Prendete una qualsiasi cartina della Francia continentale, di quelle dalla legenda colorata che, a sfumature diverse, dalla più intensa alla più debole e tenue, indichi un andamento a vostra scelta: densità di popolazione, PIL, tasso di assunzione nel settore terziario… qualsiasi cosa. Spunterà sempre un’ampia fascia dalla tonalità costante, dritta da nord est a sud ovest, a tagliare implacabilmente in due l’esagono. La chiamano la “diagonale del vuoto” ed è frutto di un processo storico di abbandono ed emigrazione; un territorio che si frammenta in diverse regioni e dipartimenti e che ha al centro esatto, in quello che poi è il cuore di tutta la nazione, l’Alvernia. Se questo ampio spazio montagnoso rischia la maledizione della parte più carente di statistiche e infografiche, può però vantare un suo cantore di assoluta eccezione, un bardo tagliente, acuto e poliedrico: Pierre Jourde, che alle vette filosofiche e geografiche, dopo i suoi precedenti romanzi, ritorna con il volume Dalla montagna perduta (Prehistorica editore, 2025, trad. di Silvia Turato).
In questo volume, l’autore de Il viaggio del divano letto sonda, attraverso sei testi riuniti per la prima volta dentro un’unica copertina, molteplici aspetti della montagna, che è anzitutto la montagna dell’Alvernia. Le prime pagine sono infatti dedicate a un tentativo di descrizione della regione – tentativo perché “questa terra così particolare non ha un’identità netta” e a descriverla vanno presi in prestito orizzonti diversi, anche molto lontani fra loro. Attraversando l’Alvernia, infatti, Pierre Jourde si rende conto che, ora per gli ampi spazi aperti semideserti, ora per i nomi bislacchi che poco sembrano avere a che fare con la lingua di Molière, questa terra ha insieme qualcosa del far west americano e delle steppe infinite dell’ex impero sovietico, e ci si aspetterebbe quasi di scorgere una banda di soldati mongoli pronti alla conquista e alla razzia o un villaggio che pare innalzarsi nel “fondo al fondo del mondo”.
In questo “non-luogo” che “rimane un esilio e uno smarrimento”, a intessere in maniera serrata il suo fascino mutevole e sfuggente, partecipano insieme i suoi sparuti abitanti e le attività che ne scandiscono il quotidiano. Immergendosi in questi due aspetti, Pierre Jourde inizia a distaccarsi da una mera (anche se estremamente peculiare e affascinante) descrizione dei luoghi per penetrare più a fondo nell’indagine delle sue pagine, abbandonando gli aggettivi e le frasi di presentazione per innalzarsi verso scienze ben più solide, come l’antropologia, la filosofia e l’arte del ricordo. Ché la montagna, per questo autore, è un’ascesa insieme fisica e mentale: dalle vette, infatti, sembra sempre dipanarsi una visione più nitida e globale anche sull’umano e sulle sue caratteristiche.
Così, notando un aspetto assai incongruo degli alverniati e di uno in particolare, Régis, un garzone a giornata senza domicilio fisso, l’autore si rende conto che un oggetto onnipresente in Alvernia è l’ombrello. L’ombrello in piena steppa mongola, qui nel nulla centrale della Francia? Inizia così una vera e propria disamina di questo oggetto, che spinge Jourde a questa conclusione:
Forse, in fondo, l’ombrello serve non tanto a proteggersi dal cielo o a munirsi di tenebre portatili, quanto a sondare lo spazio, a brancolare nella singolarità di quella terra. Sotto quell’ala da semplice accessorio domestico, l’ombrello è in realtà un radar, un’antenna di telecomunicazione abilmente camuffata, per mezzo della quale, con nonchalance, permearsi di alvernità, o di alvernitudine, la parola esatta non esiste.
Régis e il suo ombrello erano l’immagine della curiosa associazione di selvatichezza e delicatezza che caratterizza quella terra.
O ancora, l’autore partecipa come spettatore a un’attività che, per secoli, ha scandito il succedersi delle stagioni in questo territorio, così come in molti altri: l’alpeggio. Salire verso le vette insieme alla mandria in direzione di pascoli verdi, abbondanti e nutrienti, sfidarne le intemperie e riscendere alla data convenuta verso valle sono meccanismi che stanno rapidamente soccombendo alle nuove tecniche agrarie, così come il paesaggio sta mutando con l’arrivo di nuovi mezzi. Fra la fatica dell’ascesa in pendenza, quindi, Pierre Jourde si rende conto di star assistendo all’ultimo alpeggio, e un senso di malinconia (quello, comprensibile, per un mondo di ieri in procinto di tramontare) lo afferra alla gola. A salvarlo è proprio l’animo dell’Alvernia e le sue lezioni:
E mentre io mi rammaricavo, al momento della demonticazione, sorseggiando l’aperitivo, del fatto che quella sarebbe stata l’ultima alla quale avremmo brindato, Gillou, che sa toccare i tasti giusti, come al solito, ha detto al volo, a me che ho l’incarico di essere il narratore di storie, che ci sarebbero rimaste le storie, e che, fossero anche venuti meno gli alpeggi, non sarebbero comunque mai mancati i motivi per brindare, e per raccontare. Lui sa d’istinto che l’esperienza più forte, quella che viviamo in questi giorni di alpeggio, così vicina a quanto pare alle cose reali, il freddo, la terra, le bestie, il mondo selvaggio, l’alcol e la selvaggina, è tutta intessuta di immaginario.
Perché c’è un legame indissolubile fra Alvernia e Jourde, e passa dalla letteratura. La famiglia dell’autore è infatti originaria di Lussaud, un paesino i cui abitanti si contano a sole tre cifre e che sta al centro del meraviglioso dittico formato da Paese perduto e La prima pietra. Ciò a dire che l’immaginario dello scrittore, che già di per sé è fortemente immaginifico, parte da queste lande, da questo orizzonte. Sarà dunque un piacere immenso perdersi, letteralmente, fra le pagine dell’ultimo testo della raccolta, Fantasmi, un’immersione frammentata, eterogenea e assai complessa nei ricordi del romanziere, fra memorie dell’infanzia ed entità pagliaccesche che riaffiorano costantemente in tutti i suoi scritti.
Dalla montagna perduta è quindi una miscellanea di viaggi, concreti ed eterei allo stesso tempo, che sposta gli equilibri puntellandosi in un centro vuoto che è al contempo ricco di meraviglie, oscillando fra il bianco e il nero – colori onnipresenti in Alvernia –, fra il passato e il presente, andando alle radici ad alta quota dell’autore e alle caratteristiche tutte in pendenza dell’umano.
- Autore: Pierre Jourde
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Prehistorica Editore
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788831234436
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata sololibri.live
Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Dalla montagna perduta
Lascia il tuo commento