Una famosa immagine di Einstein, scattata da Arthur Sasse nel 1951
Un’idea geniale, una soluzione geniale, un libro geniale, persino una battuta geniale. La parola scivola nella conversazione quotidiana quasi senza lasciare traccia, eppure porta con sé una storia molto più antica di quanto suggerisca il suo uso corrente. Dietro quel semplice aggettivo sopravvive l’eco di una divinità, di una forza invisibile che accompagnava l’essere umano durante la vita e che, nel corso dei secoli, avrebbe lentamente abbandonato il mondo degli dèi per entrare in quello dell’individuo.
Nell’accezione contemporanea, “geniale” può indicare una straordinaria capacità intellettuale, una particolare creatività, un’intuizione felice, oppure semplicemente qualcosa di molto bello, riuscito o sorprendente. In francese il percorso si è spinto ancora oltre: génial può essere una vera e propria esclamazione, equivalente al nostro “fantastico!”. La parola che un tempo evocava una presenza divina è diventata così una delle espressioni più comuni dell’entusiasmo quotidiano.
Per arrivare fin qui bisogna tornare molto indietro, fino alla Roma antica, quando il genius non era ancora il genio che oggi immaginiamo.
“Genius” e “Iuno” nel mondo romano
Per i Romani il genius non era una qualità intellettuale eccezionale. Era una presenza divina, una forza tutelare legata alla persona, alla famiglia e alla capacità generativa. Il termine è connesso alla radice latina di gignere, “generare”, e rimanda dunque all’idea della nascita, della vita che viene alla luce e continua a propagarsi. Il genius accompagnava l’uomo durante la sua esistenza, come una forza invisibile che gli apparteneva e insieme lo trascendeva.
Anche l’antico aggettivo genialis conserva questa origine. Ciò che era genialis apparteneva al Genius ed era legato alla sua forza benefica e generativa. Una parola che oggi associamo immediatamente all’intelligenza nasce dunque in un territorio semantico molto diverso, dove creatività e generazione non sono ancora separate.
Nella cultura romana c’è anche una distinzione che col tempo sarebbe diventata quasi invisibile, ma che oggi appare particolarmente eloquente. Se ogni uomo possedeva il proprio genius, alla donna corrispondeva la Iuno, la sua forza tutelare personale. La tradizione romana stabiliva dunque una diversa rappresentazione della forza vitale maschile e femminile. Il genius apparteneva all’uomo; la Iuno, a Giunone, apparteneva alla donna ed era legata alla sua energia vitale e, soprattutto, alla capacità generativa e procreativa.
Talvolta questa corrispondenza viene confusa con quella della Luna, perché l’immaginario occidentale ha associato per secoli la dimensione lunare alla femminilità, ai cicli, alla fertilità e alla maternità. Nella religione romana, tuttavia, l’equivalente personale del genius maschile era la Iuno, non la Luna. La distinzione è sottile soltanto in apparenza, perché racconta due modi differenti di rappresentare la forza della vita: da una parte il genius, dall’altra la Iuno.
Osservata con gli occhi del presente, questa differenza acquista un significato particolare. L’uomo possiede una forza che, nel corso dei secoli, verrà sempre più associata alla sua individualità, alla sua inclinazione personale e, infine, alla sua capacità creativa in senso lato. La donna viene invece ricondotta a una figura intimamente connessa alla natura femminile e alla generazione. Non sarebbe corretto attribuire ai Romani le categorie contemporanee della creatività e dell’intelligenza; tuttavia, la distanza tra queste due rappresentazioni resta significativa. La parola destinata a diventare “geniale” nasce da un riferimento al maschile.
Il cambio di rotta nell’opera di Elena Ferrante
Questa origine merita anche una considerazione critica. Per secoli l’idea di genio è rimasta fortemente associata ad una figura maschile: il genio creatore, l’artista, lo scienziato, l’inventore, l’uomo eccezionale capace di elevarsi al di sopra della misura comune. Ciò significa che la cultura occidentale ha costruito a lungo l’immagine stessa della genialità attraverso un modello prevalentemente maschile; il termine porta dunque con sé una memoria culturale che precede di molto il suo significato contemporaneo. Proprio questa eredità rende particolarmente significativo il momento in cui la parola passa al femminile e viene riferita, senza alcuna attenuazione, a una donna, come è accaduto nel clamoroso caso letterario de L’amica geniale che, se non altro, ha avuto il merito di accostare l’aggettivo geniale ad un nome femminile. Anche per questo L’amica geniale contiene, al di là della trama e delle intenzioni dell’autrice, qualcosa di culturalmente significativo: il titolo sembra quasi riaprire la storia della parola e, questa volta, collocare la genialità dalla parte di un personaggio femminile.
Il titolo compie un involontario rovesciamento della storia della parola: attribuisce senza esitazioni a una donna quell’aggettivo che, nella sua origine simbolica e nella lunga tradizione del “genio”, era stato associato soprattutto al maschile.
Il merito di Elena Ferrante è anche quello di aver portato questa espressione fuori dai territori specialistici della storia dell’arte, della letteratura o della filosofia e di averla consegnata a un pubblico vastissimo nella sua forma femminile. L’amica geniale è diventato un titolo conosciuto in tutto il mondo e ha contribuito a rendere immediatamente familiare l’accostamento fra “geniale” e “amica”, fra genialità e una protagonista femminile. Non si tratta necessariamente di una dichiarazione programmatica sul rapporto tra donne e genialità; il valore del titolo sta anche nel fatto che la sua forza simbolica può essere colta indipendentemente dalle intenzioni dichiarate dell’autrice.
La scelta appare ancora più interessante se si considera che il titolo francese introduce uno scarto: L’amie prodigieuse. Prodigieuse non è semplicemente la traduzione di “geniale”. Il prodigio appartiene a un’altra famiglia di immagini: richiama ciò che è straordinario, eccezionale, quasi meraviglioso. La traduzione sposta dunque leggermente il baricentro del titolo: l’amica italiana è “geniale”; quella francese è “prodigiosa”. La differenza sembra minima ma è significativa. “Geniale” suggerisce qualcosa che nasce dall’interno, una disposizione, una facoltà, una qualità dello spirito. “Prodigiosa” mette maggiormente in evidenza ciò che appare fuori dall’ordinario, ciò che suscita stupore. Una parola conserva l’eco lontana del genius; l’altra sottolinea il prodigio che si manifesta agli occhi degli altri.
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Geniale: duemila anni di trasformazioni semantiche
La storia della parola sembra così compiere un lungo cerchio. Da divinità tutelare a forza vitale, da disposizione naturale a talento creativo, da talento creativo a qualità di un’opera, fino all’esclamazione quotidiana "Génial!", il genius ha attraversato quasi duemila anni, trasformando continuamente il proprio centro di gravità. All’origine era una presenza invisibile legata alla vita dell’individuo. Il genio moderno nasce quando quella presenza viene interiorizzata: ciò che prima apparteneva ad una forza divina diventa una facoltà dell’essere umano.
Resta allora una curiosa ironia nella storia di questa parola. La cultura romana aveva affidato il genius all’uomo e la Iuno alla donna; molti secoli dopo, una scrittrice può intitolare il proprio romanzo L’amica geniale e mettere al centro della narrazione due donne, due intelligenze, due destini che si riconoscono e si misurano attraverso la parola. La parola è cambiata, e con lei si è modificato anche il mondo che la pronuncia. Il genius non abita più accanto all’uomo come una divinità tutelare, ma è entrato dentro di lui, poi dentro le sue opere, poi nelle sue idee e infine nel linguaggio quotidiano. Persino quando esclamiamo semplicemente “geniale!” senza pensare alla sua origine, qualcosa di quell’antica presenza continua a riecheggiare.
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Da “genius” a “geniale”: la lunga storia di una parola, dai Romani a Elena Ferrante
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