L’arte della fuga di Fredrik Sjöberg (Iperborea, 2017, trad. di Fulvio Ferrari) si colloca in una zona di confine tra generi, rifiutando tanto la biografia canonica quanto il saggio sistematico, e adottando invece una forma narrativa fondata sulla divagazione e l’indagine indiretta.
L’oggetto apparente del libro è la figura del pittore Gunnar Widforss e la sua traiettoria tra la Scandinavia e i parchi naturali americani. Tale approccio è funzionale a una riflessione sul significato della fuga come categoria estetica, esistenziale e conoscitiva. La scelta di avviare la narrazione da un episodio casuale stabilisce un principio metodologico: la conoscenza non procede per linee rette, ma per deviazioni, scarti e ritrovamenti.
Questa volta parlerò di un pittore. Si chiamava Gunnar Mauritz Widforss. Un acquarellista un po’ convenzionale specializzato in bei paesaggi. Montagne scoscese e grandi alberi.
Il testo appare come un insieme di frammenti che resistono a una gerarchizzazione rigida. Questa scelta narrativa ha un valore critico che consiste nel rifiuto dell’illusione di una ricostruzione totalizzante dell’individuo e mette in discussione l’idea di una vita come oggetto pienamente conoscibile; tale ragionamento sull’inconoscibilità, così inteso, può certamente estendersi ad altri settori, come ad esempio le opere letterarie e le opere d’arte.
La nozione di “fuga” viene liberata dalle sue connotazioni negative. Fuggire non equivale a sottrarsi alle responsabilità, ma a prendere posizione contro modelli di vita e di successo imposti. Widforss appare come una figura emblematica: un artista che, pur ottenendo riconoscimenti significativi negli Stati Uniti, rimane estraneo tanto al sistema dell’arte europeo quanto alle tentazioni delle avanguardie.
Ogni vita umana è un labirinto. Se si trova l’ingresso, ci si può aggirare dentro all’infinito.
Sul piano linguistico, la prosa di Sjöberg è chiara ma non rinuncia alla complessità concettuale. Il lessico è preciso ma non specialistico e l’argomentazione procede attraverso associazioni più che attraverso dimostrazioni lineari. Con questa modalità discorsiva il lettore viene coinvolto nei ragionamenti che si sviluppano davanti ai suoi occhi.
L’arte della fuga può essere letto anche come un’autobiografia indiretta. Senza mai esporsi apertamente, Sjöberg lascia intravedere una certa affinità con il suo oggetto di studio, soprattutto nella predilezione per le passioni eccentriche, per le discipline minori e per ciò che resta ai margini dei grandi racconti ufficiali.
Lessi tutte le lettere di fila. Una vita. Ci vollero diverse settimane: ne venne fuori una buona immagine, ma solo una.
La coincidenza tra la non completezza informativa e la capacità di trasformare una ricerca parziale e obliqua in un dispositivo critico efficace è probabilmente l’intuizione più interessante messa in campo da Sjöberg. L’arte della fuga suggerisce infine che proprio ciò che sfugge alle facili classificazioni, come ad esempio le vite eccentriche, le opere minori, le storie incomplete, possa offrire una chiave di lettura privilegiata per interrogare il nostro rapporto con l’arte, la memoria e l’idea di realizzazione personale.
- Autore: Fredric Sjöberg
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2017
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: L’arte della fuga
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