Pubblicato per la prima volta nel 1982, Il baobab folle è l’opera d’esordio di Ken Bugul (pseudonimo di Mariétou Mbaye Biléoma). Si tratta di un romanzo disturbante, profondamente coinvolgente e difficile da classificare, ma che sicuramente può essere considerato un classico della letteratura femminile africana francofona. Storia di formazione, parzialmente autobiografica nelle sue confessioni dolorose e visionarie, il libro è frutto delle esperienze personali dell’autrice ed è nato come mezzo per metabolizzare e superare dei traumi. Il testo è stato tradotto in italiano e curato da Silvia Storti Shelyta e pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Cose d’Africa, che ha aggiunto al suo catalogo un titolo di indubbio valore.
La narrazione prende avvio in Senegal, nello Ndoucoumane, all’ombra simbolica di un baobab secolare: è qui che la protagonista vive il dramma dell’abbandono materno, evento che segna in modo irreversibile la sua infanzia e la sua adolescenza. L’assenza della madre diventa una ferita psicologica permanente, una mancanza che è all’origine di ogni ricerca di senso e di appartenenza.
Il baobab è un simbolo assai potente in Senegal. Albero della saggezza e tradizione orale africana, è strettamente connesso al mito, è sede di dialogo e segno di pace. Nobile e sacro, è stato a lungo il luogo di sepoltura della casta dei cantastorie.
spiega la curatrice, aiutandoci a calarci nella realtà di questa zona dell’Africa. Questo libro è anche una piccola miniera di notizie culturali e antropologiche, e questo gli attribuisce un valore aggiuntivo.
La protagonista ha la possibilità di studiare presso la scuola coloniale francese, che le appare inizialmente come un rifugio e una promessa di riscatto: il cosiddetto “Occidente” le si presenta come una meta da raggiungere, una “terra promessa” capace di colmare vuoti, offrire risposte e nuove possibilità. Dopo il liceo, una borsa di studio le permette di proseguire il suo percorso formativo in Europa, ma l’incontro tanto desiderato si rivela un viaggio attraverso gironi danteschi, lontano da ogni idealizzazione.
La protagonista entra in contatto con una realtà fatta di droga e prostituzione, che la porta sull’orlo della follia. L’Europa – che è periferia rispetto ai veri centri di potere del cosiddetto “Occidente” – non è il luogo dell’emancipazione, ma un caos fatto di edonismo e smarrimento, in cui l’io narrante si dissolve e tenta disperatamente di ricomporsi attraverso l’alterità, fino a precipitare in una lotta interiore per capire dove – e se – esiste un luogo a cui appartenere. Molte persone rincorrono il sogno di una vita ordinata, di un’esistenza prevedibile e quindi più facile, in questa ricerca alcuni si aggrappano ai culti e alle filosofie più oscurantiste e rigide, altri al settarismo di partito ("la patria politica"), altri auspicano il ritorno al “villaggio delle origini”, la prospettiva è la medesima: vogliono una super figura genitoriale che decida al posto loro. Anche la protagonista si sente attratta da simili visioni ingannevoli, adottando la critica al colonialismo come “pretesto-scusa” per problemi personali.
Stavo attraversando un periodo in cui cercavo di raggiungere quell’assoluto impossibile. Tutta la mia infanzia e tutta la mia adolescenza si erano svolte nei fumi delle costanti ricerche dell’indefinito. Fino ad oggi il problema rimane irrisolto, ma in fondo non ho mai potuto accettare la negazione dell’istinto, quell’indefinito che non è altro che la sottomissione a una schiavitù condizionata chiamata destino. Il colonialismo aveva destabilizzato tutto. E la coscienza era annegata nell’alienazione di una terza dimensione affascinante e atroce. Ma non volevo essere consapevole di tutto ciò e reagire. Mi rifiutavo di credere che il colonialismo fosse l’unica causa.
Una persona in gravi difficoltà può arrivare talvolta a fare pensieri orribili, e a preferire una sottomissione ’serena’ all’autodeterminazione. Così, nei momenti più bui, la protagonista medita:
Se fossi rimasta là [al piccolo villaggio nello Ndoucoumane], […] non avrei mai dovuto subire un aborto. Un sistema di valori prestabiliti e un approccio più sano alla sessualità impediscono tale situazione. Dunque, il matrimonio precoce per la donna. L’aborto era raro in qualsiasi villaggio tradizionale. Esistevano metodi ancestrali per sbarazzarsi di gravidanze che danneggiavano un’immagine o un processo sociale.
Come si può, in nome della paura, preferire un sistema oppressivo e patriarcale all’emancipazione? La risposta si può trovare solo nella sofferenza.
La traduttrice ricorda che Il baobab folle
È un manifesto femminista e un appello alla solidarietà di e verso tutte le donne. Esso si colloca nella florida corrente letteraria e di pensiero, femminile, nata in Africa subsahariana francofona tra gli anni ’70 e ’80, in cui le autrici s’ispirano al femminismo di stampo occidentale, di seconda e terza ondata, pur facendone gli opportuni distinguo.
Ken Bugul dimostra una capacità straordinaria di raccontare e spiegare la condizione di tutte le donne e questo è un ulteriore elemento che rende attuale la storia che ha scritto 43 anni fa. Questo libro è senza dubbio l’interessante affresco di un’epoca, ci sono i Pink Floyd, i Jefferson Airplane e i Ten Years After, ma non è solo questo. E anche ridurre il romanzo a una riflessione tra le tante sulle migrazioni o sul colonialismo significherebbe svilirlo.
Per un testo come Il baobab folle non va bene neppure l’etichetta di romanzo “afrocentrico”, poiché esso ha un significato universale: parla del dolore, dell’errore, della disillusione e del desiderio – comune a tutti (uomini, donne, adulti, bambini, bianchi, neri) – di sapere quale strada seguire nella propria vita. Esso racconta la frattura tra ciò che ci viene promesso dalle nostre illusioni e ciò che realmente troviamo, la delusione nei confronti dei miti, arcaici o progressisti che siano. A ben vedere, tra queste pagine emergono persino i limiti del panafricanismo, nobile ideale, ma destinato a scontrarsi con la complessità dell’Africa.
Osserva la protagonista del romanzo:
Non riuscivo a relazionarmi con gli Africani di altre nazionalità. Gli invasori ci avevano separati, messi gli uni contro gli altri, e noi non eravamo riusciti a uscirne. E come si può parlare di una lotta nera, di un potere nero, di una cultura nera, dell’unità africana se non abbiamo ancora risolto questo problema?
Chi ha studiato la storia dell’Africa sa che i colonialisti europei non si sono “spartiti il continente”, anzi, al contrario, con le loro conquiste hanno costretto popolazioni differenti a vivere insieme entro frontiere disegnate in maniera arbitraria che, con la decolonizzazione, sono diventate i confini di stati indipendenti e afflitti dal peccato originale degli odi tribali. L’Africa è un continente, un pezzo di terra su cui vivono popoli diversi, non una nazione. I colonialisti hanno discriminato i neri per il colore della loro pelle, il razzismo ha attribuito caratteristiche di inferiorità a tutti coloro che hanno determinati tratti somatici, ma davvero si può credere che tra coloro che sono discriminati possa nascere un senso di comunità basato su quegli stessi tratti somatici? Genti diverse per cultura, lingua e religione possono davvero pensare di unirsi partendo dal fatto che vivono nello stesso continente e hanno la carnagione più o meno scura? Senza trascurare il fatto che il razzismo e la discriminazione basata sui tratti somatici esistono anche tra i neri. Non sarebbe preferibile, a questo punto, che tutta l’umanità si unisse attorno a un ideale universalista? Bisogna cogliere anche dell’autocritica tra le parole di Ken Bugul.
Lo stile dell’autrice è un aspetto del romanzo su cui bisogna necessariamente soffermarsi. La scrittura è sognante, frammentaria, a tratti surreale; è uno stile che va capito, in parte è ancora acerbo, ma dimostra personalità. Tra le scrittrici senegalesi, lo stile di Mariama Bâ (1929-1981) – che forse è la migliore tra tutte – appare più maturo e formalmente compiuto; tuttavia, Il baobab folle possiede una forza dirompente e un’attualità che lo rendono, per certi versi, ancora più intenso.
- Autore: Ken Bugul
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788899991296
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il baobab folle
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