17 febbraio 1904, prima assoluta di Butterfly, finimondo alla Scala: il pubblico non apprezza, la stampa distrugge Puccini. Mentre il compositore reagisce con rabbia all’insuccesso, certo che la qualità dell’opera verrà riconosciuta, i suoi amici più stretti soffrono a distanza, leggendo i resoconti sui quotidiani. Due di loro, sodali fraterni, Ferruccio Pagni per trentacinque anni, Guido Marotti per gli ultimi quindici, sono gli autori di un libro apparso nel 1926, che l’Editore Vallecchi di Firenze ha voluto riproporre nel centenario della morte del Maestro di Lucca (1858-1924), Giacomo Puccini. Intimo (settembre 2024, 194 pagine). Non una biografia, ma un ritratto dal vivo del grande compositore e dell’uomo di vita, di famiglia, di amicizie, amori e buona compagnia.
Antonio Puccini diceva alla figlia Simonetta che Pagni era inseparabile dal padre. Giacomo e Ferruccio si erano conosciuti nel 1891, a Torre del Lago, dove il giovane operista era andato ad abitare, dividendosi tra Milano e la Versilia. Al di là della parentesi di diciassette anni d’emigrazione in Argentina, Pagni fu amicissimo, collaboratore e segretario del Maestro. Il legame con Marotti risale all’ultimo dei tre lustri di vita di Puccini e fu molto stretto negli ultimi tre anni, quando l’amatissimo artista dovette trasferirsi a Viareggio, lasciando una Torre del Lago resa invivibile dalla centrale elettrica alimentata a torba lacustre.
Nell’introduzione, la nipote fa presente che se Pagni descrive soprattutto il Puccini uomo nei momenti di distensione e di svago, Marotti parla del Puccini artista, dei suoi giudizi sulle sue opere e dei suoi pensieri su quelle degli altri. Ci sono anche notizie sulla sua vita a Viareggio negli ultimi anni, con accanto i “vecchi” e soliti di Torre, più l’armatore Magrini e il prefetto Roberto Cassano. Marotti conclude il suo scritto con il congedo, il 4 novembre 1924, quando il Maestro partì per Bruxelles. Gli amici più cari, tra i quali Ferruccio e Guido, lo accompagnarono alla stazione di Pisa. La sua ultima raccomandazione: mai smettere di avere “fede nell’Amore”.
Pagni (1866-1935), pittore, scuola di disegno a Livorno, Accademia di belle arti di Firenze, rientrava nel Club goliardico-culturale della Bohème, legato a Puccini. Lavorò per diversi anni a Torre del Lago con Francesco Fanelli, nel cosiddetto sodalizio degli Impressionisti livornesi. Tra i postmacchiaioli, portavano avanti un linguaggio sul modello dei francesi Monet e Manet. Decisamente più giovane Guido Marotti (1890-1987). Giornalista, conobbe il Maestro nel 1910, complice la comune passione per la caccia e prese a frequentarlo; nel 1924 Puccini lo raccomandò a Renato Simoni, sostenendo con parole affettuose di conoscere da tempo le sue qualità e di non presentare “uno dei soliti””.
Marotti pubblicò questo libro due anni dopo la morte di Puccini, deceduto in una clinica di Bruxelles, il 29 novembre 1924. Nell’ “Avvertimento”, la prefazione firmata con Pagni, sostenevano di non voler presentare l’artista, piuttosto far rivivere l’uomo, “in un profilo a tratti e caratteristiche immediati”. I due contestavano quanto i più si ostinavano invece a credere, che fuori della sfera artistica Giacomo fosse “un buontempone, un edonista”, per nulla spirituale. Che godendo di gloria e di ricchezze, “attingesse in beatitudine spensierata e bohemienne i beni più pagani alle prodighe fonti della vita”. Che passasse il tempo tra gite in automobile, partite di caccia, avventure galanti, corse in motoscafo, allegre chiacchierate con gli amici, pranzi conviviali. Il tutto accompagnato dalla “complicità affumicante” di cinquanta, sessanta sigarette al giorno.
Apparenza ingannevole. Per i fedelissimi Marotti e Pagni, Puccini rappresentava un esempio di equilibrio umano perfetto, in ogni sua azione, anche la più semplice, tanto da renderlo affabile, sorridente con tutti e farlo apparire giovane e sereno fino agli ultimi istanti, mens sana in corpore sano.
Però la la sua intima e profonda natura era tutt’altra. Alla base della vita spirituale di Puccini regnava la malinconia, ne diventava facile preda quando non assorbito dal suo prezioso lavoro o non distratto da un’idea, un libro, un viaggio o rallegrato dalla compagnia di amici intimi, con i quali chiacchierava alla buona, in vernacolo lucchese, magari in gergo, ricordava il passato, progettava il futuro e scherzava, rideva,
come fanciullone ingenuo, cui i misteri della vita comincino appena a rivelarsi e ogni scoperta e ciascuna esperienza sono motivo di fantasticherie boccaccesche, di candidissime burle, di girandole abbaglianti, pensate e dette con velocità vertiginosa.
È però quello che affiorava alla superficie del suo carattere, quasi una maschera che ne copriva il volto, secondo gli amici autori. Sotto, si celava un drammatico contenuto di vita interiore, riservato ai pochi che sapevano leggerlo e che a tanti era stato e continuava a essere comunicato
dal dolore umanissimo che si eleva a sospiri, a singhiozzi, a pianto, dalla sua musica più vibrante.
Puccini era tanto geloso “del proprio io” da non osare aprirsi. Lo faceva solo raramente e con pochissimi.
Sollecitava di andare a tenergli compagnia perché si annoiava, ma un uomo come lui non poteva annoiarsi. La noia è degli spiriti limitati, mentre Puccini, inesauribile e vario, aveva uno spirito esuberante, toscano intelligente, uomo di genio. Quella che chiamava noia erano la tristezza e la malinconia,
terribili nemiche dell’uomo che ne soffriva, ma anche sicure guide e alleate dell’artista che, soffrendo, creava.
Le pagine più belle furono dettate o ispirate al cigno lucchese dall’assillo della malinconia, sotto la morsa della tristezza, e ancora sopravvivono ed emozionano.
- Autori: Guido Marotti e Ferruccio Pagni
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Vallecchi
- Anno di pubblicazione: 2024
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Giacomo Puccini. Intimo
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