Le auguro due cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono più importanti: l’amore e la libertà.
Sono forse queste le parole che meglio riassumono il senso più profondo de La politica dell’impossibile (Iperborea, 2016, a cura di Fulvio Ferrari), una raccolta di interventi su quotidiani e riviste letterarie e anarchiche dello scrittore svedese Stig Dagerman. Si tratta di un’opera di sconvolgente, affascinante e grandissima attualità, che sembra per certi aspetti scritta ai giorni nostri, più che negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, a parte i riferimenti espliciti a fatti storici di quegli anni, e che ci permette di fare una riflessione più profonda su alcuni tra i temi politici, sociali e culturali più importanti che ancora dominano il dibattito pubblico odierno. Facendo un’attenta analisi, tali temi potrebbero concentrarsi attorno ad alcune domande fondamentali, come ad esempio: che cos’è davvero la politica e quale dovrebbe essere il suo autentico fine? A cosa serve la cultura e quale ruolo può svolgere per migliorare la nostra società e incidere in essa? A chi dovrebbe rivolgere maggiormente la sua attenzione, chi ha un incarico pubblico o ha una responsabilità educativa o culturale?
È bene precisare che per approcciarsi nel miglior modo possibile alla lettura di questo testo sarebbe però opportuno e consigliabile aver letto già qualche altra opera di Stig Dagerman, scrittore complesso, eclettico e dotato di una sensibilità fuori dal comune, per poter comprendere meglio le interessantissime riflessioni e gli spunti che ci propone in questa straordinaria raccolta. I testi racchiusi in questo volumetto sono in totale 17 e scritti in un periodo che va dal 1942 al 1952, che è poi il periodo più produttivo nella breve ma intensa vita del giovane scrittore svedese.
Questo libro, pubblicato in Svezia postumo alla scomparsa dell’autore nel 1958 con il titolo originale Essäer och journalistik, che significa letteralmente "saggi e giornalismo", è impreziosito in questa versione dalla prefazione del suo ottimo traduttore Fulvio Ferrari e dalla postfazione del grande Goffredo Fofi, che recentemente ci ha lasciato. Attivista, saggista, giornalista, critico cinematografico, letterario e teatrale con una grande passione per alcuni grandi nordeuropei, in questa sua prefazione tra le tante riflessioni scrive riferendosi a Stig Dagerman:
Il coraggio e l’arte a servizio della lotta, nella libera espressione del pensiero e dell’immaginazione.
Inoltre lo definisce "socialista libertario ,la declinazione più moderna della parola anarchico". Infatti è fondamentale per comprendere questo libro l’impegno in politica come sindacalista, attivista e giornalista di Stig Dagerman nell’ambito della corrente che egli sostiene, mosso da grandi ideali umanitari ed etici, che lo rendono sempre molto vicino ai problemi delle classi e alle categorie sociali più deboli.
La Svezia degli anni Quaranta e Cinquanta era rimasta ufficialmente neutrale nel secondo conflitto mondiale, ma di fatto per non subire l’invasione tedesca aveva collaborato in alcune circostanze con il regime nazista, e Dagerman critica questo atteggiamento e tante altre discutibili scelte politiche della sua nazione, attraverso una lettura e un impegno attento ai fenomeni socio-culturali in atto nel suo paese. L’idealismo senza compromessi tipico di Dagerman, presente in tutti i suoi testi ma non privo di una lucida e critica analisi della realtà, lo porta a ritenere che il politico dovrebbe abbandonare l’arte del compromesso e delle promesse tipiche delle campagne elettorali miranti ad assicurarsi i voti e il consenso degli elettori e ad addormentare le coscienze con discorsi retorici. Abbandonare quindi il possibile per inseguire l’impossibile, cioè l’ideale, e garantire eguaglianza sociale e rispetto dei diritti per tutta la popolazione. In uno dei suoi scritti più interessanti di questa raccolta intitolato "La dittatura del lutto", uscito nel 1950, egli sottolinea tra le varie cose che
la democrazia un tempo aveva avuto una sua dimensione spirituale. Uno stile ,un suo modo di essere, una sua dignità.
Dagerman però tra questi testi riflette anche sulla letteratura, sul suo ruolo e valore, ed è bene ricordare tra gli articoli raccolti quello intitolato "Il significato dei classici" del 1946, in cui spiega il suo rapporto con i testi letterari considerati capisaldi della letteratura di cui ammette di non aver letto molto, pur avendo amato molto alcuni grandi autori, come Kafka e Faulkner ad esempio, ma di come siano le letture fatte dopo gli studi ad averlo davvero appassionato alla letteratura, piuttosto che quelle imposte dalla scuola. Consiglia inoltre a tutti gli scrittori e aspiranti tali a non trascurare mai gli autori contemporanei e a non rifugiarsi solo nei classici, ma di tenere sempre in considerazione la letteratura della propria epoca e di leggere le sue opere. Insomma, secondo Dagerman non bisogna sempre anteporre le grandi opere del passato ai libri di letteratura contemporanea, anche se di certo è di gran lunga preferibile leggere un classico di valore piuttosto che un romanzo moderno molto diffuso ma modesto nei contenuti. Lo scrittore, per questo grande autore svedese, può essere paragonato al lombrico e al ruolo che ha nel terriccio: non mirare quindi a cambiare il mondo con i suoi libri e a scuotere necessariamente le coscienze, ma semplicemente accontentarsi di contribuire a rendere fertile e produttivo il terreno socio-culturale in cui egli opera ed è chiamato a vivere.
Volendo consigliare i due scritti in assoluto più affascinanti, commoventi e di grande significato etico, culturale e anche umano di questa raccolta, senza dubbio la scelta ricade su "Un radioso avvenire... Risposta a una maturanda" e "Passeggiata per le strade di Klara", entrambi usciti nel 1952.
Il primo di questi due è la risposta a una lettera indirizzata al grande autore svedese, divenuto già all’epoca uno tra i giornalisti e scrittori svedesi più famosi e apprezzati nonostante la giovane età, da una ragazza che si appresta a sostenere l’esame di maturità, una certa Britt Tydbeck, sulla base di un’iniziativa proposta agli studenti in Svezia di poter inviare una missiva scegliendo il destinatario tra un gruppo ristretto e selezionato di importanti uomini di cultura di quel periodo, tra i quali è presente anche Stig Dagerman. Di fronte ai timori e alle incertezze sul proprio futuro della giovanissima ragazza e alle difficoltà di fare le scelte giuste a livello umano e professionale dopo la maturità, Stig Dagerman, con sorprendente umanità, libertà di pensiero e anche un cauto ma ben visibile ottimismo così raro nei suoi scritti più famosi, la invita ad affrontare con coraggio la vita contando soprattutto sulle proprie forze e credendo in se stessa e nei propri sogni. Si tratta di un testo che è un capolavoro assoluto di umanità, di libertà di pensiero e di visione esistenziale da leggere, rileggere e conservare come promemoria per ciascun essere umano in riferimento alla propria vita, con particolare riferimento ai giovani, ma tutto sommato prezioso, confortante e ottimistico invito per tutti noi. La citazione iniziale è tratta appunto da tale lettera. Semplicemente una meraviglia, che solo un autore di straordinaria sensibilità può scrivere e che è un consiglio ancora valido per qualsiasi persona di ogni parte del mondo e di qualsiasi epoca.
"Passeggiata per le strade di Klara" è invece il testo che chiude questa raccolta nella versione italiana e sicuramente può essere considerato il più letterario e narrativo di questi suoi scritti. In esso Dagerman racconta le sensazioni che prova girando un giorno a piedi per le strade del quartiere di Stoccolma di Klara, così denominato per la presenza della Klarakyrka, cioè della chiesa di S. Chiara, e attorno al quale egli è costruito, che tra gli anni Cinquanta e Sessanta iniziò a essere smantellato con l’abbattimento dei vecchi e storici edifici per lasciare spazio a un nuovo quartiere moderno che verrà in seguito denominato Stockholm City, probabilmente più vicino a modelli di altre capitali occidentali. Dagerman osserva da vicino le case che caratterizzano il quartiere, che per lui è stato importante come luogo delle sue prime rappresaglie come attivista anarchico contro il potere con l’affissione di manifesti e piccoli atti di insubordinazione, oltre a essere sede dei quotidiani di partito "Arbetaren" e "Storm", nei quali ha iniziato la sua carriera come redattore. Scrive in un passaggio:
Chi vive in una grande città di rado posa il suo sguardo su case che non sono le sue
riferendosi all’affascinante e nostalgica camminata che egli intraprende di sera e in cui, forse per la prima volta, riesce davvero a cogliere dettagli e particolari di quelle case e dell’intero quartiere, ai quali non aveva mai prestato attenzione pur essendoci stato e avendoci lavorato a lungo. Affiorano così ricordi, emozioni e anche un po’ di rammarico per un quartiere che sta lentamente cambiando, ed emergono le qualità del Dagerman scrittore, che pur essendo nato prima come giornalista sono di certo altrettanto meritevoli e encomiabili.
Uomo idealista, forse sfortunato in alcuni passaggi della sua vita, Stig Dagerman è cresciuto con i nonni paterni in campagna nelle zone adiacenti a Uppsala, dove è anche nato, nel piccolo centro di Älvkarleby. Questo in seguito alla rinuncia nei suoi primi anni di vita della mamma a crescerlo, dovuta a motivi economici e mancanza di tempo, con il padre che si era trasferito a Stoccolma per lavoro. Di famiglia proletaria e contadina ma economicamente dignitosa, il giovanissimo Stig ricevette l’educazione dai nonni paterni, che svolsero un ruolo fondamentale nella sua vita e forse rappresentano per sua stessa ammissione l’unico momento davvero sereno della sua esistenza per sua stessa ammissione, della quale conservò sempre un bel ricordo oltre a essere per lui fonte di ispirazione, fino alla tragica scomparsa proprio di suo nonno nel 1940, vittima della follia omicida e immotivata di uno squilibrato, al quale seguì poco tempo la perdita di sua nonna a causa di un’emorragia celebrale, due lutti che segnano per sempre la sua adolescenza e in seguito tutta la sua esistenza.
Stig Dagerman (1923 - 1954) spazia dall’articolo di giornale al saggio breve, dai romanzi ai racconti, dalle poesie alle opere drammaturgiche con la stessa disinvoltura, efficacia, profondità di sguardo e di animo che tali opere richiedono, mostrando una preparazione, una versatilità, un talento non comuni e che lo rendono uno tra i grandi autori del Novecento, nonostante la brevità della sua esistenza terrena interrotta bruscamente da un tragico gesto che egli compie e le cui motivazioni. per quanto emergano in parte dai suoi scritti, rimangono complesse, difficili da spiegare e per questo da non giudicare.
La politica dell’impossibile non è tra i libri più noti di Stig Dagerman, ma riesce a emozionare nonostante si tratti di testi di carattere perlopiù saggistico e giornalistico, a conferma della grandezza straordinaria di questo autore e di come il suo sguardo sulla politica, sulla società e sul mondo sia lungimirante, aperto e di una modernità incredibile. Per questo è assolutamente consigliato da leggere, perché pur nel suo sguardo razionale e un po’ pessimistico si apre in alcuni passaggi a momenti di straordinaria luce e bellezza che rendono indimenticabile ogni suo scritto.
- Autore: Stig Dagerman
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2016
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: La politica dell’impossibile
Indubbiamente interessante questo autore che conosco solo di nome. Da leggere. Con Lagerkvist, credo siano i maggiori della letteratura svedese.