Che cosa resta di noi quando veniamo sradicati dal luogo che consideriamo "casa"? È attorno a questo interrogativo, doloroso e universale, che la scrittrice cilena Alejandra Costamagna tesse la trama de Il sistema del tatto, un romanzo magnetico e frammentario che esplora le stanze vuote della memoria, i confini geografici ed emotivi e la brutalità silenziosa delle migrazioni. Pubblicato in Italia dalla raffinata casa editrice indipendente Edicola Edizioni, da sempre impegnata nel gettare ponti letterari tra l’Italia e il Cile, il libro (nuova edizione 2026) si muove come un pendolo tra il passato e il presente, tra la cordigliera delle Ande e la pianura padana ideale dei ricordi familiari, offrendo al lettore una riflessione profonda sul concetto di appartenenza.
La protagonista è Ania, una donna di quasi quarant’anni che vive una vita sospesa, frammentata e perennemente insonne, quasi fosse un’aliena nel proprio presente. Il motore della storia si accende quando suo padre le chiede di compiere un viaggio: attraversare le Ande, dal Cile all’Argentina, per recarsi nella cittadina di Campana a portare l’ultimo saluto al cugino morente, Agustín. Per Ania, questo non è semplicemente un dovere familiare, ma un vero e proprio tuffo archeologico nel passato. Campana è il luogo dove da bambina trascorreva le vacanze estive con i nonni, una terra che custodisce le tracce di una migrazione a ritroso: quella della sua famiglia, di origine piemontese, emigrata prima in Argentina e poi parzialmente spostatasi in Cile. Ritornare in quella casa significa confrontarsi con i fantasmi di tre generazioni, incarnati soprattutto da Nélida (la madre di Agustín) e dallo stesso cugino, un tempo apprendista dattilografo rimasto intrappolato in una vita immobile e crepuscolare.
Il titolo del romanzo, Il sistema del tatto, non è casuale. Fa riferimento diretto ai vecchi manuali di dattilografia, a quel metodo di scrittura "alla cieca" in cui le dita devono trovare i tasti non attraverso la vista, ma attraverso la memoria muscolare, la ripetizione e, appunto, il tatto. Costamagna utilizza la dattilografia come una straordinaria metafora dell’esistenza dei migranti e dei loro discendenti. Come il dattilografo impara a muoversi nello spazio della tastiera cercando un centro che non vede, così i personaggi del libro cercano disperatamente di orientarsi in una vita sradicata. Battere i tasti diventa un tentativo fisico di dare corpo ai fantasmi, di ancorare alla pagina scritta i brandelli di un’identità che rischia di svanire. Il tatto è l’unico senso rimasto a chi ha perso la terra sotto i piedi: toccare le pareti di una vecchia casa, sfogliare fogli ingialliti, riconoscere i contorni di oggetti d’infanzia.
La forza straordinaria del romanzo risiede nella sua struttura formale. Alejandra Costamagna rifiuta la narrazione lineare tradizionale, optando per un montaggio quasi cinematografico o da "archivio affettivo". Il testo è un collage polifonico in cui la narrazione in terza persona della vicenda di Ania si alterna alla voce del passato di Agustín, ma non solo. L’autrice inserisce nel testo veri e propri inserti documentari e cimeli visivi: ritagli di giornale, vecchie fotografie di famiglia, esercizi di dattilografia e, soprattutto, estratti reali del Manuale dell’emigrante italiano in Argentina del 1913. Questo contrasto tra la finzione narrativa e il documento storico arricchisce il libro di una dimensione antropologica. Le rigide regole del manuale del 1913, che spiegavano agli italiani come comportarsi, come vestirsi e come integrarsi per non apparire "alieni", risuonano dolorosamente con lo spaesamento moderno di Ania, dimostrando che la condizione di "straniero" è un cerchio che non smette mai di chiudersi.
La scrittura di Costamagna, magnificamente restituita dalla traduzione di Maria Nicola, è chirurgica, affilata, eppure dotata di una "letale delicatezza" (come l’ha definita Mariana Enriquez). Non c’è spazio per il patetismo o per la nostalgia d’accatto. Ogni frase è calibrata per sottrazione, lavorando sui silenzi, sulle omissioni e sui vuoti. L’atmosfera è rarefatta, a tratti spettrale, e restituisce perfettamente lo stato d’animo di chi vive in quella che è stata definita una "sala d’attesa eterna": un luogo mentale in cui si trova chi è stato sradicato e non è più riuscito a mettere radici da nessuna parte.
Il sistema del tatto è un romanzo necessario, che si inserisce con forza nella grande letteratura latinoamericana contemporanea. Alejandra Costamagna ci ricorda che le migrazioni non si esauriscono con il viaggio fisico, ma continuano a riverberarsi come un trauma ereditario sulle generazioni successive. Ania, alla fine del viaggio, scopre che la risposta al suo senso di vuoto non è il ritrovamento di una radice fissa, ma l’accettazione della propria natura di "farfalla di confine", come suggerisce Nadia Terranova nella prefazione. Un libro prezioso, consigliato a chiunque cerchi nella letteratura non una rassicurazione, ma una bussola per esplorare le proprie geografie interiori.
- Autore: Alejandra Costamagna
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il sistema del tatto
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