Questo libro è basato sui fatti certi, ma i protagonisti sono idealmente tutte le vittime degli ultimi otto mesi del secondo conflitto mondiale in estremo Oriente, nel 1945, americani e giapponesi. È un saggio di storia, lontana più di ottant’anni, in un teatro operativo anch’esso lontano, il Pacifico settentrionale e le Filippine. Oltre quarant’anni fa, Walther Nardini ha raccontato quella fase dell’offensiva USA contro il territorio nazionale o conquistato dal Sol Levante, ponendo l’accento sul pesante costo in vite umane, civili compresi in gran numero. Mursia Editore ha riproposto il lavoro in nuova edizione, nella collana “Testimonianze tra cronaca e storia 1939-1945 seconda guerra mondiale”: Gli eroi della guerra perduta. Samurai contro Marines nell’ultimo inferno del Pacifico 1945 (aprile 2026, 396 pagine), con due inserti di immagini in bianco e nero di 16 facciate ciascuno.
Professionista nel settore industriale e ricercatore storico per passione, genio e attitudine, il discendente dei conti Nardini di San Leo (La Spezia 1937-Milano 2019) ha firmato anche Cassino. Fino all’ultimo uomo, edizione Mursia più recente nel 2024.
Dolorosissimo, si è detto, il conto delle perdite in vite umane e sarebbe stato incommensurabilmente maggiore se si fosse concretizzato il progetto immorale del contrammiraglio Ohnishi, capo di Stato Maggiore della Marina Imperiale nipponica. Il 13 agosto 1945, propose in una riunione col ministro degli Esteri Togo e i comandati supremi delle Armi - ad Hiroshima e Nagasaki già cancellate - di trasformare militari e civili giapponesi in una massa umana da gettare contro il nemico. Una sorta di “attacco Banzai” dell’intera nazione. Se si fosse stati disposti a sacrificare venti milioni di uomini e ragazzi, inquadrandoli in una forza d’attacco speciale, il Giappone avrebbe conseguito la vittoria.
Nell’estate 1945, erano in molti a condividere il pensiero di Ohnishi. Nonostante due bombe atomiche e la dichiarazione di guerra dell’URSS, buona parte della casta militare riteneva a torto o a ragione d’essere ancora in grado di poter dire qualcosa nel conflitto. Ohnishi s’intendeva di sacrifici umani, aveva coordinato gli attacchi kamikaze dell’Aviazione navale giapponese contro la flotta americana nel mare delle Filippine. Il contrammiraglio si suicidò il 16 agosto, alla notizia ufficiale della resa incondizionata del Giappone.
Nardini, consapevole della durezza dello scontro nonostante l’Apocalisse mancata, non intendeva però limitarsi al resoconto degli eventi che avevano portato alla caduta dell’Impero giapponese. Nemmeno fermarsi ai combattimenti all’ultimo sangue tra le case di Manila e sulle spiagge di Iwo Jima, di Okinawa. Ha voluto scrivere “la storia vera” di migliaia di uomini americani e giapponesi, che per quasi otto mesi si diedero battaglia in terra, in mare e in cielo, nel disperato tentativo di superarsi. È la descrizione dell’ultimo, tragico atto della guerra nel Pacifico, “diversa, crudele, inumana, dove l’uomo, nel bene e nel male, superò sé stesso, vincitori e dei vinti”.
Fonte principale sono i superstiti degli scontri, ufficiali e soldati di fanteria, Marina, del Corpo dei Marines, dell’Aviazione Navale nipponica. E i civili. Non era stato facile trovare testimoni dell’Esercito Imperiale disposti a confidarsi, sia pure a quasi trentacinque anni dalla fine del conflitto. I prigionieri di guerra giapponesi, quelli che si erano arresi, si dimostravano estremamente restii a raccontare. La resa era sempre stata considerata un atto di codardia. Per di più, tanti non potevano in alcun modo parlare:
i piloti suicidi avevano portato con sé, in fondo al mare o sulla tolda di qualche nave, i propri pensieri; le vittime di Hiroshima non erano più in grado di dire niente.
Ma questa perdita di vite, pur negando sentimenti, paure, speranze, non ha cancellato tutto. Delle migliaia e migliaia di caduti, sono rimaste le lettere, i ricordi dei familiari e dei compagni, gli ordini ricevuti o spediti in fretta, materiale rintracciato e custodito poi dai vincitori.
Nel valutare le perdite subite da giapponesi e americani negli ultimi mesi del conflitto, sono stati presi in considerazione solo i teatri di guerra descritti nel volume. Le cifre riprendono i diari delle varie unità e le ricostruzioni ufficiali.
Il colonnello Kobayashi affermò che dei 400mila uomini di stanza nelle Filippine, solo 10mila avevano fatto ritorno in patria. Fonti americane contano a Manila 16.665 giapponesi, mentre valutano in 25mila le forze ancora a disposizione del generale Yamashita il 1 luglio 1945. Le divisioni statunitensi ammettono di aver perduto 37.854 uomini nell’intera campagna di Luzon (3.017 la I Divisione di cavalleria e 1960 l’11a aerotrasportata). La 37a pagò per Manila 3.732 tra morti, feriti e dispersi.
Secondo il maggiore Yoshitaka Horie, a Iwo Jima la guarnigione sommava 21.280 uomini. Di questi, più di 19mila vennero uccisi o si suicidarono. Documenti americani registrano 20.703 morti. Le tre divisioni di Marines impiegate subirono complessivamente 25.851 perdite, quelle dell’Esercito, della Marina e dall’Aviazione ammontarono a 2.835.
Secondo una monografia giapponese su Okinawa, le truppe del gen. Ushijima lasciarono sul terreno 87mila soldati, i caduti civili 50mila. La 10a Armata americana contò 39.420 tra morti e feriti, più 26.221 non direttamente periti in combattimento. La US Navy pagò agli attacchi dei kamikaze un contributo di 9.731 uomini, 763 aerei e 36 navi. Altre 368 vennero danneggiate più o meno gravemente.
Per gli americani, i giapponesi sacrificarono a Okinawa 142.058 tra militari e civili. Vanno aggiunti i 3.665 marinai e ufficiali della 2a Flotta Combinata (2.498 morti sulla sola corazzata Yamato).
- Autore: Walther Nardini
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Mursia
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Gli eroi della guerra perduta. Samurai contro Marines nell’ultimo inferno del Pacifico 1945
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