Finché le cose sono bianche o nere, va tutto bene, ma nella vita prevale il grigio, che confonde. Si può essere buoni e cattivi allo stesso tempo? A volte forti, altre deboli? Meglio solo cattivi o solo forti, perché la complessità non aiuta, crea dubbi. Ivan però ne ha sempre avuti pochi. Prima di fare del male non si è mai chiesto perché. Ecco il punto di vista di uno dei protagonisti di un romanzo insolito, originale, schematico e complesso. Il lupo dentro è uno psicothriller, ispirato, sorretto, motivato dalla professione dell’autrice, Renata Sveva Folco, per Damster Edizioni (Modena, giugno 2024 dopo la prima uscita nel 2019, collana Gialli Damster, 207 pagine).
Vicentina, psicologa e psicoterapeuta, specializzata in psicologia relazionale e in psicodiagnostica forense, Renata Sveva Folco ha lavorato presso i Centri comunali per l’affido e gli abusi sui minori. Vanta un’esperienza ventennale di consulenza psicologica e psicodiagnostica per il Tribunale. È appassionata di cinema, politica, storia. Scrive romanzi che riflettono la sua personalità ed è tra i fondatori dell’Associazione culturale vicentina “Spritz letterario”, che promuove la lettura e scrittura.
Lo stile di Renata piace, funziona, è di quelli che valgono. Il periodare snello e preciso, asciutto ma allo stesso tempo elegante, sviluppa una ritmica che aiuta i lettori a comprendere i significati, non sempre facili, per via della duplicità del contenuto, che è un pregio e non un difetto del romanzo: per un verso racconto, per un altro introspezione, analisi delle pulsioni ad agire di Ivan Slepovic e delle considerazioni dei comprimari.
Ivan è un assassino, il suo colore è il rosso. È un Jeffrey Dahmer europeo, il cannibale. Aveva nove anni e mordeva, all’inizio le sponde di legno del letto, fino a staccarne piccole schegge; poi le sue braccia; poi i compagni che azzardavano a scontrarsi con lui. Lo chiamavano “il Lupo” e gli garbava tanto, era compiaciuto di somigliare a quegli animali belli, forti, veloci negli attacchi: un attimo prima non ci sono, di colpo la preda se li ritrova addosso, senza il tempo di avvertire l’odore nell’aria.
Protagonisti del romanzo sono anche una psicologa e i suoi colloqui in carcere, a San Vittore, con il Lupo e la mamma, fragile e scialba, mai sposata, ragazza madre a vent’anni. Aveva cominciato a lavare le scale degli altri a dieci e lo fa tuttora dopo più di quaranta. Una vittima della vita, sopraffatta dalla sofferenza, dai ricordi, dalle preoccupazioni. Ivan è la principale, un figlio che non studiava, non ubbidiva, non aveva un amico. Che rubava, mordeva i compagni, se ne fregava di tutto e di tutti. Una mamma debole, fino alla disperazione. Quando lui aveva cominciato a rubare, si era fatta prendere dalla rabbia e per contenerlo lo legava a una catena in cantina. Se la madre è una vinta dall’esistenza, Ivan è vittima anche di se stesso, del suo non accettare regole, solo quelle che fissa da solo. La prima è non stare alle regole, se non quando le decide lui.
Gli psicologi danno la colpa all’infanzia, ai genitori, tutto parte da lì. Ma se tutto finisse lì?
Se le cose fossero già scritte nel proprio destino?
Eppure sarebbe potuto andare tutto diversamente, se avesse avuto più tempo col primo maestro, morto troppo presto (investito), un colosso dal cuore tenero e il cervello lucido, che lo rispettava e lo spingeva a credere in se stesso, a valorizzarsi. E se avesse ascoltato la professoressa di lettere delle medie, tanto comprensiva; lo riteneva un insicuro, dietro l’arroganza ostentata e incoraggiava la madre ad essere più comprensiva con lui. Per tutta riconoscenza, Ivan le aveva tagliato a fette la borsetta con un temperino e reso inservibile il rossetto. Senza accusarlo, l’insegnante aveva calato la saracinesca e smesso di occuparsi di lui.
Il padre non aveva voluto prendersi responsabilità, col tempo Ivan lo aveva individuato, frequentava il bar, un irresponsabile. Si diceva che andasse con le donne più anziane per soldi e col ricavato se la spassasse. La madre si colpevolizza. La sua vita è stata sempre in salita, crede d’essere una che vale poco, priva di qualità, non bella, non intelligente, incapace di farsi valere, nemmeno brava a infischiarsi di queste lacune, come fanno tanti.
La prima parte del romanzo, “Lui”, termina con la perizia psichiatrica e qualche notizia. Ottobre 2003: si rileva in Ivan S. una personalità antisociale su base narcisistica. Il vizio di mente non lo invalida: giudicato capace d’intendere e volere, è condannato a 27 anni di reclusione, per avere ucciso tre donne tra il 1995 e il 1997, mangiando parzialmente i cadaveri post mortem. Ristretto in un carcere di massima sicurezza nel gennaio 1999, evaso nel 2003 approfittando di un ricovero in infermeria per un sospetto episodio psicotico acuto, è tuttora latitante. La seconda parte, “Loro”, è la storia di Ivan e Bianca, Sardegna, 2008. La terza, “Gli altri”, 2008-2009, propone un colloquio con la madre di una delle vittime e il parere di un collega della psicologa, il dott. H.L., che delinea il profilo psicopatologico di Ivan in una lettera all’autrice, riprodotta in coda al volume. La personalità è un ibrido tra la struttura depressiva della madre e i meccanismi di difesa narcisistica del padre. All’inizio dell’esistenza sono questi a prevalere e a determinare la sua condotta, all’insegna della ricerca del piacere e dell’inconsapevolezza dei propri limiti. Bianca è l’opposto, ha ereditato dal padre l’apparato difensivo di tipo depressivo e dalla madre quello strutturale di tipo narcisistico.
La lettera precede una poesia finale, Il vuoto!:
[...] crea il vuoto e ascolta il suono di ciò che sei...
- Autore: Renata Sveva Folco
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2024
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il lupo dentro
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