Il 3 agosto, mentre l’Italia era attanagliata dalla morsa del caldo e chi poteva cercava refrigerio, ricorreva l’anniversario della morte di una scrittrice dalla modernità intramontabile: Colette.
Vale dunque la pena, a mio avviso, ricordarla oggi, seppure in un giorno qualunque, anzi, talora lontano dai riflettori degli anniversari ufficiali, è proprio allora che possiamo leggerla meglio: non soltanto come una delle figure più libere e anticonformiste della letteratura francese del Novecento, ma come una donna che ha fatto della propria vita e della propria opera un incessante attraversamento delle convenzioni, dei ruoli e dei confini imposti alle donne.
Colette: la narrazione di una donna di ritorno a se stessa
Sidonie-Gabrielle Colette moriva il 3 agosto 1954 . Ricordarla significa celebrare, attraverso la sua scrittura, il viaggio di una donna verso la propria natura, verso quella parte di sé che non accetta di essere addomesticata. Colette, raccontando di donne che cercavano la libertà, ha di fatto narrato il complesso ritorno di una donna verso se stessa.
La scrittrice infatti incarnò i ruoli che la sua epoca aveva predisposto per una donna, moglie, madre, ma anche amante e artista, senza lasciarsi definire da nessuno di essi. La sua trasgressione non fu soltanto sociale, anzi fu soprattutto un atto di fedeltà a quella parte di sé che non voleva essere addomesticata.
Colette e la lingua della Donna Selvaggia
È forse per questo che nei suoi libri la natura non fa semplicemente da sfondo. I giardini, i fiori, le stagioni, gli animali, i profumi e il corpo sembrano parlare una lingua più antica di quella delle convenzioni sociali, una lingua istintiva e ancestrale. È la lingua della Donna Selvaggia di cui parlerà, molti decenni dopo, Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono coi lupi, l’archetipo di quella parte della psiche femminile che conserva un sapere antico, istintivo, creativo e fisico che la cultura può aver messo a tacere, ma non cancellato.
Colette sembra conoscere quella lingua. La ascolta nel desiderio, nella sensualità, nella solitudine, nell’amore, la ascolta soprattutto nel rapporto con la natura. E allora il giardino diventa qualcosa di più che un luogo, è un’immagine dell’anima, il territorio segreto dell’inconscio. Un giardino che esiste dentro ognuno di noi. Vi sono parti di esso che abbiamo coltivato perché erano accettabili, amabili, riconosciute dagli altri. E ve ne sono altre che abbiamo lasciato incolte perché troppo ingombranti, troppo indipendenti, troppo vulnerabili o semplicemente incompatibili con l’immagine che avevamo di noi stessi.
La natura, i gatti e il proprio giardino interiore
Ecco che anche i gatti prevadono l’universo di Colette. Il gatto è un animale liminale, si posiziona sul confine tra il selvatico e il domestico, si avvicina ma non appartiene, è una presenza silenziosa. Il gatto non chiede il permesso di essere se stesso - così Colette non ha mai chiesto approvazione per mostrarsi nella sua complessità, mai definitiva, perché l’individuazione non è un processo di perfezionamento, ma piuttosto di integrazione delle nostre ombre.
La Donna Selvaggia di Pinkola Estés infatti non invita a fuggire dalla civiltà, ma a ritrovare il contatto con la propria natura profonda, e Colette sembra aver fatto proprio questo: ha espresso il selvaggio nel mondo, è riuscita ad appartenere al mondo senza mai smarrire se stessa, giungendo adun’elevata forma di libertà.
Ricordare Colette oggi, dunque, è un invito a riconnettersi con le energie archetipiche che forgiano il nostro giardino interiore.
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Colette, la donna selvaggia che non voleva essere addomesticata
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