Allora è vero, come si vedeva in epici film di metà Novecento, che gli occidentali cucivano i cadaveri dei musulmani in una pelle di maiale, per renderli impuri e negare loro il paradiso in compagnia di settantadue urì. È l’oltraggio subito in India nei primi del XX secolo da un giustiziato - assassino di un ufficiale inglese delle truppe coloniali - nel romanzo-biografia di un giovanissimo tenente britannico, Francis Yeats-Brown, Le avventure di un lanciere del bengala, testo esoticissimo apparso nel 1929 e da poco disponibile nella traduzione di Margherita Grandi, per i tipi della casa editrice Oaks di Sesto San Giovanni (febbraio 2026, collana “Vite convergenti”, 220 pagine).
Poche righe dopo, però, l’aiutante maggiore del 17° Cavalleria, di guarnigione a Bannu, nella provincia del Khyber, oggi in Pakistan, negherà davanti al giovane collega la provocatoria punizione aggiuntiva (“quella è una frottola”). Restano comunque suggestive e tante le curiosità e le scoperte dell’allora non ancora ventenne Francis Charles Claydon (1886-1944), sbarcato nel 1905 nella colonia della Corona inglese, fresco di diploma e grado nella Reale Accademia Militare di Sandhurst. Da queste sue memorie venne tratta nel 1935 una pellicola d’avventura di grande successo, “I lancieri del Bengala”, interpretata da Gary Cooper.
Dobbiamo le informazioni sull’autore e sul libro alla prefazione dell’anglista Luca Gallesi. Una vita decisamente avventurosa quella di Yeats-Brown, nato a Genova, terzogenito del console britannico. Rimase cinque anni in Liguria, fino al trasferimento paterno a Boston e da qui in Irlanda. Secondo i suoi ricordi, la vocazione della armi risale a una visione durante un rialzo febbrile. Ai piedi del letto, un piccolo monaco gli aveva profetizzato un futuro da lanciere, mai fino ad allora nelle corde del ragazzino, che ignorava ogni aspetto della carriera militare.
Gallesi sottolinea l’incrocio tra due aspetti significativi nella vita di Francis: il servizio in uniforme e “le esperienze paranormali”, che abbondano nel suo soggiorno nel subcontinente indiano. L’aveva raggiunto da tenente dei Royal Rifle Corps, destinato a Bareilly, nell’Utter Pradesh, prima di passare, un anno dopo, tra i Lancieri del 17° Cavalleria, il suo reparto d’elezione. All’inizio, il giovane ufficiale non provava alcun trasporto verso lo sconfinato Paese e i suoi abitanti, come del resto gli appartenenti alle caste locali più elevate disprezzavano gli Europei, dietro la facciata formale delle buone maniere. Prima di entrare in sintonia con l’India e la sua gente, si sentiva “una scimmia bianca ingabbiata in uno zoo i cui padroni erano i numerosissimi rappresentanti di razze beige”. Gli Inglesi erano una casta, scrive, né più né meno dei Bramini, che li consideravano dei paria, spregevoli, “per quanto noi, invece, ci ritenessimo dei principi”. L’appartenere a quella casta presentava risvolti positivi. A parte la disinvoltura nel firmare cambiali, sempre ben accette, era molto facile trovare camerieri. Gli indiani preferivano infatti padroni giovani, più inclini a comprendere le loro debolezze e pronti ad accettare gli usi locali. Aveva scelto Jagwant, imponente e fedele, con lunghe, eleganti basette e una chiara predisposizione al servizio domestico. Fu servo e amico per quindici anni, in viaggio col suo padrone e la cavalla Judy, verso il confine con l’Afghanistan (il Khyber Pass).
Con sollievo, Yeats-Brown aveva licenziato gli altri servitori: un cameriere, un lavandaio, un portatore d’acqua, un uomo di fatica e due stallieri. “Puzzavano di tabacco e la loro povertà e umiltà” lo deprimevano. A quel tempo, ad eccezione di Jagwant e del maestro della lingua di frontiera, l’urdu, non provava simpatia per il popolo intorno, pur essendo finito in India pieno di curiosità, preparato a tutto fuorché a uno squallore onnipresente. Dov’erano i colori vivaci, i contrasti pittoreschi descritti nei libri? Dov’erano i Rajah che regnavano nello splendore e quelli che sorbivano bevande di perle polverizzate e latte di donna? Dove i sacerdoti, le danzatrici sacre, gli idoli con in grembo rubini grossi come uova di piccione?
Cambierà decisamente opinione. Scoprire la ricchezza interiore offerta dall’induismo lo affascinerà al punto da diventare lui stesso un adepto e un divulgatore delle discipline orientali, autore di vari scritti sull’argomento. Questo, pur continuando a professarsi cristiano, convinto che Gesù avesse fondato il suo insegnamento sopra una tradizione trasferita in Palestina dall’India. Considerevole anche la sua padronanza dello yoga.
Era in licenza in patria allo scoppio della Prima Guerra mondiale, alla quale prese parte valorosamente, meritando riconoscimenti e decorazioni, prima contro i Tedeschi in Francia, poi contro i Turchi in Mesopotamia. Fatto prigioniero, rimase tre anni nelle carceri ottomane, da cui fuggì dopo vari tentativi avventurosi, narrati nel libro. Nel frattempo era anche diventato aviatore militare. Tornato in India dopo la Grande Guerra, vi rimase fino al 1925, quando avviò la nuova avventura di giornalista, invitato a scrivere sulle pagine culturali dell’autorevole settimanale conservatore “The Spectator” dal direttore Wrench, suo cugino. Seguiranno altre autorevoli collaborazioni, talvolta interrotte per le sue idee, ritenute troppo vicine al fascismo italiano.
Si era intanto affermato come scrittore di successo: nel 1919 era uscito il memoriale di prigionia Caught by the Turks. Dieci anni dopo, pubblicò nel Regno Unito Le vite di un lanciere del Bengala, presto bestseller negli USA. Morì nel 1944, a 58 anni, per la recrudescenza dell’herpes zoster contratto in gioventù.
- Autore: Francis Yeats-Brown
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Le avventure di un lanciere del Bengala
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