Amedeo Di Nicola e Paolo Fiorucci, entrambi abruzzesi (il primo giornalista e operatore culturale, il secondo libraio e cantastorie-poeta) hanno pubblicato presso l’editore Neo un volume a due mani che raccoglie i rispettivi contributi in prosa e in versi. Con la postfazione di Sandro Cordeschi e i disegni di Alessandra Dalessandro, Quando nei paesi chiudono i bar è un libro di testimonianza sentimentale, una sorta di “come eravamo”, un amarcord nostalgico e insieme amaro riguardante la desertificazione ambientale e sociale dei paesi montani. Torre Mozza è il nome fantastico attribuito dagli autori a un luogo incastrato sulle montagne dell’Abruzzo, simile ad altri piccoli territori in via di estinzione.
Le nostre “aree interne”, i nostri “borghi” – come si preferisce definirli oggi – riprendono vita in estate, con i turisti che li popolano desiderosi di respirare aria buona, e con i festival letterari e musicali, le rassegne cinematografiche sulle zone rurali; ma all’arrivo dell’autunno tornano alla solitudine e al silenzio che li inchiodano a un destino vedovile in attesa dei freddi più impietosi, della prime nevicate, quando si chiudono porte e finestre, e i rari centri di ritrovo. I bar, in primo luogo, come quello raccontato da Di Nicola e Fiorucci, in cui il proprietario Ettore si rassegna alla presenza fedele di avventori anziani, “paladini dell’immobilità”, che giocano a briscola e tresette litigando e bevendo qualche bicchiere di vino, fieri dei loro soprannomi: Padreterno, Brigante, Senzapensieri e Cantalamessa.
E poi l’unica piazza del paese, da cui sono sparite l’edicola e la cabina telefonica; la chiesa ormai poco frequentata; il cimitero visitato solamente nel mese dedicato ai defunti; il negozio degli alimentari; l’ufficio postale dove ritirare la pensione o l’assegno sociale. Alla desolazione dell’abbandono collettivo si oppone la vitalità tenace e misteriosa dei boschi, con le conifere e i ginepri, i muschi e i funghi, attraversati da lepri, caprioli, cinghiali e qualche magro lupo.
Come spiega Amedeo Di Nicola nel primo dei suoi racconti:
Nei piccoli paesi è quasi sempre autunno… perché i paesi amano le stagioni dell’attesa, perché tutto in fondo vi si aspetta; si aspetta la corriera come poteva accadere a inizio secolo, si attende l’arrivo del pane, la posta, il latte, il tempo della fine che non arriva mai. Il paese non ha battiti agitati, complessi, il cuore pulsa a ritmo lento e costante, aspettando, si eccita un po’ all’arrivo dell’estate, ma in fondo in fondo si tratta di un inganno breve, che si assopisce al tramonto.
Gli fa eco Paolo Fiorucci nelle sue poesie per lo più in quartine:
Nel paese vecchio le porte aperte / filtrano luce e vento sulla scena: / i letti di polvere e coperte / i piatti sporchi dell’ultima cena.
Quando nei paesi chiudono i bar muoiono pure le piazze / resta solo lo scemo del villaggio.
Siamo qui per ballare coi lupi / diventare orsi / per conoscere questa frontiera / prima che scompaia.
I cartelli sbiaditi segnalano mucche / pericolo incendi tornanti caprioli / bambini all’uscita di scuole in disuso.
Anche il poeta è solo, guardiano disilluso che cataloga “segnali da un mondo lontanissimo”:
Come quando gridano i pini / a forza di vento / con un rumore di vele e silenzi / così certi giorni io.
Ho quattro euro sul conto / circa dieci nelle tasche / e non c’è nulla di poetico in tutto ciò.
Amedeo Di Nicola, narratore, si sofferma più distesamente a scandagliare memorie, a scolpire facce e vicende personali dei tanti che se ne sono andati a cercare lavoro in pianura o addirittura oltreoceano, e di chi invece è rimasto, con rassegnazione e rimpianto per non aver saputo osare. Eccoli, gli abitanti di Torre Mozza che hanno lasciato traccia di sé nella memoria del paese. Nìbbele, “l’ultimo pastore solitario dell’altipiano, erede di una civiltà contadina sparita in nome del progresso”, la maestra Lucia che ha aspettato per tutta la vita il ritorno del fidanzato, Marino innamorato di una giovane turista disinibita, i ragazzi depositati presso i nonni nei mesi estivi per evitare le tentazioni urbane, un padrone di casa bonario e paziente che non perseguita l’inquilino moroso. Perché i tempi e i modi, i pensieri e le azioni scorrono nei villaggi montani con una lentezza e un’attenzione al dentro e al fuori ormai sconosciuti, quando non addirittura scherniti, nelle nostre grandi città, dove prevalgono fretta e prevaricazione, frenesia di successo e ansia di accaparramento. In questi borghi invece “c’è odore di legna, di minestre e di caffè bruciato sul fornello, e l’aria sa di silenzi familiari che nessuno osa spezzare”.
Di Nicola e Fiorucci hanno voluto nel loro libro rievocare queste atmosfere, umane e ambientali, con l’intento di preservarle e di farne oggetto di rispetto e gratitudine, da parte di chi le ha dimenticate e non se ne cura, svilendole nel disinteresse o in un esecrabile sfruttamento.
- Autori: Amedeo Di Nicola e Paolo Fiorucci
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Quando nei paesi chiudono i bar
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