C’è una città che non ha nome, ma che esiste. E c’è una ragazza che cresce dentro questa città come una radice sottile nel cemento, che spinge, che pulsa, che si piega alla luce e la tradisce, che guarda fuori e dimentica come si guarda dentro. La città assediata (Adelphi, 2024, trad. di Roberto Francavilla ed Elena Manzato) non è un assedio militare, ma esistenziale: è la trama silenziosa che separa il desiderio dal corpo, la realtà dalla sua stessa percezione. Clarice Lispector costruisce questo romanzo come si costruisce un dolore: per strati, per omissioni, per improvvisi spasmi di lucidità.
Lucrecia è il centro oscuro del libro ed è al tempo stesso vuota e opaca, come se la sua identità fosse una superficie riflettente priva di origine. È una creatura che cresce nel cuore cieco della città, in una famiglia silenziosa, in un mondo che non sa cosa farsene di lei, e nemmeno lei lo sa. Lucrecia non vuole capire, vuole vivere, ma ogni tentativo si infrange sul muro trasparente che la separa dalle cose. E la città le respira attorno, la stringe, la plasma, la dissolve.
L’ambientazione è un paesaggio sfocato, urbano e rarefatto, simile al sogno di un luogo più che al luogo stesso. È lo spazio mentale di chi non appartiene, di chi osserva senza capire perché, di chi cammina per non restare ferma. Il tempo è immobile e scorrevole al contempo, è l’infanzia che si allunga come un’eco, l’adolescenza che arriva come un vento freddo, l’età adulta che non è altro che una tregua. Tutto è assediato: dalla solitudine, dalle aspettative, dall’invisibilità.
Lispector non racconta una storia, ti lascia dentro un campo di tensione. Ogni parola è un atto chirurgico, ogni frase un’incisione sulla pelle del pensiero. Non ci sono eventi nel senso tradizionale, ma ci sono micro-esplosioni interiori che ti dilaniano, ti stordiscono. La scrittura è l’assedio vero, quello che ti obbliga a sentire, a guardare, a non capire ma restare comunque. I personaggi sono proiezioni più che persone. Sono ombre, evocazioni, impressioni. Il padre, la madre, l’ambiente scolastico, gli uomini che passano, i volti che si confondono: nessuno si staglia davvero, tutto diventa un riflesso deformato della coscienza di Lucrecia. È il mondo visto da dentro un vetro appannato, è un urlo silenzioso che non trova uscita.
Il romanzo è un campo di battaglia tra corpo e mente, tra presenza e assenza. La città non è soltanto uno spazio fisico, ma un’entità psichica che si contrae attorno alla protagonista, come un utero tossico. E Lucrecia non vuole partorirsi. Rimane lì, sospesa, in uno stato larvale. La sua metamorfosi non è mai piena. La sua esistenza è una contraddizione in atto.
Il titolo, La città assediata, si carica di valenze simboliche potenti. Ogni donna è una città assediata. Ogni creatura pensante lo è. Ogni spirito sensibile che cerca di abitare la realtà come se fosse abitabile. Lispector non ti consola. Ti lascia nuda, nel bel mezzo della frattura. Eppure qualcosa ti tiene. Una linea sottilissima di verità, fatta di domande non dette, di frammenti non pacificati, di intuizioni lancinanti.
Questo non è un libro da leggere per sapere cosa succede. È un libro da vivere per sapere cosa succede dentro di te. È un atto di attraversamento, non una narrazione. Una donna che cresce e non cresce, che desidera e si nega, che osserva e si dissolve, e tutto questo in mezzo a una città che non ha volto ma ti guarda.
- Autore: Clarice Lispector
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Adelphi
- Anno di pubblicazione: 2024
- ISBN: 9788845938788
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: La città assediata
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