Prima di analizzare questo splendido saggio di Marta Mariani, vanne spese alcune affermazioni: l’autrice di questo libro, oltre a un amore incondizionato per Cesare Pavese, ha il dono di rendere elegante e comprensibile un saggio. Non è da tutti. Di solito i saggi sulla letteratura italiani o li capisci subito come un "bignami" o sono di una difficoltà ricercata, come a dire il mio gruppo di sostegno e gli amici mi capiscono subito. Beati loro. Il titolo di questo libro è Mitografia di un’affinità - L’incontro tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (Divergenze edizioni, 2023, con una nota di Francesca Belviso) ed è l’incontro tra un uomo e una donna che hanno dato tanto all’Italia proprio come fece Cesare Pavese durante e dopo il secondo conflitto bellico. Mentre Rossellini girava Roma città aperta, Garufi e Pavese non potevano certo immaginare che quel film che li aveva emozionati diventasse un film studiato nelle università, il capostipite del neorealismo con la grande Magnani e Aldo Fabrizi, che si odiavano mortalmente mentre creavano un capolavoro.
Pavese e Garufi si conobbero nella sede romana della casa editrice Einaudi. Entrambi avevano una passione intellettuale verso Jung e la psicologia in generale, non avendo trovato in Freud quell’afflato da studiosi della mente umana perché tutti erano al capezzale di Sigmund. Anche perché di Freud ne sapevano un po’ tutti e la spinta propulsiva per studiarlo si era come affievolita, anche se chi scrive pensa che il libro Il disagio della civiltà di Sigmund Freud sia essenziale per comprendere anche Carl Gustav Jung.
Nel completare la conoscenza tra Pavese e Garufi, Marta Mariani scrive che nelle missive c’è una studiosa Garufi, donna del Sud, diretta, che a volte scrive cose che devono restare oscure e un Pavese già "al culmine della disperazione", come avrebbe scritto Emil Cioran.
Ma nel frattempo Pavese si interessa di miti greci e di Omero ma scrive alla Garufi
Io sono certo, Bianca, che in te dorme una grande energia, perché tu sei fatta di energia.
Bastano poche righe per capire la complessa situazione tra Pavese e Garufi, attraversata da un sottile erotismo che resta sottotraccia. Anche se lo scrittore è un pasticcione che scrive “cara Fernanda (Pivano)” al posto di Bianca. E anche l’autrice del saggio sembra perplessa dal lapsus, che mette in ambasce la loro conoscenza recente che è anche protetta da Dioniso. Anche se sul sesso Pavese riversa rimandi classici, e poi è l’uomo che deve agire. Quindi in poche righe Mariani ci ricorda che Bianca è abituata al patriarcato e la sua volontà conta assai poco: bisogna pur ricordarci che la donna non votava, non aveva quindi nessun potere politico e sociale. Restano i sentimenti, che possono essere esplicitati in modo anche molto diverso.
Tra mitologia e traduzioni per sbarcare il lunario, Bianca Garufi lo scrive, lo dice a sé stessa e al suo timido intellettuale che lo ama senza riserve. E intanto mentre lo scrittore si abbandona a idee mitologiche, Garufi va in analisi, che dopo la guerra (siamo nel 1946) non mancano le cose da dire e da fare e la studiosa si reca dal sodale Ernst Bernhard ma più per parlarsi tra loro, tra lei e Bernhard, che in realtà contano assai poco se c’è un giovane orfano da dare in adozione e mancano le cose necessarie. Si fanno file per comprare il pane e la pasta, si cerca un lavoro e una casa. Ma Garufi non demorde e in quel bailamme di miseria non dimentica la psicanalisi di Jung e l’aiuto del dottor Bernhard, dove pur senza lettino o una sedia molti personaggi famosi erano in attesa; Fellini, per esempio.
Bernhard ha fiducia nel genere umano e l’autrice la conoscete già, magari a vostra insaputa. Fuoco grande è un libro incompiuto scritto a quattro mani da Pavese e Garufi. Anche se erano piuttosto stanziali, capitava che il capitolo dell’uno venisse spedito e Garufi faceva lo stesso. In queste pagine si vedrà un Pavese bipolare, in quanto a volte il primo capitolo scritto da lui non gli piaceva, ma aveva da ridire anche sul capitolo Garufi e poi gli piaceva tutto. Non era per niente semplice scrivere con Pavese. E questa lapalissiana verità ci riporta al mito e agli studi etnografici che erano diventati per Cesare Pavese un’ossessione.
La scrittrice Marta Mariani, che ha la stoffa per scrivere in prosa anche se la narrativa italiana è in un momento di crisi a causa, anche, dei troppi libri pubblicati, ha una scrittura raffinata e sinuosa che ha il pregio di farci vedere un Cesare Pavese diverso, un intellettuale che scriveva, traduceva, leggeva i manoscritti degli esordienti e, forse, pregava - a modo suo. Saggio meraviglioso per stile e contenuto che si può leggere anche come un romanzo.
- Autore: Marta Mariani
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2023
- ISBN: 9788831900706
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Mitografia di un’affinità
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