Marco Saya, fondatore dell’omonima casa editrice, è stato l’editore che più si è speso per pubblicare poesie in Italia, scrivendo anch’egli delle sillogi.
Ha fatto vari lavori prima di diventare un editore. Forse il momento di più grande realizzazione è stato quando, a inizio 2026, ha ceduto al Gruppo PAP, capitanato da Elena Mearini e già proprietario della Piccola Accademia di Poesia di Milano, il 100% delle quote societarie, garantendo un potenziamento e una continuità temporale al marchio editoriale. Oggi partecipa da "esterno", guardando con interesse il nuovo assetto che vede giustappunto Elena Mearini alla direzione generale e Antonio Bux alla direzione editoriale. Ora si dedica più alla famiglia come nonno, ha ripreso a scrivere sillogi con molta calma, è docente presso la Piccola Accademia di Poesia e non solo, come ci svela in questa intervista.
- Dove è nato e com’è stata la sua adolescenza?
Sono nato a Buenos Aires, dove sono rimasto per tre anni, per poi trasferirmi a Rio de Janeiro, dove ho vissuto per altri sei. È stata l’adolescenza di un bambino sostanzialmente felice, con un padre ingegnere sempre in giro per il mondo e una mamma che mi affidava spesso e volentieri alle “tate”, molto diffuse allora nei Paesi sudamericani.
Il ricordo più bello? Gli aquiloni grandi e colorati con i quali correvo sulla spiaggia, con l’illusione che volassero sempre più in alto.
- Aveva già interessi nell’editoria, ovvero quando ha iniziato a leggere?
L’interesse per l’editoria è arrivato tardi, intorno al 2007, cinque anni prima di aprire la casa editrice. Prima scrivevo un po’ di tutto: non solo poesia, ma anche brevi racconti, e “imperversavo” su diversi blog. Gli anni Novanta sono stati anche gli anni dei blog letterari: penso a “Scrittura Fresca”, “Scrivi.com”, allo “Speaker’s Corner” di Rizzoli, dove tenevo una rubrica musicale dedicata al jazz, e a molti altri.
In quegli anni leggevo molta poesia, soprattutto i classici del Novecento: Montale, Pasolini, Fortini…
- Come spiega che tuttora molti vogliono fare gli editor, stare in una redazione, quando abbiamo appreso che siamo sempre meno a leggere?
Ho sempre definito la quasi totalità degli autori dei “leggosolomestesso”, fatta eccezione per qualche addetto ai lavori. Questo dimostra come la lettura sia spesso considerata un optional piuttosto faticoso e inutile. I social, poi, attraverso lo scrolling, contribuiscono a sostituire la lettura con la semplice presa visione di un titolo. Con l’avvento dell’IA aumentano anche coloro che si improvvisano editor.
Da editore non ho mai ricevuto molte offerte di collaborazione come editor, forse pochissime. La “poesia onesta” richiede professionalità capaci e competenti, e sono poche.
- Come ha mescolato autori poeti o e autori di narrativa? Credo che le siano arrivati anche manoscritti brutti, da persone che hanno scelto l’auto-pubblicazione?
La pubblicazione verteva per l’85% su autori e autrici di poesia. C’era poi una piccola componente di saggistica letteraria e pochissima narrativa, soprattutto nell’ambito dell’animalismo e del veganesimo.
Arrivavano moltissimi manoscritti. Mi piace dire che, più che brutti, erano spesso semplicemente non in linea con le strategie della casa editrice. Il problema è che moltissimi inviano, e continuano a inviare, i loro manoscritti senza prima sfogliare il catalogo della casa editrice e capire quali siano le tipologie di scrittura proposte dall’editore. Altri chiedevano di essere pubblicati dopo aver già scelto l’autopubblicazione: sicuramente, in molti casi, si trattava dei lavori meno “brillanti”.
- Cosa manca nei libri di poesia su cui ora ha cambiato idea?
Non è semplice rispondere. Siamo tutti alla ricerca di “nuovi canoni”. Credo che serva qualcuno capace di uscire dall’usato sicuro e di trovare il coraggio di osare, senza pensare a un facile riconoscimento immediato. Oggi vedo una scrittura sempre più facile, prosastica, collaudata, ma non necessariamente innovativa.
- Dopo 15 anni di lavoro, le manca l’abitudine di andare in redazione? Come va la Marco Saya editions? Lei ci mette la faccia.
No, direi che sono contento di aver ceduto la casa editrice a persone con cui collaboro già da quindici anni.
La Marco Saya Edizioni ha assunto una veste più imprenditoriale, con un direttore editoriale, Antonio Bux, che già era il prezioso curatore della collana “Sottotraccia”. C’è inoltre un distributore nazionale che sta facendo un ottimo lavoro e uno staff che si occupa di immagine, marketing e ufficio stampa.
Io continuo a collaborare come consulente e docente di metrica nella Piccola Accademia di Poesia, diretta da Elena Mearini, che dal febbraio 2026 è la nuova titolare della casa editrice.
Da quello che mi risulta, parlando con la nuova proprietà, dopo qualche mese la casa editrice sta iniziando a stabilizzarsi tra le varie attività. È un buon segnale, anche in termini di continuità con la precedente gestione. Per la faccia, vedremo il bilancio un po’ più avanti…
- Ma questi corsi di scrittura servono veramente?
Per rispondere a questa domanda dovrei scrivere un saggio.
Faccio un esempio con la musica. Quando avevo quattordici anni non esistevano quasi le scuole di musica: eravamo tutti autodidatti e ci divertivamo a suonare con la chitarra, per esempio La canzone del sole di Battisti o La poupée qui fait non di Polnareff, brani facili composti da pochi accordi. Ascoltando già allora molto jazz, ho capito che, se avessi voluto avvicinarmi al bebop, avrei dovuto studiare solfeggio, scale e armonia. Da lì ho iniziato a frequentare per circa quattro anni una scuola parificata al conservatorio. Credo che lo stesso percorso valga per la scrittura. Non basta dire che la poesia è un moto dell’anima o una genuina espressione dell’emozione: è una visione molto infantile, per non dire estremamente riduttiva. La scrittura poetica richiede struttura, ritmo, musicalità, attenzione agli accenti, anche quando parliamo di verso libero. E dunque richiede studio. Ritengo che questi elementi siano l’ABC nella formazione di un autore che voglia avvicinarsi alla scrittura poetica.
- Almeno due nomi di poeti che le hanno dato soddisfazione anche economica.
Sono diversi gli autori che, in questi quindici anni, hanno contribuito a far crescere la casa editrice, qualitativamente e sotto ogni altro punto di vista. Cito, ad esempio, la poetessa Alida Airaghi e il compianto Gabriele Galloni.
Parlare di soddisfazione economica in poesia è piuttosto arduo, anche se per alcuni di loro — circa quindici autori — sono state superate le 200 copie vendute, che mi sembra un ottimo traguardo. Non vorrei però tralasciare nomi che hanno caratterizzato, sin dall’inizio, questo viaggio e il catalogo editoriale: Franz Krauspenhaar, Nicola Vacca, Antonio Bux, Sonia Caporossi, curatrice della collana di saggistica letteraria, Jonida Prifti, Teodora Mastrototaro, Luca Vaglio, Francesco Gallina e altri. Voci molto diverse tra loro, ma dotate di una propria caratterizzazione.
- A cose fatte, che fa ora che le dà gioia?
L’insegnamento e la didattica sono sicuramente attività che, insieme all’essere un musicista semiprofessionista, mi hanno sempre dato piacere e che continuo a perseguire.
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Intervista a Marco Saya, l’editore che ha creduto nella poesia
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