Questi non conoscono Dio, non conoscono pietà e non sono nemmeno musulmani.
Ho letto un libro che è un viaggio all’inferno, una riflessione sulle cause, gli effetti, le conseguenze di un orrore del quale ci siamo disinteressati, sebbene costantemente informati dai media internazionali. L’ISIS raccontato da mia madre è un contributo accorato alla comprensione di eventi tuttora in corso nel Medio Oriente, destabilizzato ieri dalle politiche dei Bush e oggi dai maneggi della teocrazia iraniana. Lo firma il poeta, scrittore e traduttore iracheno, in Italia dal 1979, Younis Tawfik (Oligo Editore, Mantova, aprile 2024, 172 pagine).
È nato a Mosul, nel 1957. Dal 1979 è a Torino, dove nel 1986 si è laureato in lettere, dedicandosi alla divulgazione della letteratura araba (traducendo autori come Gibran) e collaborando con “Repubblica”, “Il Mattino” e “Il Messaggero” come esperto del mondo islamico e opinionista. Presiede il Centro culturale italo-arabo di Torino “Dar al-Hikma” e fa parte della Consulta islamica in Italia. Ha pubblicato libri di poesia, saggi e romanzi, soprattutto per Bompiani. Da La straniera (premiato al Grinzane Cavour nel 2000), è stato tratto il film omonimo per la regia di Marco Turco. Con Oligo ha pubblicato La sponda oltre l’inferno (2021, secondo classificato nel Torneo Robinson di Repubblica).
La sua famiglia era numerosa in Iraq. I genitori avevano messo al mondo otto figli, quattro femmine, ma i fanatici jihadisti gli hanno ucciso un fratello. La mamma, vedova dai primi anni Ottanta, è morta tra gli stenti e le paure della dittatura dei fondamentalisti, nel 2017. La lucida signora non ha fatto in tempo a vedere il suo quartiere liberato, poco dopo, dalle truppe sostenute dall’Occidente, ultimo dei cinquanta di Mosul, seconda città irachena, al confine con la Turchia.
Sulla base delle notizie ricevute dalla madre nella corrispondenza tra loro, Tawfik ha scritto queste riflessioni, sull’Islam, sulla religione, sulla guerra, sul fondamentalismo e altri errori e infamie, con il cuore spezzato per i suoi, per il suo Paese e per il suo passato distrutto, come i monumenti abbattuti dai talebani e dal sedicente stato islamico iconoclasta. Nella dozzina di fotografie in bianconero, proposte nella prefazione visiva al volume, è evidente il contrasto tra la serenità, normalità, vicinanza ai costumi occidentali nella Mosul degli anni Settanta e le distruzioni e l’arretratezza di oggi, in un’area dell’Iraq devastata da un conflitto senza fine. Due guerre, i bombardamenti del 1991, rinnovati nel 2003 prima delle operazioni terrestri della coalizione anti Saddam.
Cosa può spingere un uomo ad uccidere nel nome di Dio? Insieme a Younis, si riflette di kamikaze, di sacrifici della vita, di Guerra Santa (Jihad), di storia antica e contemporanea del Medio Oriente e in particolare dell’Iraq, di discriminazione violenta delle minoranze cristiane. C’è tanto da apprendere per noi occidentali, “infedeli” secondo gli islamici radicali, che disprezzano il nostro modello di vita, la parità riconosciuta alle donne, le libertà riconosciute in una società tollerante e indulgente, debole ai loro occhi. Nel medioevo degli uomini in nero, non è contemplato il progresso.
Tra i tanti argomenti, ce n’è uno che ci sfuggiva, “un’altra assurda invenzione” dell’impero nel male generato dal fondamentalismo islamico. Nella loro società misogina, “fatta di fantasie deviate”, esiste anche il jibad al-nikah, la guerra santa sessuale. È la fatwa dell’accoppiamento, lanciata nel web da un predicatore saudita, che invita le musulmane fin dai quattordici anni a raggiungere i jihadisti nel nord Iraq o in Siria, per concedersi in matrimoni ad ore, al solo scopo di generare figli, futuri combattenti. Appello accolto da tante ragazze, da ogni dove, che una volta tornate in patria, incinte e sole, si sono ritrovate spesso col marchio infamante di prostitute, nelle loro stesse comunità maomettane. Il governo tunisino ha sostenuto che la fuga ad est di molte giovani sia stata incoraggiata senza scrupoli dal movimento jihadista locale; non solo web, i messaggi sono stati irradiati via tv, dai primi del 2013 e nel settembre successivo il ministro dell’interno denunciò questa emigrazione come problema nazionale. Rivelò che le tunisine sunnite, fuggite in Siria e volontarie del jihad sessuale, intrattenevano rapporti sessuali con venti, trenta e a volte fino a cento ribelli a settimana. Alcune sono tornate psicologicamente distrutte. Una ragazza, intervistata dalla stampa egiziana, ha dichiarato d’essersi pentita della scelta, rendendosi conto d’essere stata sfruttata e manipolata dai jihadisti. Un ex combattente tunisino ha confermato, al rientro dalla Siria, che le rivelazioni su jihad al-nikah non erano invenzioni, come aveva sperimentato in prima persona.
Le sorelle di Younis gli dicevano che a Mosul, Falluja, Tikrit, città sotto controllo dell’ISIS, dei volantini invitavano le nubili a unirsi al jihad del sesso con i militanti dell’organizzazione. Chi rifiutava, avrebbe violato la volontà di Dio e sarebbe stata frustata o giustiziata.
Alle prigioniere curde in Siria dell’Isis, schiave sessuali, non si sono aggiunte come “donne di conforto” solo le volontarie tunisine, ma tante altre provenienti da Regno Unito, Francia, Australia, Cecenia, Afghanistan, Malesia e Repubbliche islamiche ex russe. Spesso adolescenti, dichiaravano in rete d’essere attratte dalla virilità dei combattenti e dal desiderio di rispondere alle loro esigenze sessuali. In altri casi, adulte partite verso la Siria erano convinte di andare a combattere al fronte per la gloria dell’Islam e a salvare donne e minori dalla crudeltà dell’esercito di Assad. Si erano ritrovate a cucinare o curarsi di case e bambini, obbligate a indossare il burqa per uscire. In tante accettavano la sorte, ergendosi a “guardie della purezza” e arrivando a punire quelle che non seguivano le direttive dello Stato Islamico.
- Autore: Younis Tawfik
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2024
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: L’ISIS raccontato da mia madre
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