È di stampo autobiografico il volume Ciliegie amare della scrittrice di origini romene Liliana Nechita, riportato in libreria nel catalogo di FVE editori (2026); un testo sensibilissimo e potente, che ci racconta lo sdradicamento e le ingiustizie sociali sulla pelle e sull’anima di chi le vive.
La vita dell’emigrante è una lenta morte interiore. Il tuo corpo può essere ovunque, in Italia, fra le nebbie dell’Inghilterra, sui campi della Spagna, le tue mani possono raccogliere o pulire, la schiena diventa più curva giorno per giorno, ma se la tua anima è rimasta a casa, dentro di te c’è solo la morte.
Così scrive la voce narrante nella terza delle centonovantanove lettere taglienti come un filo di lama indirizzate a un’amica, che compongono l’ossatura del romanzo. Missive che mescolano riflessione e racconto dei dettagli quotidiani e che, forse proprio per l’assenza delle risposte di una destinataria, sembrano appunti sparsi che chi scrive indirizza a sé stessa, minuscole pause di tempo tutto per sé in cui il duro scorrere dei giorni si assottiglia in una lucidissima presa di coscienza.
Di certo sono lettere che viaggiano lungo mezza Europa, spedite dall’Italia e mandate dall’altra parte dell’Adriatico, in Romania. Chi scrive infatti è una donna che ha lasciato il paese balcanico per sfuggire a una situazione opprimente di disoccupazione e povertà, muovendosi, come migliaia di persone, verso il nostro stivale. Si ripresenta così una situazione comune a tutte le forme di migrazione, passate e presenti: la speranza di trovare di là dal confine l’Eldorado, il paese della Cuccagna, una terra sognata e carica di proposte tutte da cogliere. La realtà, si sa, è ben altra.
Il primo choc è Roma, la grande capitale nella quale gravitano infiniti destini tutti uguali. Come comunicare, se non si sa parlare la lingua? Come trovare lavoro? Dove dormire? A chi chiedere sostegno, da chi domandare un tetto per una notte o due? Passano i mesi e le forze esterne stritolano sempre più, infrangendo i sogni che hanno spinto alla dolorosa partenza e mescolando in una nebbia di incomprensione voglia di ritorno e desiderio di farcela, nostalgia e determinazione (o falle della determinazione, a causa delle prove sfiancanti).
Anche quando il duro traguardo dell’impiego è stato relativamente e temporaneamente scavalcato, i nodi allo stomaco non mollano la presa. L’attività di supporto domiciliare che la voce narrante si trova a svolgere, prima a Roma e poi nell’entroterra umbro, è carica di difficoltà. Privazione di libertà, paghe insufficienti, quotidiano scandito da privazioni, rimproveri e vessazioni sono alcune delle facce di questa realtà; dall’altra la presa di coscienza, di fronte ai corpi bisognosi dei pazienti, della fragilità umana, che rimanda subito a quella dei genitori anziani lasciati al di là dell’altro confine. Le frasi della Nichita non smettono infatti mai di riempire, o tentare di riempire, quella distanza fra le due nazioni, estremamente larga da contenere tutti i ripensamenti di questo mondo. Rimanere significa centellinare l’amore nei pacchi mandati periodicamente e nei soldi inviati, ma allo stesso tempo è sottrarsi alla presenza delle figlie, lasciate in Romania, che diventano donne e madri senza il sostegno della loro, di madre.
Tutta la tua forza crolla quando leggi che tua figlia sente la tua mancanza. Mi sentivo colpevole per la sua sofferenza; anche adesso mi chiedo se sono una brava madre oppure no. Prima non ci pensavo nemmeno, ma adesso ancora non so cosa è meglio: abbracciare tua figlia o comprarle le scarpe?
Ci sono scampoli di salvezza e briciole di bellezza, in questa trappola: la solidarietà, per esempio, fra i migranti, stretti in una rete di autoaiuto e sorretti da italiani solidali e presenti, o ancora la bellezza artistica, all’interno della quale va citata soprattutto la lingua italiana. È questa, infatti, che la voce narrante, amante della lettura fin da bambina, inizia a utilizzare, a fare sua, per leggere e leggersi. Lo ha fatto d’altronde anche l’autrice, i cui libri sono stati tutti scritti, lei stessa lo ripete spesso, in case altrui, nei ritagli di tempo mangiucchiati al lavoro massacrante. Ed è con questa lingua che questo libro esplode in un’ennesima folgorazione illuminante: da questa terra di nessuno fra due confini, da questo abisso, si ha la giusta distanza per comprendere meglio il mondo. A questa comprensione si devono i capoversi più universali di queste pagine: quelli dedicati all’analisi politica, alla critica verso gli italiani e i connazionali, alle leggi europee, alla povertà italiana e al corrispettivo consumismo, ai vuoti nei discorsi di presidenti e ministri, ai cliché che incatenano le minoranze. Perché Ciliegie amare è soprattutto questo: un racconto universale che ci richiede empatia e ascolto. Liliana Nechita la formula chiara e diretta, la domanda che ci spinge fin dentro il costato:
Non ero più nessuno. Solo uno zero che girava per il mondo. […] Ti sei mai sentito uno zero che vaga per il mondo?
- Autore: Liliana Nechita
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Ciliegie amare
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