La premessa è chiara: questa è una testimonianza di seconda generazione e non un romanzo. Eppure è criptica, allo stesso tempo. Colleghiamola al titolo del volume, E vi cerco ancora di Fulvio Solms (Minerva Edizioni, Argelato-Bologna, aprile 2024, 240 pagine), con un inserto di 16 facciate a colori di immagini e documenti. Cominciamo a sfogliare il libro del giornalista sportivo e molto presto, con tanta umana partecipazione, comprenderemo il perché della “seconda generazione” e del “non è un romanzo”, pur essendo chiaramente “una testimonianza” in forma di racconto. E che racconto.
I miei nonni paterni erano ebrei tedeschi... ebrei berlinesi, originari della Pomerania.
Sono svaniti nel 1942, strappati da casa dalla macchina della soluzione finale nazista - rabbiosa eppure gelidamente organizzata - e andati incontro a un destino immaginabile ma ignoto, da qualche parte del centro Europa. Gli arredi della loro abitazione ricomparvero a Shanghai. La “necessità di cercare” la verità sul loro destino ha trovato tempi e luoghi solo settant’anni dopo gli eventi, perchè il padre orfano soffriva ma non cercava, pensava ma non voleva sapere, come se questo potesse lenire il dolore. Espatriato nel 1933 e cresciuto in Italia, importante giornalista, era nato Adolf, ebreo, in Germania ed è morto, Marco, cattolico, in Italia, dopo una seconda vita tra il Nord, la Calabria e Bari, una terza a Roma. Troppo tedesco per sentirsi italiano, troppo italianizzato per essere rimasto del tutto tedesco. Fulvio, invece, ha fatto molti passi avanti, ma è determinato a provarci ancora, in tutti i modi, perché ogni volta che riesce “è una piccola meraviglia”. La ricostruzione non è stata semplice, non lo è, non lo sarà. Lo sa bene.
È partito da brandelli di racconto racimolati da ragazzino, pochi ma fissati bene nella memoria. In fondo a un cassettone, nella casa di Roma, due documenti gialli rilasciati nel 1956 dall’Allied High Commission for Germany. Uno riportava informazioni generiche su Martin Solms: indirizzo di residenza, attività lavorativa (imprenditore tessile a Stettino), data e destinazione della deportazione, più altri elementi meno significativi, non senza qualche errore anche marchiano. L’altro riferiva di Else Rosenthal. Entrambi riportavano: prelevati il 17 ottobre 1941 (data sbagliata) a Berlino-Wilmersdorf in Pommersche Strasse 12A e inviati al ghetto di Łodz. Erano indicati anche data e luogo di morte presunti, 31 dicembre 1944, Łodz, elementi manifestamente generici, giusto per chiudere la pratica. Tutto qui. Approfondendo, ha scoperto che il tribunale di Berlino-Charlottenburg aveva dichiarato la morte presunta di entrambi il 16 settembre 1948.
Quando provava a interrogare il padre, Adolf-Marco rispondeva malvolentieri, col poco e contraddittorio che sapeva o di cui s’era voluto convincere: sono stati deportati a Łodz, sono morti a Łodz, sono morti nel viaggio verso Łodz. Discorso chiuso. Poi, soltanto silenzi.
Mai avrei potuto raccontare a mio padre la sua storia. Oggi drammaticamente realizzo quanto la fatica di tenere viva la memoria sia proporzionale al non detto, un’area creata e ampliata non soltanto dai comprensibili silenzi di chi ha sofferto la persecuzione, ma anche dalle domande mai poste che costituiscono una colpa tutta nostra, di noi della seconda generazione.
Il dovere di rispettare il dolore del padre, tanto ermetico e composto per la perdita di genitori, ha cristallizzato per anni domande e risposte. La morte di Marco nel 2004 non ha soltanto accelerato l’inchiesta personale di Fulvio, l’ha letteralmente liberata. Dice d’avere preferito mantenersi fedele alla veridicità dei fatti, a costo di lacune, che impediscono a questa storia di scorrere come un romanzo, con un inizio, uno svolgimento e una chiara conclusione, che condurrebbe al campo di sterminio nazista di Chełmno, nella Polonia invasa e occupata dai tedeschi. Si è concesso appena “qualche minimo cortocircuito” tra documenti e testimonianze, relative al gruppo di deportati di Łodz, di cui i nonni fecero parte. Ha “viaggiato” alla ricerca di tracce “impigliate” in angoli impensabili di mondo, ha cercato documenti che chiedevano solo d’essere scoperti, ha interrogato la memoria di qualche “suo tenace custode”, ha percorso le vie del web. Alla fine, ha trovato non poco:
verità che riguardavano mio padre più di ogni altro umano, ma che sono arrivate a me dopo aver saltato di netto una generazione.
Si sono composte davanti a lui e contribuiscono a rendere chiaro il mosaico, che negli ultimi anni
ha trovato spazio in me fino a costituire la trama della mia anima. Una cosa molto privata, della quale ora mi sorprendo a scrivere.
Verità più sconcertanti e dolorose di quanto immaginabile, tali da giustificare pienamente i silenzi paterni. Assicura che non smetterà mai di cercare, perché altre sono ancora nascoste, “in qualche miniera abbandonata della conoscenza”.
Per Fulvio Solms non c’è una Shoah con 6 milioni di ebrei sterminati, ma 6 milioni di singole Shoah che devono essere ricordate per andare oltre ogni banalità del male. Nato nel dicembre 1958 a Bari, è di religione cristiana. Giornalista professionista, ha svolto l’intera carriera nel “Corriere dello Sport”, occupandosi di tutti gli sport alternativi al calcio. Al rugby è seguito il mondo dei motori: negli anni Ottanta i rally, poi la Formula 1, che lo ha portato a raccontare i Gran Premi da inviato in tutto il mondo. Responsabile anche degli sport invernali, ha seguito sette edizioni delle Olimpiadi della neve, oltre alla Coppa del Mondo di sci alpino. Con questo libro tanto intimo e sentito, sconfina per la prima volta dallo sport.
- Autore: Fulvio Solms
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2024
- ISBN: 9788833246956
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: E vi cerco ancora
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