Il Barone Cosimo Piovasco di Rondò sale su un albero e, arrampicandosi fra i rami, passando da una pianta all’altra, decide di non scendere mai più. La mente geniale di Italo Calvino non fa altro che sviluppare questa semplice situazione e portarla alle estreme conseguenze: il protagonista sugli alberi trascorre una vita tutt’altro che monotona, piena di ogni sorta d’avventura; una vita niente affatto da eremita solitario, ma mantenendo sempre fra sé e i suoi simili questa minima ma invalicabile distanza.
Così ne è nato un libro, dal titolo “Il barone rampante”, scritto nel 1956.
Composto da Calvino quando aveva solo 33 anni, il libro non era destinato inizialmente alla fruizione di un pubblico di giovanissimi; tuttavia i numerosi riferimenti ai classici per ragazzi, la vena moraleggiante ed il taglio avventuroso hanno appassionato migliaia di lettori fra i 10 e i 15 anni, anzi fu lo stesso Calvino a curare un’edizione con illustrazioni a colori, uscita pochi anni dopo.
Per noi adulti, il miglior modo per accostarci a questo libro è quello di considerarlo alla stregua di “Alice nel paese delle meraviglie”, di “Peter Pan”, o, perché no, della meravigliosa saga di Harry Potter, ovvero è necessario riconoscerne la filiazione da quei classici dell’umorismo poetico e fantastico. Sicuramente non per bambini sono le disquisizioni filosofiche di chiara impronta illuminista: inizialmente il fatto di svolgersi nel XVIII secolo fornisce al romanzo soltanto uno scenario di maniera, in seguito l’autore finisce per tuffarsi nel mondo che egli stesso ha evocato, tanto che a tratti la narrazione sembra seguire il genere del “racconto filosofico”, reso famoso da Voltaire e Diderot (basti pensare al “Candide” o al “Jacques il fatalista”).
Se questo romanzo può sembrare, ad una superficiale lettura, un’avventura scritta quasi per gioco, il tono sentenzioso presente in alcune parti del libro ci suggerisce un chiaro intento dell’autore: quello di definire una condotta esemplare di vita. Ciò non è passato inosservato all’occhio attento della critica letteraria, infatti l’ormai ben noto studioso Alberto Asor Rosa ha più volte proposto ai lettori di Calvino di considerare questo grande autore come “scrittore morale”, individuando l’unità e il punto di forza della sua opera nella funzione etica della sua scrittura.
Lo stile è tipicamente calviniano: chiaro, aperto all’ironia, alla comicità e alla fantasia, tutte caratteristiche che contribuiscono a rendere questo insolito romanzo uno dei capolavori della nostra letteratura postmoderna.
- Autore: Italo Calvino
- Genere: Classici
- Categoria: Narrativa Italiana
- ISBN: 9788804776352
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il Barone rampante
Libro che dovrebbe essere obb ligatorio nelle scuole.
Mettere fra le mani di studentesse e studenti della Gen Alpha l’edizione per le scuole medie del 1965 de “Il barone rampante” di Italo Calvino, curata per Einaudi, è, forse, quanto di più azzardato si possa fare, ma il risultato è, certamente, sorprendente. L’incredibile storia di Cosimo Piovasco di Rondò rivive, difatti, durante i momenti di lettura espressiva e ad alta voce, e nell’iter dedicato, tutto l’anno, alla Narrativa, in virtù di una subitanea connessione spazio-temporale, che rende luoghi, ambienti e, soprattutto, personaggi affascinanti e mirifici. Tra fantasia e realtà, peripezie e introspezione, allegoria e filosofia, leggiamo amabilmente di Ombrosa e della Liguria del Settecento, della nobiltà, talvolta, decadente, talaltra, ragionevolmente illuminata e dei contadini laboriosi, animosi e ardimentosi, dei vecchi radicati nelle proprie convinzioni e consuetudini stantie e dei giovani anticonformisti, tutti sogni e ideali, financo della natura trionfante nella sua maestosa bellezza. Il piccolo e giudizioso Biagio ci conduce per mano attraverso le fantasmagoriche, surreali, nonché ironiche, anzi umoristiche, avventure del fratello Cosimo, il quale, all’ennesimo piatto di lumache nell’ora del desinare, spazientito, protesta e si ribella, dice che non lo vuole – “Mai s’era vista disubbidienza più grave” – e decide di andare a vivere sugli alberi per sempre, sentenziando, testardo: “E io non scenderò più!”. Cosimo, “una sentinella della ragione” nella recensione di Leonardo Sciascia all’edizione originale del 1957, secondo romanzo della trilogia “I nostri antenati”, sale, arriva in alto e vola tra i lecci, i frassini, gli olmi e le tante altre varietà di alberi, senza mai toccare terra, tirandoci su, a farci vedere come si vive, insieme a lui, la vita del “bon sauvage”, pacifico, libero, semplice, autentico, isolato ma non solo, distante ma partecipante, secondo lo stato di natura, uno stato di grazia. Importante è, inoltre, lo spunto di riflessione sull’insegnamento e sull’apprendimento, offerto dall’icastica figura del meticoloso docente e pedagogista Tonio Cavilla, anagramma del nome dello stesso scrittore, portaparola, insieme a Cosimo rampante, dell’ulteriore dicotomia, non sempre insanabile, fra il nozionismo pedante e l’irrefrenabile libertà di costruzione del sapere.
Il romanzo segue la vita di Cosimo Piovasco di Rondò, un giovane nobile ligure del Settecento. All’età di dodici anni, dopo un banale litigio familiare causato da un piatto di lumache rifiutato, Cosimo prende una decisione radicale. Sale su un albero di elce del giardino paterno e promette di non scendere mai più a terra. Mantiene la parola per tutta la vita, spostandosi solo passando da un ramo all’altro dei fitti boschi di Ombrosa. Lassù costruisce un intero mondo, studia, caccia, stringe amicizie con i datori di legna e persino con i briganti. Vive da vicino i grandi eventi storici della sua epoca, come l’Illuminismo e le guerre napoleoniche. Nonostante la sua totale separazione fisica dal suolo, Cosimo non si isola affatto dalla società. Al contrario, partecipa attivamente alla vita della comunità e sperimenta l’amore profondo per la nobildonna Violante. Muore in modo spettacolare da anziano, volando via aggrappato alla fune di una mongolfiera di passaggio.Un dettaglio straordinario che cattura l’attenzione del lettore è la gestione pratica della quotidianità sospesa di Cosimo. Calvino non lascia la sua scelta come una vaga metafora fiabesca, ma descrive con precisione quasi ingegneristica come il protagonista sopravvive sugli alberi. Colpisce in particolare il sistema di tubi e canali di corteccia che Cosimo progetta per raccogliere l’acqua piovana o per lavarsi senza toccare terra. Anche il suo abbigliamento, fatto di pelli di gatto selvatico e sacchi di tela robusta, mostra un adattamento totale e ingegnoso alla natura selvaggia. Questo pragmatismo trasforma una scelta folle in uno stile di vita rigoroso e coerente. Dimostra che la sua non è una fuga infantile dalle responsabilità, ma una faticosa conquista di un nuovo punto di vista. La cura dei dettagli materiali rende il legame tra Cosimo e il mondo vegetale profondo, credibile e incredibilmente affascinante.Il libro mi è piaciuto moltissimo perché offre una metafora potentissima e attuale sul concetto di identità e di ribellione. Cosimo dimostra che per essere davvero utili agli altri non occorre conformarsi alla massa, ma serve trovare la giusta distanza dalle cose. Il suo rifiuto delle regole della società non lo rende un eremita egoista, bensì un uomo più giusto, colto e aperto verso il prossimo. La scrittura di Calvino è ironica, leggera ma ricca di riflessioni filosofiche profonde che non risultano mai pesanti o noiose. Credo che questo testo insegni il valore della coerenza e il coraggio di mantenere le proprie scelte, anche quando sembrano assurde agli occhi del mondo. È una lettura che lascia un senso di libertà e che spinge a cercare il proprio personale "albero" da cui guardare la realtà. Il libro si chiama Barone rampante autore dell’libro: Italo Calvino, il mio personaggio preferito è Cosimo Piovasco che ha dodici anni.