Mentre sotto il profilo tecnico viviamo nell’era atomica, la maggioranza degli esseri umani, compresi i detentori del potere, vivono ancora, a livello emozionale, nell’età della pietra. Se l’umanità si suiciderà, sarà perché si obbedirà a coloro che ordineranno di premere i fatali bottoni, perché si obbedirà alle arcaiche passioni della paura, dell’odio, della brama di possesso.
Ma perché l’uomo è tanto proclive ad obbedire, anche quando ciò sia in aperto contrasto con la propria coscienza, con le leggi universali dell’umanità e della ragione?
Prima di inoltrarci nelle possibili risposte occorre fare una precisazione: in La disobbedienza e altri saggi (Arnoldo Mondadori, 1982), Erich Fromm non intende esaltare la disobbedienza del ribelle senza causa, il quale disobbedisce perché non ha nulla per cui impegnarsi, se non il fatto di dire no. L’autore si riferisce invece all’uomo che è in grado di disobbedire perché sa obbedire alla propria coscienza e ai principi che ha abbracciato.
Egli distingue infatti tra obbedienza autonoma, sgorgante dalla propria intima coscienza umanistica, che implica un atto di adesione a convinzioni e giudizi che sono autenticamente miei, e obbedienza eteronoma, sgorgante dalla coscienza autoritaria, che implica l’abdicazione alla propria autonomia e l’accettazione di una volontà o un giudizio esterno in sostituzione dei propri.
Quest’ultima, legata al concetto freudiano di Super-io, è paragonabile alla voce interiorizzata di un’autorità che siamo bramosi di ingraziarci e alla quale temiamo di dispiacere.
Essa può realizzarsi quando un potere è in grado di persuadere la gente della sua bontà assoluta, della sua sapienza assoluta, nonché della sua onniscienza, allora quel potere potrà anche proclamare indisturbato che la disobbedienza è peccato e l’obbedienza virtù. E una volta che l’abbia fatto, i molti possono accettare l’obbedienza perché è bene, e detestare la disobbedienza perché è un male.
Un caso esemplare di obbedienza eteronoma, su cui molti filosofi si sono dibattuti, potrebbe riguardare il caso di Adolf Eichmann (1906-1962), uno dei gerarchi nazisti più coinvolti nello sterminio degli ebrei.
È quello che Hannah Arendt dovette definire come “banalità del male”, la capacità degli individui normali, buoni, tranquilli, di rinunciare alla loro umanità nel momento in cui vengono incorporati in più vaste strutture istituzionali.
Il fil rouge che unisce i sei saggi che compongono questo volume è, appunto, la «disobbedienza», da intendersi come rifiuto della disumanizzazione in atto nelle società, capitalistiche o non, tecnologicamente avanzate. Un decadimento il cui prodotto è l’Homo consumens realizzato in Occidente: l’individuo, senza volto, eterno lattante dedito al consumo e al possesso, solitario, annoiato, ansioso.
Sono trascorsi decenni dal 1982, anno in cui la casa editrice Mondadori pubblicò per la prima volta questo saggio; tuttavia, esso si presenta ancora oggi estremamente attuale contemplando una natura umana che è rimasta immutata nel suo excursus storico.
- Autore: Erich Fromm
- Genere: Filosofia e Sociologia
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Mondadori
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: La disobbedienza e altri saggi
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