Lacrimae rerum è un modo di dire virgiliano che significa, in una traduzione incompleta e approssimativa, il pianto delle cose, di quello che accade nel mondo, di tutte le disavventure che capitano agli esseri senzienti (non necessariamente umani). L’espressione, diventata proverbiale, è il titolo dell’ultima raccolta poetica di Patrizia Valduga (Einaudi, 2025), poetessa di grande spessore dei nostri anni, di cui vorrei parlare.
Non ho mai letto nulla delle precedenti raccolte dell’autrice, però il titolo mi ha ispirato la curiosità di leggere questa e ho gustato un piccolo capolavoro (perché di questo si tratta). I componimenti mettono insieme l’indignazione civile e politica della donna e il suo amore per il compagno defunto e da lei teneramente amato, Giovanni Raboni, e la consapevolezza di essere giunta alla fine del proprio percorso di vita.
La morte sembra predominare la raccolta, con le poesie dedicate esplicitamente alle guerre provocate dal prevalere di pochi tiranni e a cui la Valduga augura solo "morte", parola che ripete ossessivamente alla fine di alcuni componimenti, insieme alle invettive di stile medievale:
Avessi per le mani qualche drone / saprei su chi spedirlo, e a ragione
quasi un sirventese di Bertrand Born e tuttavia con un lessico moderno.
Ma l’artista veneta non si sofferma solo sui potenti; anche la gente comune ha le sue colpe, perché se di fronte all’ingiustizia provassimo tutti un po’ di sdegno. E invece no! Non è così che si vive nel mondo. E infatti dice
Sunt lacrimae rerum [...] Piangi, Patrizia, piangila /l’ingiustizia, ogni ingiustizia!
In questi versi, mettendo il suo nome, si chiama dentro a ogni ingiustizia che deve essere condannata.
Quello che osservo dell’autrice è che parte da Virgilio, ma va indietro ai lirici greci arcaici come Archiloco, di cui prende il linguaggio a tratti osceno e i contenuti civili ma anche la soggettività. Usa il turpiloquio, quando serve, come fanno i veri artisti, e denuncia la guerra come profitto del capitalismo, inchiodando i responsabili alle loro colpe.
Ma c’è un’altra Valduga in questa raccolta: la donna di un uomo amato e perduto, l’impossibilità di trovare l’amore in età avanzata, la consapevolezza della fine della sua vita con l’immagine della "scatola di legno", cioè la bara.
È importante anche il riferimento a un amore che non finisce mai, verso un uomo che è stato un grande poeta ma che oggi è in una posizione negletta, Giovanni Raboni con la sua poesia così profondamente umana. La poetessa racconta della città in cui lo ha conosciuto, Milano, definendola "capitale immorale" in cui l’immagine del capitalismo novecentesco si è modificata in un luogo di crimini e meschinità, non più vivibile. La vita privata è legata ai ricordi, ma anche a dialoghi con un tu che in molti componimenti è presente e impone alla raccolta un ritmo teatrale. Patrizia si sdoppia, "si stripla", creando un neologismo perfetto, come anche con i verbi "smorteggiaare" e "morteggiare", quasi si dovesse imparare a morire come si è imparato a vivere. Ed è questo il messaggio fondamentale della poetessa ,tanto che l’opera si conclude con il distici
Va’ a Venezia / va’ a morire, Valduga!
Venezia contro Milano, un luogo che è morto dignitosamente contro una città che vive in modo meschino.
E così si chiude la raccolta. O forse no. L’autrice dedica "Quasi un’appendice" alle note delle poesie più importanti e cerca di chiarirne il senso. In realtà è un modo per tenere legato il lettore. Tematiche importanti in un’autrice che nel verso è controllatissima, legata agli endecasillabi e alla rima baciata della tradizione italiana e nel contenuto ad autori barocchi ingiustamente sottovalutati, ma anche profondamente umana nell’inserire la sua sofferenza personale in un contesto ampio, quella della tristezza delle cose del mondo. Nulla ci è estraneo, tutto ci riguarda e questo mi sembra una grande lezione di serietà. Chapeau.
- Autore: Patrizia Valduga
- Categoria: Poesia
- Casa editrice: Einaudi
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788806272418
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Lacrimae rerum
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