Se non ci fossero tutti i doverosi e normalissimi riferimenti paratestuali (fra i quali la data di nascita dell’autore, Kostìs Maloutas, nato ad Atene nel 1984), a inizio lettura si potrebbe facilmente scambiare L’ultimo oggi (Wojtek, 2026) per un conte philosophique settecentesco, una fiaba à la Voltaire, di quelle che hanno fatto dell’Illuminismo un periodo letterario centrale nella storia della cultura occidentale. Poi si prosegue la lettura, arrivata in Italia nella felice traduzione di Elisabetta Garieri, e si cambia opinione: quello che si tiene nelle mani è evidentemente un romanzo di formazione. E arrivati a poche pagine dalla fine si rischia di virare verso una terza definizione: no, definitivamente questo è un testo distopico, di quelli dove l’apocalisse si insinua lentamente nel quotidiano per far implodere l’essere umano verso il proprio intimo nucleo di follia. La realtà è presto detta: il romanzo dello scrittore greco è (almeno) tutte e tre le cose insieme.
Il “c’era una volta” delle primissime pagine ci riporta al cuore di un non specificato paese, in qualche decennio dell’Ottocento, e a raccontarcelo è una voce narrante che parla dell’evoluzione storica e politica della sua nazione da quello che, come lei stessa dice, è un “oggi indefinito”. C’era una volta, dunque, un sovrano di un paese normalissimo al quale, un giorno, avevano regalato un orologio a cucù. Fra le riforme che aveva apportato al suo paese, e di fronte all’ossessione per quell’oggetto segnatempo (acuita da un calabrone che aveva approfittato di un intoppo del meccanismo per fare il nido nel foro del cucù), il sovrano aveva optato per una scelta radicale da imporre a tutti i suoi sudditi.
Fu allora che decise di abolire la dittatura del sole. La sua mente non poteva accettare che fosse il sole a voltare le pagine del calendario, né che le giornate cominciassero prima del risveglio delle persone e terminassero quando ancora non erano andate a dormire – la maggior parte, almeno. […] Ormai ogni nuovo giorno iniziava quando lui si svegliava e terminava quando lo coglieva il sonno. Il Primo Re aveva sostituito il sole.
Il Calendario Nazionale Ufficiale non prese le distanze da quello gregoriano, né ripartì da zero. Il suo funzionamento era semplice. Seguiva gli stessi giorni, settimane, mesi e anni del calendario gregoriano, ma il ritmo del loro avvicendamento era stabilito dall’emerurgo.
L’emerurgo diventa così il centro del quotidiano di tutto il suo regno, e anche la successione al trono viene regolata da un rito assai peculiare, che prevede il concepimento del rampollo e futuro monarca la notte di Capodanno, dopo un passaggio dal vecchio al nuovo talamo (il primo dato in pasto al fuoco, il secondo costruito dagli artigiani il giorno stesso per l’occasione nel palazzo reale, ribattezzato Tempio del Sonno). I sudditi sembrano adattarsi, pur con qualche difficoltà, al nuovo ritmo; certo, bastano una notte insonne o un sonnellino pomeridiano per accorciare o allungare l’attesa di un dato appuntamento, per avvicinare o allontanare un compleanno. Ma nulla che il mondo non abbia conosciuto e non conosca tutt’oggi; d’altronde quanti sono i calendari oggi usati nel mondo, tutti arbitrari nella scelta del primo giorno dell’anno zero? Questo stesso libro non è stato forse pubblicato in Italia nel 2026, che corrisponde al 1447 per il calendario islamico, al 112 in Corea del Nord, al 5784 per gli ebrei? E lo stesso mese non è forse invernale per un emisfero ed estivo per l’altro? Kostìs Maloutas non perde mai occasione per ricordarcelo, fra le pagine del suo testo.
I sovrani si succedono così fino al Sesto Emerurgo, un giovane irrequieto e dalle mille domande a turbinargli nell’anima. La sua è un’adolescenza come molte altre, piena di contrasti coi genitori, di domande dalla difficile risposta, di amori non corrisposti perché non comunicati e di passioni che bruciano in un lampo senza concretizzarsi. Alcuni rovelli gli rodono il cervello:
Non riusciva a capire perché la parola “dormire” non avesse un contrario. Trovava l’espressione “essere svegli” insufficiente a esprimere il fatto di non stare dormendo. Era insufficiente anche il verbo “svegliarsi”, che descrive solo un’azione specifica: la parola “dormire” non denota la transizione, o almeno non solo, ma lo stato. D’altro canto le parole “vegliare” o “essere vigili” non gli sembravano consacrate all’uso, perché rimandavano a una casualità o a un’intenzionalità, mentre si può essere svegli senza alcuno scopo o ragione, ma solo e semplicemente perché in quel momento non si prova il bisogno di dormire. Una parola che esprimesse il contrario di “dormire” non sarebbe più assurda e generica di “vivere”. […] Chissà, forse qualcosa che abbia a che fare con l’essere “presenti a se stessi”.
Da queste premesse, la vita del Sesto Emerurgo non può che essere costellata da ostacoli e difficoltà, che non diminuiscono nemmeno dopo la salita al trono. Anzi, proprio durante il suo regno, che corrisponde grossomodo alla nostra contemporaneità (anno più, anno meno), avviene la catastrofe più impensabile: gli occhi reali restano aperti di fronte a una lunghissima, logorante, incorruttibile insonnia. Ed è in questo punto che la storia secolare della monarchia arriva a quell’“oggi indefinito” già presente nell’incipit, un 14 luglio che raggruppa in sé interi mesi.
C’è qualcosa che non torna in questo mondo. Di conseguenza, c’è qualcosa che non torna in me, in tutti noi. Non so più cosa credere. Mi guardo attorno e vedo persone attaccate all’oggi, al fatto che tutto è oggi, sempre lo stesso oggi, e quindi avanzano lentamente, quasi senza muoversi. E mentre so di pensarla come loro, certe volte noto che la mia percezione si inverte – forse è una cosa che provoco consapevolmente, non saprei – e sento che tutto accade così in fretta da finire per sembrare eterno. Perché come lo vedremo questo giorno, così attaccato alla poltrona, quando ormai sarà trascorso, quando sarà il 15 o il 16 di luglio? Forse non solo così, ma senz’altro come un giorno molto pieno.
L’ultimo oggi di Kostìs Maloutas è un intelligente labirinto narrativo sulla relatività del tempo, che illustra non soltanto la costruzione tutta umana della divisione in giorni, ma soprattutto la flessibilità di questa entità primordiale e imprescindibile di fronte ai moti del nostro vivere. Come incasellare in un unico, minuscolo riquadro indicato da una serie di cifre il lento trantran del lavoro e ugualmente l’attesa spasmodica del primo giorno di ferie, la gioia della prima notte di nozze e l’infinita attesa di un appuntamento amoroso? Cosa accomuna il fatto di non sapere cosa si è mangiato il giorno prima a cena e lo sbiadirsi dei ricordi di decenni prima, la storia di tutta una dinastia secolare e quella di una singola giovinezza? Ma soprattutto: come ci comporteremmo se la vita intera si riducesse a un unico, infinito oggi che, come un aleph borgesiano, racchiuderebbe in sé tutto?
- Autore: Kostìs Maloutas
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788831476720
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata sololibri.live
Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: L’ultimo oggi
Lascia il tuo commento