La XX Edizione del Premio Benedetto Croce è stata – quest’anno più che mai – ricca di spunti di riflessione sull’insensatezza di un’umanità che ha permesso e permette il perpetuarsi di tragedie indicibili senza farsi insegnare nulla dalla Storia e latrice di un messaggio di speranza, se facciamo nostro il messaggio di Croce nell’ottica di una cultura che ci rende liberi.
Una panoramica sulla XX Edizione del Premio Benedetto Croce
In tre giorni si sono tenuti dieci eventi che, oltre a consentire l’approfondimento sulla vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce, hanno spinto a riflettere su:
- economia e ambiente, rispetto e tutela del patrimonio ambientale, buone pratiche scolastiche sul territorio, spopolamento e rilancio delle aree interne, specie aliene dannose per gli ecosistemi;
- l’importanza di una sociologia qualitativa, attenta a chi non ha voce;
- le responsabilità nella tragedia del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro;
- la vita e la tragica morte di Matteotti;
- la questione israelo-palestinese e le possibili soluzioni;
- la prossimità tra morte e vita quotidiana normalizzata.
Scendiamo nel dettaglio, analizzando giorno per giorno gli eventi.
La presentazione di Manifesto per un’altra economia e un’altra politica ed Ecce bombo
La manifestazione è iniziata giovedì 24 luglio, alle ore 17, presso la biblioteca di Pescasseroli, che è stata inaugurata e dove si è tenuta la prima iniziativa: la presentazione del libro di Emanuele Felice, Manifesto per un’altra economia e un’altra politica, edito da Feltrinelli.
Interessante e intenso il dibattito, incentrato sulla disamina del capitalismo mondiale e soprattutto occidentale; sulle dinamiche delle politiche economiche e soprattutto sui rapporti tra economia e politica. È emersa l’idea che nessuna delle due deve essere prevaricante e ognuna ha la sua sfera di intervento.
Molte le domande centrate sulla questione ambientale e sulle enormi difficoltà di conciliare le esigenze del mercato e della finanza nazionale e internazionale con il rispetto dell’ambiente; delle variabili del limite economico e di quello ecologico, nella consapevolezza che non sempre è facile mettere al centro l’uomo e non il mercato, come sarebbe auspicabile, e non sempre c’è compatibilità tra capitalismo e democrazia. La domanda da porsi è, comunque, quella di come trovare vie di salvezza per l’ambiente e sperimentare quali politiche ambientali efficaci ed efficienti possano essere vincenti, nella consapevolezza che spesso l’etica è rimasta fuori dalla economia, spodestandole e facendosi etica essa stessa.
Alle ore 21:00, presso il Cinema Ettore Scola, si è tenuta la proiezione del film "Ecce bombo" di Nanni Moretti, al quale è seguito l’intervento di Germano D’Aurelio, in arte Nduccio.
Presentazione del volume di Elisabetta Tosoni
Venerdì 25, alle ore 10, nel Museo Storico del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise si è tenuto l’incontro degli alunni dell’Istituto Comprensivo di Pescasseroli (dalla materna alla secondaria di primo grado, intitolato proprio a Benedetto Croce) e i rispettivi insegnanti, con la zoologa Elisabetta Tosoni, autrice del libro Rimanere sul sentiero .
Il libro è nato dall’incontro con l’illustratrice Elisabetta Mitrovic, già autrice del libro In riva al mare – realizzato per avvicinare i bambini alla conoscenza dell’ambiente marino – che ha dato il la per replicare la stessa esperienza per la montagna. L’incontro è stato introdotto dal Presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise Giovanni Cannata che, tra l’altro, ha sollecitato bambini e ragazzi presenti a ricordare ai propri genitori di moderare la velocità sulle strade del Parco, per evitare scontri con gli animali selvatici; come ricorda anche la campagna promozionale attraverso il manifesto dedicato ad uno dei figli dell’orsa Amarena, tragicamente morto prima di sua madre proprio a causa di un automobilista: “Carrito ti ricorda che la velocità uccide”. Il presidente, poi, ha invitato tutti alla visita guidata ad una mostra su fauna e flora del Parco, in sede. Sono successivamente intervenuti: Pasquale D’Alberto del Comitato del Premio e la dirigente scolastica dell’istituto comprensivo la Dott.ssa Nadia Morena.
L’incontro è stato molto vivace, la zoologa ha presentato il libro attraverso le numerose domande di bambine/i e ragazze/i parlando dei sentieri come percorsi prestabiliti, confini tra noi e il posto dove abitano gli animali, che permettono agli animali di stare più tranquilli. La natura si può godere considerando tutti gli esseri viventi come persone, come dicevano i nativi americani. Il sentiero è un buon punto di vista per rispettare la natura e lo spazio degli animali, mantenere la giusta distanza, non essere aggressivi; così gli animali potranno continuare a vivere tranquilli. Molte cose sono state scritte camminando nei sentieri del Parco Nazionale d’Abruzzo; anche quelli riservati solo ai ricercatori.
Il libro parla di orsi, cervi, lupi e dei loro comportamenti in natura e dell’evoluzione delle dinamiche tra animali e territorio antropizzato, ma anche ad esempio delle formiche. Alla fine dell’incontro bambine e bambini di una quarta e di una quinta elementare hanno donato alla zoologa un libro da loro realizzato dopo l’esperienza di acquisto, osservazione e monitoraggio di un piccolo formicaio. Il libro sulla flora e fauna del territorio è stato corredato di proverbi e modi di dire dialettali sugli animali e disegni.
Il ricordo di Luca Serianni e il riconoscimento “Buone pratiche sul territorio”
Alle ore 17, in Piazza Umberto I, si è tenuto il ricordo di Luca Serianni (a due anni dalla sua tragica e prematura scomparsa), accademico, linguista e insegnante che ha sempre creduto nella scuola e ne ha visitate tante, lì invitato. Il ricordo di Serianni si terrà ogni anno con un momento dedicato alla premiazione di un’attività scolastica, che esuli dalla didattica tradizionale, di una delle scuole che partecipano al Premio.
Il riconoscimento “Buone pratiche sul territorio” è stato assegnato quest’anno al Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Lanciano, per un progetto del prof. Luciano Biondi intitolato Frattura vecchia, sulla sostenibilità ambientale, lo spopolamento delle aree montane e sulla restanza come azione dinamica e rivoluzionaria; perché qualcuno decide di restare per prendersi cura del proprio paese, come impegno per la sua sopravvivenza. Il progetto ha approfondito la fragilità dei territori interni e si è focalizzato non solo sull’aspetto geologico e scientifico, ma anche sulla lettura di libri quali: I paesi invisibili di Anna Rizzo e Il libro dei paesi morti – poesie dell’abbandono di Remo Rapino.
Numerosi gli interventi di organizzatori e organizzatrici del Comitato del Premio (Dacia Maraini, Rita Crisanti, Pasquale D’Alberto) e di numerosi sindaci (a partire dal primo cittadino di Pescasseroli): tutti tesi a sottolineare l’importanza dell’impegno per scongiurare l’abbandono dei piccoli paesi. Si stima che purtroppo in Italia siano circa 5000 piccoli paesi siano a rischio di abbandono. Bisogna darsi da fare per rivitalizzarli, bisogna creare luoghi attraenti, dove i servizi essenziali funzionano e soprattutto creare comunità, favorire l’incontro, la voglia di stare insieme, creare lo spirito della comunità. Le scuole, inoltre, sono luoghi deputati a creare la coscienza della propria identità. Delle giurie popolari che partecipano al Premio fanno parte ben quarantacinque scuole da tutta Italia.
Presentazione del saggio Vita Intellettuale ed affettiva di Benedetto Croce
Alle ore 18, si è tenuta la presentazione dell’opera di Giancristiano Desiderio, Vita Intellettuale ed affettiva di Benedetto Croce. Hanno dialogato con l’autore Emma Giammattei (critica letteraria, docente emerita di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e docente di Storia della critica letteraria presso l’Istituto italiano per gli studi storici fondato da Benedetto Croce) e Dacia Maraini.
Il libro consta di tre volumi. Emma Giammattei lo ha definito una biografia filosofica o, meglio, un’enciclopedia biografica, che riporta aneddoti crociani con una prosa familiare, semplice, giornalistica. Ci presenta Croce erudito, teorico della storia, autore dell’estetica, critico della letteratura, filosofo che ci ha dato l’ultima rappresentazione del mondo.
L’autore ha esordito affermando che Croce sarebbe orgoglioso di Pescasseroli che, pur cambiando nel tempo, ha mantenuto le sue peculiarità e le sue specificità, e Croce diceva di essere orgoglioso solo di due cose: il giudizio espresso da Giolitti sul suo buon senso, ovvero sulla sua operatività, e il fatto di aver “ucciso il filosofo”, quello della metafisica, perché lui promuoveva la figura del filosofo il cui pensiero era legato a doppio filo con la vita, con la Storia. La filosofia di Croce è radicata nella sua esistenza e senza questo radicamento non può essere compresa; già Raffaello Franchini, acuto interprete di Croce, in un’intervista poche settimane prime della morte di Croce dice che è importante la vita affettiva, sentimentale di Croce.
Importanti nella vita di Croce sono gli affetti: non solo quelli privati, familiari, ma anche quelli pubblici: ad esempio l’amor di patria, l’amore di Croce per l’Italia libera; infatti, quando Italia sta per perdere propria libertà, durante le due guerre mondiali, Croce è carico di angoscia alla quale cerca di reagire.
Questo è un altro aspetto dell’opera di Croce che la rende particolarmente attuale, nostra contemporanea; se infatti, il pensiero per essere vero è continuamente in rapporto con la vita affettiva e con la vita civile, con la Storia, esso non può approdare mai a una verità definitiva. Vana è la ricerca di una verità definitiva; Croce la chiamerà verità indefinitiva sempre frutto della nostra capacità di giudizio, dove c’è la nostra libertà. C’è la necessità da parte di ogni uomo di limitare la potenza del potere, quello costituito, dello Stato e di ognuno di noi sulla vita nostra e degli altri; fortunatamente, infatti, non possiamo governare interamente la nostra esistenza, se lo potessimo fare non saremmo uomini liberi.
Fondamentale è il concetto di libertà liberatrice che deve essere sempre vigilata, perché Croce comprese che dopo la Prima Guerra mondiale le istituzioni barcollarono a causa della nascita di nazionalismo, fascismo, comunismo e si schierò contro ogni totalitarismo.
Il Premio Speciale della Presidente Dacia Maraini per Piero Genovesi
Alle ore 21, sempre in Piazza Umberto I, c’è stato l’incontro con Piero Genovesi, autore del libro Specie Aliene, Premio speciale della Giuria. Hanno dialogato con l’autore (ricercatore e responsabile per ISPRA della conservazione della fauna e del monitoraggio della biodiversità), Dacia Maraini, Pierluigi Vercesi (inviato del “Corriere della Sera”), la Giuria del Premio Croce e Luciano Sammarone, Direttore PNALM; ha coordinato Paola Di Salvatore, del Comitato Premio Croce.
Nel 1996 si scoprì in Piemonte una piccola popolazione di scoiattoli grigi americani, che aveva causato la scomparsa degli scoiattoli comuni in Gran Bretagna e in Irlanda nell’Ottocento. Nel 2016 è scattato l’obbligo eradicazione della UE per 37 specie, 23 delle quali presenti anche in Italia, tra le quali anche lo scoiattolo grigio.
Nell’ultima parte del libro viene affrontato dall’autore il rapporto tra scienza e politica e sottolineato che è occorso un arco temporale importante per arrivare a regolamenti e decreti per sensibilizzare Consiglio d’Europa. Un Regolamento europeo sulle specie esotiche invasive è arrivato solo nel 2014 ed è poi confluito nel Decreto Legislativo 230/2017 con la richiesta di adeguamento della normativa nazionale a quella comunitaria, con disposizioni volte a prevenire l’introduzione e la diffusione delle specie esotiche invasive inserite in un elenco ufficiale dinamico, che viene periodicamente rivisto. Tale regolamento è volto anche a garantire la tutela dei diritti delle specie aliene.
Ci sono specie aliene portate dall’uomo: talvolta accidentalmente, talvolta con la falsa convinzione di arricchire la natura di un luogo immettendovi specie diverse da quelle presenti o per liberare la propria coscienza liberando in natura animali che prima teneva in casa. Alcune di queste specie possono diventare invasive per l’equilibrio dell’ecosistema e causare la fine anche di venti specie e causare costi enormi per le comunità.
Solo una piccola parte delle specie aliene provoca danni all’ecosistema e di quelle dobbiamo ostacolare la proliferazione. La sfida è legata anche ai nostri comportamenti: su base probabilistica si può capire se una specie ancora non arrivata in un Paese può essere dannosa, se introdotta. Bisogna promuovere comportamenti responsabili creando consapevolezza sui comportamenti sbagliati, che possono danneggiare l’opera di prevenzione. Prima difesa è la prevenzione; bisognerebbe investire in prevenzione, anche con energici interventi invasivi come la soppressione di animali di tali specie, che però scongiurano un abbattimento di molti più animali in seguito. In Italia c’è particolare attenzione al diritto alla vita degli animali, in altri Paesi al benessere degli animali. Certo, molto dipende dalla responsabilità dei singoli, ma comunque si investe troppo poco sulla conoscenza delle specie che possono causare danni.
I Parchi possono essere sentinelle se arrivano specie aliene invasive e dannose: hanno autorevolezza più di altri soggetti e possono svolgere il ruolo di creare consapevolezza. Inoltre, è vietato inserire specie esotiche nei parchi nazionali. Il direttore del Parco Nazionale ha parlato di alcune specie aliene; ad esempio, nel Lago di Barrea ci sono dei pesci che non esistevano e sono stati introdotti per ragioni di pesca, per fortuna sono pesci di lago e non possono travolgere l’ecosistema dei fiumi. Le specie aliene nel Parco, però, sono soprattutto vegetali: l’albero dell’ailanto, pianta invasiva, pericolosissima, infestante: il buddleja, conosciuto come albero delle farfalle, specie ornamentale per arricchire i giardini; l’impatiens che sta colonizzando a bordo dei laghi.
Premio alla memoria al sociologo Franco Ferrarotti
Sabato 26, alle ore 10,30 presso il cinema Ettore Scola di Pescasseroli, si è conferito il Premio alla memoria a Franco Ferrarotti: personalità poliedrica, sociologo di fama, deputato e accademico, uno dei protagonisti della legittimazione accademica e istituzionale della scienza della sociologia; fece istituire la prima cattedra di sociologia. Hanno partecipato, la figlia del sociologo Laura Ferrarotti, ricercatrice in Scienze Sociali presso l’Università La Sapienza di Roma, e la professoressa Pina Lalli, docente di sociologia della comunicazione all’Università di Bologna
Pina Lalli ha tracciato un ritratto molto significativo del grande sociologo, che entrò in polemica con gli idealisti; anche con Croce, che in realtà non diffidava di Ferrarotti, ma delle scienze in generale e delle pseudo-scienze sociali. Una scienza critica del sociale non solo per Ferrarotti era possibile, ma necessaria, senza pretendere un’astratta o pura oggettività. Per l’Italia egli parlava di “modernizzazione spuria” che aveva provocato molte disuguaglianze e che può aiutare a comprendere come si producano le relazioni di potere e le discriminazioni senza dare facili ricette, ma centrandosi sull’esercizio del dubbio.
La sociologia di Ferrarotti non è quella dei sondaggi, che crede di essere oggettiva è quella che ci fa “indugiare, riflettere, dubitare”; è una sociologia che si mette all’ascolto di una vita concreta e si mostra aperta all’innovazione, che ha per oggetto le dinamiche relazionali delle persone. Il ricercatore è chiamato a prendere posizione dalla parte dei più vulnerabili.
Egli studiò le vite dei baraccati della società romana, la fabbrica e le esigenze della comunità di persone che la caratterizzano. Dimostrò che la marginalità sociale serve al potere per riprodursi e mantenere il proprio status sociale, che il sapere non deve essere subordinato al potere, ma si deve interessare al cambiamento delle dinamiche di potere; affermò, inoltre, che:
il potere studiato dal basso è cruciale per esplorare le relazioni sociali.
Il metodo di Ferrarotti era qualitativo, non basato sui numeri:
Il metodo dello studio delle storie di vita non era solo innovazione di tecnica della ricerca, ma una scelta etica e politica per dare voce a chi non ne ha
ha affermato la sociologa.
Uno dei suoi ultimi contributi fu il libro Il viaggiatore sedentario, metafora del “navigatore dell’oceano pattumiera del web” che vede tutto e non tocca niente, perché nella nostra società, sempre interconnessa e fragilissima, Internet e gli altri innumerevoli media celebrano e consacrano la confusione fra valori strumentali e valori finali. Ferrarotti diceva anche che:
La sociologia non è mestiere per chi non ama il conflitto
e la professoressa ha spiegato che quel conflitto è stato da lui inteso come dibattito coraggioso oltre le idee costituite, costruito dall’argomentazione critica, per andare verso nuovi orizzonti con attenzione per i soggetti che studia, pronta a cogliere gli indizi di discriminazioni e disuguaglianze per dare spazio e voce agli abitanti della vita quotidiana. La riflessione si è concentrata anche sulle macchine che, per quanto intelligenti, non possono sostituire la nostra riflessività che si basa sul dubbio e non sulla rapidità.
La professoressa Laura Ferrarotti è riconoscente per l’assegnazione del Premio e lo considera anche un riconoscimento al contributo che la sociologia ha dato e continua a dare alla società del nostro tempo, un modo per ricomporre un vivace dibattito tra un numero cospicuo di studiosi, che iniziò nel 1949 con la pubblicazione in Italia del libro di Thorstein Veblen La sociologia della classe agiata, tradotta da Ferrarotti per Einaudi. Croce, in una sua recensione, definì la sociologia “una scienza inferma e arbitraria”.
Solo negli ultimi anni di vita, il sociologo scelse di pubblicare le sue poesie, che scriveva fin dall’adolescenza. In un suo libro diceva che la poesia è vita come l’aria che respiriamo, è essenziale come la musica o la filosofia, con lei non si può barare; è una forma di conoscenza assoluta, anche se viene considerata oggi
un fenomeno marginale e invece la poesia è la forma più alta di conoscenza, è intuitiva, universale, prelogica precede il filosofo, precede lo scienziato. In questo XXI secolo isomorfico, che tende ad un appiattimento planetario, solo nella poesia possiamo ancora intravedere una speranza di salvezza.
L’incontro con Claudio Martelli e Francesco De Leo
Alle ore 11:30, presso il Cinema Ettore Scola, si è tenuto l’incontro con Claudio Martelli e Francesco De Leo, autori del libro Mi sento abbandonato. La vera storia della trattativa per salvare Aldo Moro, coordinato da Nicola Mattoscio (Giuria del Premio Croce) in dialogo con Dacia Maraini e Alessandra Tarquini (Giuria del Premio Croce) e Paride Vitale (di Communication & PR).
Dal 16 marzo al 9 maggio 1978 si consumò in Italia una tragedia nazionale: il rapimento di Aldo Moro e il ritrovamento del suo cadavere. La premessa della relazione di minoranza della Commissione parlamentare di inchiesta della strage di via Fani lo definì
il più grave delitto politico che si sia verificato in Italia dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e uno dei più gravi della recente storia europea.
L’incontro è stata anche un’occasione di confronto sulle dinamiche politiche di quel tempo e sulle possibili cause che portarono al rapimento di Moro.
L’introduzione di De Leo ha messo in evidenza che il libro all’inizio doveva essere un’intervista, poi si è dilatata con l’aggiunta di un saggio su quella che ‒ con lessico giornalistico ‒ è stata definita la trattativa (Martelli che ha respinto da sempre l’idea di chiamarlo la vera storia della trattativa una vera e propria trattativa non c’è stata; anche perché ultimamente la trattativa è diventata quella tra lo Stato e la mafia). Martelli ha proposto una lucida e rigorosa riflessione sulla trattativa, una ricostruzione dei retroscena con testimonianze inedite di protagonisti di allora, quando si confrontarono due schieramenti, ovvero il partito della trattativa, capeggiato dall’onorevole Bettino Craxi con cui lavorava l’onorevole Claudio Martelli, e il partito della fermezza: Andreotti, allora Presidente del Consiglio; Zaccagnini, Segretario nazionale della DC, Fanfani, Presidente del Senato, Cossiga, Ministro dell’Interno Berlinguer e altri.
Claudio Martelli ha evidenziato che ha provato e prova turbamento, indignazione e dolore per il comportamento dei responsabili politici: a cominciare da Andreotti e anche per i protagonisti dell’informazione dell’epoca, soprattutto Scalfari, per loro non bisognava nemmeno fingere una trattativa. Tra l’altro, Governi, autorità, ministri italiani hanno tutti trattato sempre quando c’era un sequestro per salvare l’ostaggio, tranne il governo Andreotti nella vicenda Moro. Certo, grande era allora il rilievo politico di Moro, che aveva creato equilibrio tra diversi partiti per la governabilità del Paese ed era candidato a diventare Presidente della Repubblica (stava per finire il mandato di Giovanni Leone). Si verificò un irrigidimento e la creazione del fronte della Fermezza, prima ancora che arrivassero le lettere di Moro; come se fosse in gioco lo Stato. Chi osava ragionare era definito un debole, un vigliacco. A rompere questo muro fu Craxi, con l’osservazione che in pericolo non era lo Stato, ma Aldo Moro. L’equazione senza fondamento era: hanno sequestrato Moro e lo Stato è in pericolo; in realtà, in pericolo era Moro è ciò diventò chiaro con la sua prima lettera indirizzata a Cossiga (ruolo funesto nella vicenda, lui stesso dirà “Io ho ucciso Moro”). Si creò una strana unità nazionale: dal movimento sociale di Almirante al partito repubblicano di La Malfa, alla DC guidata di fatto da Andreotti e fino al partito comunista di Berlinguer. La posizione più dura fu proprio quella del PCI perché le BR erano una minaccia anche per il PCI
Nella prima lettera di Moro a Cossiga nessuno si accorse di una frasetta: “Io sono in un dominio pieno e incontrollato”, che anagrammata si scioglie così: “Io sono un via Montalcini n° 8 primo piano” (nonostante avessimo esperti anagrammisti nei servizi segreti della Marina non si fecero intervenire).
La premiazione dei vincitori del XX Premio Croce
Alle ore 17, si è tenuta la premiazione dei vincitori, condotta da Dacia Maraini e Marta Herling, dopo la consegna degli attestati alle giurie popolari (quest’anno in numero di 60).
Per la categoria Saggistica ad aggiudicarsi il Premio "Benedetto Croce" di quest’anno è stato Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato di Marzio Breda (tra l’altro quirinalista) e Stefano Caretti (specialista di Matteotti, prof. ordinario di storia contemporanea), edito da Solferino, scelto dalla giuria in una terna finalista rappresentata anche da:
- Valeria Deplano e Alessandro Pes, Storia del colonialismo italiano, Carocci;
- Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, Conflitto tra poteri, Il Saggiatore.
L’incontro è stato un momento di confronto e riflessione sul clima politico dell’Italia del tempo in cui visse Matteotti, sulla permanenza o meno del fascismo in Italia oggi. La Maraini ha sottolineato il grande coraggio di Matteotti nel denunciare violenze e corruzioni in Parlamento.
Anche se più di 3000 vie e piazze, e scuole (solo elementari), sono dedicate a Matteotti, non molti sanno chi era Matteotti; magari sanno che fu un martire della libertà, ma è poco conosciuta la figura affascinante di un giovane uomo che ha vissuto una vita senza respiro per il suo grande impegno politico e sociale. Il saggio si legge come un romanzo, ha un valore pedagogico, è dedicato a un eroe della nostra Storia di cui non rievoca solo il delitto, ma la breve vita, l’amore con Velia con cui ebbe tre figli e tutta la sua breve esistenza.
Era figlio di possidenti terrieri del Polesine di fine Ottocento, un territorio molto povero. Fece studi importanti che lo hanno sprovincializzato; laureato in legge a Bologna, studia a Oxford, in Germania, a Vienna, a Parigi. Da adolescente, la sua scelta politica è di stare dalla parte dei poveri come socialista in un Polesine in cui si moriva di fame. Fu perseguitato dai fascisti fin da giovanissimo con agguati, pestaggi, violenze. Ebbe rapporti internazionali e ‒ entrato in Parlamento ‒ si rivelò l’antagonista più preparato e combattivo di Mussolini.
Persecuzione feroce, pedinamenti, bastonature, finché una sera rientrò nella sua terra per andare a una riunione di braccianti socialisti in un piccolo paese. I fascisti lo scoprirono, se ne presentarono un centinaio con manganelli e rivoltelle in tasca. Lo rapirono, lo caricarono su un camion, lo portarono in aperta campagna, lo massacrarono di botte, si rifiutò di fare ciò che gli chiedevano: tornare nel Polesine. Lo violentarono in quattro e lo lasciarono lì. Lui si trascinò a casa da moglie e quattro figli. Lo derisero in Parlamento e dopo due anni lo uccisero.
Il corpo di Matteotti fu fatto a pezzi. Ci fu indignazione e rivolta in tutto il mondo, molti fascisti restituirono la tessera. Il fascismo avrebbe potuto essere rivoltato, ma il re se ne infischiò, non prese posizione e le sinistre si divisero, anche il presidente del consiglio non prese posizione. Le atroci sofferenze non furono solo di Matteotti, ma anche della sua famiglia, che venne invitata a raggiungere Parigi dagli antifascisti all’estero e fu minacciata della vita dalla la polizia se si fossero spostati da Roma. Nel libro ci sono alcuni passaggi delle memorie scritte da Giancarlo, il figlio maggiore di Matteotti che ha dato il consenso a estrapolarne delle parti a Caretti.
È stata premiata Francesca Mannocchi per il libro Sulla mia terra , De Agostini; le altre due scelte della giuria erano state:
- Benedetta Tobagi con Le stragi sono tutte un mistero, Laterza;
- Monica Maggioni con Spettri, Longanesi.
Dacia Maraini ha sottolineato che la Mannocchi è una giornalista sul campo, una donna coraggiosa. Nel libro propone racconti, parla con le persone, con chi vive la situazione terribile di Gaza e fa parlare le persone. La cosa più bella di questo libro è che racconta le testimonianze, non emerge una teoria politica, né letteraria.
La Mannocchi ha esordito con un pensiero per Laura Santi, che ha voluto la sua presenza nel momento della dipartita e le ha chiesto di raccontare “la sofferenza come relazione”. La forma del libro è stata scelta a partire dalla consapevolezza di non poter dire nulla di più di un israeliano e di un palestinese su quello che accade. Raccontare delle storie, fare una collezione di storia a ragazzi e ragazze, soprattutto con testimonianze di giovani, per far comprendere meglio quella realtà ai giovani. Il libro si avvale di un glossario, una mappa cronologica, dei punti per orientarsi in un conflitto che è iniziato molto prima del ‘48 per dare ai nostri giovani delle coordinate per non far pensare loro che il conflitto è iniziato il 7 ottobre.
La giornalista ha poi parlato della offensiva militare su Gaza scattata l’8 ottobre, che va a avanti da 21 mesi e ha causato 60.000 morti, con 28 bambini al giorno che muoiono e 10 che subiscono un’amputazione, talvolta multipla, che negli ultimi mesi avviene senza anestesia. Ha espresso la sua opinione sulla questione dei due popoli due stati, sulla necessità di riconoscimento dello stato palestinese, come già stabilito dal diritto internazionale e dagli accordi di Oslo, dell’impunità goduta specie negli ultimi venti anni dai governi succedutisi in Israele: rispetto anche al mandato internazionale che pende su Netanyahu; dell’Europa che ha votato contro l’interruzione delle relazioni commerciali con Israele, della necessità di sanzionare il governo criminale israeliano. E ancora, del fatto che il governo israeliano non fa entrare i giornalisti nella striscia di Gaza, delle evacuazioni mediche prima consentite e ora bloccate: ci sono 550 persone, soprattutto bambini, per cui oggi non sono consentite evacuazioni mediche, della Palestina occupata e degli insediamenti illegali.
Per la Narrativa la terna era costituita dai libri di Luigi Manconi La scomparsa dei colori, Garzanti, e quello di Lucia Tancredi, Ogni cosa è per Giulia, Ponte alle Grazie; è stato premiato quello di Simona Dolce, Il vero nome di Rosamund Fischer, Mondadori; presentato da Emma Giammattei e Dacia Maraini, che hanno dialogato con l’autrice
È un libro che narra la vicenda di Inge Brigitte, che si crea una nuova identità come Rosamund Fischer, vive in Virginia e a 80 anni è costretta dagli eventi a fare i conti con il suo passato, con la sua infanzia negli anni ’40 accanto a un campo di concentramento, insieme ai fratelli, con la memoria di suo padre Rudolf Höss, è in realtà il comandante di Auschwitz.
L’idea del libro è nata da un’intervista letta dall’autrice nel 2013, in cui Inge Brigitte raccontava la sua vita. Nel libro si insiste molto sulla capacità umana di riuscire a convivere con la violenza, di abituarsi alla violenza, della prossimità tra morte e vita quotidiana normalizzata. Ci sono voluti quattro anni per scriverlo. Nel confronto con la scrittrice sono emerse alcune peculiarità del romanzo: la capacità dei nazisti di organizzare la vita quando rappresentavano la morte, le epifanie delle morte che costellano il romanzo, rappresentate dalla morte di alcuni animali, e la schizofrenia di Rudolf Höss, capace di amore paterno e di perpetrare crimini atroci.
Recensione del libro
Il vero nome di Rosamund Fischer
di Simona Dolce
La dottoressa Herling (tra l’altro Segretario generale dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici fondato da Benedetto Croce, con sede a Napoli nel Palazzo Filomarino) ha detto che la XX Edizione del Premio è stata straordinaria per temi, contenuti e protagonisti, scrittori e giornalisti e per la partecipazione del pubblico. Tutto ciò è stato reso possibile grazie ad una comunità molto forte e libera, una repubblica libera, democratica e indipendente rappresentata dal Comitato organizzatore e dalle giurie, che esprime un valore crociano importante, quello della libertà della cultura; per il respiro nazionale dei temi contenuti, per i valori all’origine del Premio, per la rete di scuole e associazioni. Grande il senso di responsabilità e rigore nei confronti di Croce a cui il premio è dedicato, per onorare la sua memoria, renderlo sempre vivo nella nostra esistenza e aiutarci a interpretare i tempi che stiamo vivendo. Per le istituzioni crociane il Premio ha rappresentato e rappresenta grande apertura al dì là degli ambiti accademici.
La Maraini ha, infine, sottolineato che il successo della tre giorni esprime il bisogno di incontrarsi sulle idee: è segno che siamo in un momento in cui c’è bisogno di capire e confrontarsi sulle idee. Bisogna riflettere, giudicare, pensare e scambiarsi le idee; in un momento in cui passa l’idea che non bisogna farlo.
A conclusione, alle ore 21, c’è stata la prima abruzzese della proiezione del film “Un Natale a casa Croce” di Pupi Avati sulla vita intensa e significativa del grande filosofo.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata sololibri.live
Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: XX Edizione del Premio Benedetto Croce: incontri e libri da leggere
Lascia il tuo commento