Finalista al Premio Strega e al Premio Campiello 2026, vincitore del Premio Bergamo e della prima edizione del Premio Strega Deutschland, Lo Sbilico (Einaudi, 2025) è la storia di uno sperdimento: un libro in grado di parlare a chiunque, almeno una volta, non si sia riconosciuto nelle proprie facoltà psichiche e mentali. È la storia di Alcide Pierantozzi, “un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido”, un uomo con i propri difetti come tutti noi abbiamo, anche se i suoi difetti sono confermati da almeno quattro pagine di diagnosi: “disturbo bipolare”, “spettro dell’autismo”, “dissociazione dell’io”, “pensieri di mancata autoconservazione”, “fobie” ed altro. Alcide funziona in maniera diversa rispetto alla maggior parte delle persone, tuttavia è proprio la sua diversità a renderlo dotato di una spiccata sensibilità e capacità di dar voce alle proprie parole con una forza e coraggio fuori dal comune.
Nella sua autobiografia che diventa una sorta di diario di bordo (alcune parti sono state però romanzate), Alcide descrive una realtà alternata principalmente da farmaci, da scompensi emotivi e da allucinazioni. Il libro, di una sincerità “disarmante”, è in grado di descrivere davvero cosa sono la malattia mentale, l’alienazione e il disagio psichico che solo chi li vive riesce a descrivere così bene. L’autore racconta delle sue difficoltà che incontra nella vita di tutti i giorni e della stigmatizzazione e dei pregiudizi con i quali si scontra quotidianamente (come quando chiede di abbassare la musica nello stabilimento balneare perché troppo alta per il suo orecchio e gli viene suggerito di recarsi nella spiaggia per disabili) e di come deve lottare per far valere i propri diritti di persona con “disabilità”. Le parole che Alcide utilizza (e che vengono maniacalmente scelte) sono crude, pungenti, dure e alle volte confuse: esprimono verità, dolore, accettazione e desiderio continuo di miglioramento. La sua autobiografia diventa quindi una testimonianza potente di una condizione che molti si vergognano anche solo a nominare o a riconoscere (come il padre di Alcide che non voleva riconoscere il disagio psichico del figlio); solo nominando le cose per quello che sono, si riesce a dare loro la giusta dimensione e valore e trovare una strada per possibili soluzioni, combattendo le discriminazioni:
“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”.
La lettura del libro è risultata intrigante: semplice e complessa allo stesso tempo. Pur essendo un libro rivolto a tutti, non è una lettura per tutti, data la complessità della struttura e delle terminologie utilizzate. I passi sono alternati a volte da un linguaggio più diretto, chiaro e preciso, a volte da un linguaggio più complesso e arzigogolato che risulta di difficile comprensione. I frequenti feedback contribuiscono a rendere la struttura narrativa ancora più complessa, ma allo stesso tempo la storia risulta sempre avvincente e si ha la voglia di proseguire nella lettura per scoprire cosa viene dopo.
Lo consiglio vivamente.
Recensione del libro
Lo sbilico
di Alcide Pierantozzi
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Perché leggere “Lo Sbilico”, il libro disarmante finalista al Premio Campiello 2026
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