dei Signori, a Padova, il 2 giugno 2016, è stata una commossa Gloria trentaseienne a ritirare la medaglia della Liberazione, concessa agli ex internati nei lager nazisti nel settantesimo anniversario della Repubblica. Era mancato da poco, non aveva nemmeno fatto in tempo a sapere che avrebbe dovuto ritirare il riconoscimento. Ne sarebbe stato orgoglioso:
tu, che quando sei venuto nella mia scuola a raccontare quei due orribili anni agli alunni, mi hai detto ’guarda cosa mi fai fare, ma è da fare!’; tu che alla mia laurea sei rimasto sorpreso quando i docenti hanno chiesto di stringerti la mano.
L’onorificenza è un piccolo ringraziamento dello Stato italiano per le sofferenze nella prigionia. Anni che Luigi ha tentato di relegare in un angolo della mente, non raccontando a nessuno quanto aveva vissuto, visto e patito, “perché per vivere, bisogna cercare di dimenticare”. Quando la vide leggere il brano di Levi “L’arrivo in lager” - lo scrittore ebreo ha sempre detto che “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” - osservò ancora un breve silenzio, prima di confessare d’avere vissuto anche lui tutto questo,
il freddo e la paura che si prova ad essere nudi in mezzo alla neve, mentre delle persone ti gridano contro parole incomprensibili. Non sono mai riuscito a leggerlo tutto, le emozioni sono troppo forti, ma se vuoi ti racconto ciò che ho vissuto.
Nessuno aveva mai detto a Gloria dell’esperienza del nonno da giovane e lui non ne aveva mai fatto parola, ma trovava giusto cominciare a raccontare a quel punto, perché quanto sofferto da “noi internati” non dev’essere dimenticato.
Internati, una categoria a lungo ignorata. Erano scomodi per la destra - avendo rinnegato Hitler e Mussolini - e anche per la sinistra, che non li sentiva propri. Giornate ed eventi ricordavano ebrei, rom, prigionieri politici, sottolinea Gloria, però nei lager del Centro Europa sono stati portati anche gli IMI, gli internati militari italiani, disarmati e rastrellati dopo l’armistizio con gli Alleati. Per punire gli ex alleati del “tradimento”, come considerava l’8 settembre, il fuhrer aveva preteso che venisse creata quella categoria inedita, in modo da non riconoscere lo status di prigionieri di guerra e negando loro le garanzie della Convenzione di Ginevra, che non avrebbero consentito di sfruttarli nei lavori forzati a vantaggio dello sforzo bellico tedesco. Per questo, è stato uno degli oltre 600 mila schiavi di Hitler.
La pubblicazione del romanzo si deve al Comune di Conselve, che ha mostrato sensibilità per la storia del nonno. Nella sentita e calorosa prefazione, il sindaco, Umberto Perilli, mette in risalto il silenzio composto, mantenuto a lungo da Luigi prima di raccontare alla nipote “il dramma della sua giovinezza” d’internato militare, tra i 19 e 21 anni d’età. Ha dovuto vincere il pudore, quasi la vergogna, ch’è un dato comune nelle memorie di chi ha provato quell’esperienza, ma era consapevole che la sua testimonianza non sarebbe stata inutile, avrebbe aiutato a riempire di contenuti il monito non dimenticare. Sempre il sindaco mette in risalto la prosa asciutta della concittadina, l’uso accorto del “mostra, non raccontare”, una tecnica comunicativa che non descrive gli stati d’animo, ma li provoca nei lettori come reazione alle vicende. Aggiungiamo il caratteristico ritmo ondoso di una narrazione che va e viene come la risacca, tra fasi calde e più calme, momenti di stress e situazioni di tensione minore. Un racconto che va diritto al cuore di chi legge e che viene dal cuore di chi scrive.
Luigi è nato nel luglio 1924, primo di sei figli, a Pernumia, nella Bassa Padovana. Dopo la quinta elementare, aiutava la famiglia nei campi e lavorava da contadino, prima della chiamata di leva, a fine agosto 1943, destinato a Zara, in Dalmazia. Qualche giorno appresso, dopo l’8 settembre, i tedeschi circondano le reclute e fissano tre alternative: riscattare il tradimento combattendo per la Germania, lavorare per la Germania o finire prigionieri in Germania. Nessuno firma, non vogliono avere a che fare coi nazisti. Su treni merci e a piedi raggiungono Dorsten, in Westfalia, Nord Reno. In marcia, hanno così tanta fame che le ghiande trovate lungo la strada sembrano prelibatezze. Sono in un campo controllato dalle SS, il lager di Buchenwald non è lontano. I tedeschi rinnovano ogni tanto la proposta di combattere per loro: la risposta è sempre NO!, anche se costa, si mangia poco, le condizioni di vita sono tremende. Tutto è contro di loro, eppure tra guardie e kapò c’è qualche eccezione, qualcuno è quasi comprensivo, fa trapelare un barlume di speranza che ci sia una vita dopo quella non vita.
Gloria Antico è nata nel 1980. Laureata in scienze motorie e in scienze storiche a Padova, è docente di educazione fisica nella scuola di primo grado. Oltre all’insegnamento e a impegni per la Federazione sportiva, coltiva la passione per la ricerca storica. È alla prima prova narrativa.
- Autore: Gloria Antico
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2024
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: La mia vita in prigionia. Storia di Luigi, militare italiano internato
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