Affresco della Tomba François di Vulci
Eccellenti nell’arte della divinazione secondo Cicerone; primi nella navigazione, nella tattica militare, nell’agricoltura, nella medicina, nell’astronomia, nell’oreficeria e nella scultura - senza contare la pittura. Sono gli Etruschi, maestri del mistero, loro malgrado.
Per colpa della mancanza di testimonianze scritte e dell’ampia cultura funeraria, dell’antico popolo non restano città, ma metropoli sotterranee, suggestive e altrettanto facili all’oblio. Roma e il resto del mondo li dimenticano per secoli fino a metà Ottocento, quando la terra restituisce un domestico mondo dei morti, con case in pietra, stanze, corredi e vasi disposti con amore. E una sepoltura in particolare. “Una delle più belle che siano state rinvenute a Vulci”, le cui pitture “non sono inferiori ad alcuna pittura di Ercolano”: a dirlo è una lettera firmata da Adolphe Noël des Vergers, che rappresenta la prima comunicazione del rinvenimento della tomba François.
Dallo scorso luglio i suoi affreschi sono esposti nelle sale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
La storia della tomba François
A inizio maggio 1857 l’archeologo Alessandro François entra nell’ipogeo custodito dai terreni del principe Alessandro Torlonia, nella necropoli di Ponte Rotto a Vulci. Quello che vede è un ciclo pittorico di incredibile fattura: uomini, animali e soprattutto colori, tanto belli da essere trasferiti a Roma, tanto complessi da far intuire l’importanza della famiglia di appartenenza: i Saties, signori di Vulci.
I dipinti parlano di rango, potere, ricchezza.
A 167 anni di distanza gli affreschi entrano a far parte del patrimonio dello Stato italiano. L’operazione di acquisizione, portata a termine nell’estate 2026, garantisce la fruizione permanente alla collettività. In sintesi, per la prima volta dopo decenni saranno visibili al pubblico. Fino a dicembre il museo ospita anche una mostra che celebra Il ritorno degli eroi ecombina una prestigiosa serie di collaborazioni internazionali. L’esposizione percorre a ritroso le vie della storia e i sentieri, spesso tortuosi, seguiti dagli oggetti. Recupera reperti e corredi, riunendo per la prima volta in un unico luogo effetti e affetti personali, prima divisi in musei di tutto il mondo, restituendo identità alle genti della famiglia Saties. Inizia così una nuova pagina di storia per la tomba. La prima si conclude con la chiusura dell’ipogeo, la seconda inizia con la scoperta e i secoli di dispersione del patrimonio.
Oggi, grazie alla collaborazione degli eredi delle famiglie Torlonia, Sforza, Cesarini e Gaetani e al lavoro della Direzione Generale Musei, guidata da Massimo Osanna, sui muri del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, diretto da Luana Toniolo, per gli affreschi si apre una terza stagione. Tutta da ammirare.
La Tomba François da Cicerone a Omero, passando per la tragedia greca
Di Cicerone è stato detto. Con lui concordano Tito Livio e Seneca, nel magnificare il sapere dell’antico popolo. Ma c’è di più: la Tomba François racconta Omero e la grande tragedia greca.
Letteratura e mito ispirano i temi scelti per i dipinti: il sacrificio dei prigionieri troiani per il funerale di Patroclo, la lotta tra Eteocle e Polinice. Una scelta che non stupisce: a Vulci si fa politica, ad alto livello. Merito di una società complessa, articolata, che vanta rapporti con il resto del Mediterraneo, la Grecia in primis. E che riverbera anche nelle pitture funerarie.
Così sulle pareti è raffigurato il futuro re di Roma, Servio Tullio, ovvero l’etrusco Macstarna, impegnato a liberare il condottiero vulcente Celio Vibenna. Una rivendicazione di appartenenza e potere che attraversa i secoli. E poi il lungo fregio animale di finissima fattura: grifoni, leoni, pantere, cervi, cinghiali, in quella commistione di creature reali e mitologiche che resta nell’immaginazione di chi osserva, finendo per influenzare tanta pittura posteriore.
L’operazione portata a termine dal Ministero della Cultura amplia così il patrimonio culturale nazionale. Punta alla condivisione della conoscenza. Ma fa molto di più: ottiene quello che è il ruolo primo di ogni museo, ovvero offrire risposte.
Una visita a Villa Giulia, dove è conservato anche il celeberrimo sarcofago degli sposi, diventa così viaggio nel sentire umano. Quell’identità che, in fondo, sopravvive al passare del tempo e si scopre incredibilmente affine anche attraverso i secoli.
Il fascino degli etruschi nelle parole di poeti e scrittori, da Vincenzo Cardarelli a David Herbert Lawrence
Una fascinazione capace di travolgere da sempre la letteratura internazionale. Così Vincenzo Cardarelli, poeta nato a Tarquinia, non può restare indifferente:
qui rise l’etrusco, un giorno, coricato, cogli occhi a fior di terra, guardando la marina. E accoglieva nelle sue pupille il multiformee silenzioso splendore della terra fiorente e giovane, di cui aveva succhiato il mistero gaiamente, senza ribrezzo e senza paura, affondandoci le mani e il viso.
(da “Memorie della mia infanzia”, in “Opere”, a cura di Clelia Martignoni, Mondadori, 2001)
Meno fortunato lo scrittore David Herbert Lawrence, inglese per nascita e fiorentino d’adozione, almeno dal 1926 al 1928: durante il soggiorno in Toscana l’autore de L’amante di Lady Chatterley cerca risposte all’ansia esistenziale. La stessa che attanaglia la società contemporanea. Le trova nel luogo più inconsueto, di sicuro lontanissimo dall’immaginario che il grande pubblico ha di lui.
Gli Etruschi non sono una teoria o una tesi. Se qualcosa sono, sono un’esperienza.
Viva, verrebbe da dire, osservando le pitture. Così scrive Lawrence nel meticoloso resoconto di viaggio intitolato Luoghi etruschi (Etruscan Places), pubblicato postumo nel 1932 e riedito in Italia da Neri Pozza. Parla per esperienza personale. Assieme all’amico americano Earl Brewster visita i musei Vaticani e osserva le riproduzioni degli affreschi della Tomba François realizzate dall’artista archeologo Carlo Ruspi. Forse è quella la spinta a partire. Deve vedere di persona, conoscere di più sulla civiltà vissuta tra Toscana, Lazio, Umbria.
La parola che più sente ripetere dalla gente del posto è difficile. Ma Lawrence contratta, insiste. Utilizza guide improvvisate, ragazzi o contadini per lo più. Spesso dopo ore di viaggio lo aspetta un’amara sorpresa, come per la tomba François. All’ingresso c’è un cancello in ferro. Deve fermarsi sulla soglia.
Tentammo invano di entrare. A meno di non rompere la serratura era impossibile.
Non resta deluso però:
C’è qualcosa di melanconico, anche se straordinariamente bello, intorno a Vulci.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata sololibri.live
Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: La Tomba François a Roma per sempre: l’incredibile scoperta etrusca che affascinò storici e poeti
Lascia il tuo commento