C’è una parola che attraversa silenziosamente il nostro tempo: fragilità. Un termine che, nell’Italia di oggi, risuona tanto nei discorsi poetici e filosofici quanto in quelli economici e politici. Da un lato, la fragilità come spazio umano — come lentezza, cura, vulnerabilità condivisa — evocata da autori come Franco Arminio. Dall’altro, la fragilità come rischio e disequilibrio, concetto che l’economista Elsa Fornero porta nel lessico tecnico come “fragilità finanziaria”, un’anomalia da correggere con razionalità, risparmio e produttività.
La fragilità oggi: quali rapporti con la vita pubblica?
Proprio su questa frattura si innesta il libro Contemporary Vulnerabilities: Reflections on Social Justice Methodologies, a cura di Claire Carter, Chelsea Temple Jones e Caitlin Janzen, edito dalla University of Alberta Press (2024). Un’opera corale che interroga il significato contemporaneo di vulnerabilità e propone di rovesciarne l’interpretazione dominante: non più categoria di debolezza, ma condizione costitutiva dell’umano e terreno di costruzione di giustizia sociale.
Nel volume, la vulnerabilità non è trattata come difetto da risolvere, ma come principio epistemologico: un modo per conoscere e abitare il mondo. Le curatrici invitano a riconoscere la fragilità come parte integrante delle relazioni sociali, della ricerca e della vita pubblica . “Essere vulnerabili”, scrivono, significa esporsi, accettare l’incertezza, condividere responsabilità, non subire passivamente la debolezza, ma trasformarla in spazio di incontro.
È un cambio di prospettiva radicale, che in Italia potrebbe rimettere in discussione un lessico politico e istituzionale in cui la vulnerabilità è spesso ridotta a problema amministrativo o variabile economica. Basti pensare al linguaggio della previdenza, del welfare o della scuola: settori dove la fragilità viene nominata solo per essere gestita o “razionalizzata”.
Nel pensiero di Elsa Fornero, la fragilità assume un significato prevalentemente economico. L’ex ministra parla di “fragilità finanziaria” per descrivere l’instabilità dei sistemi pensionistici e dei bilanci familiari, richiamandosi al modello del life cycle di Modigliani: ciascuno dovrebbe essere razionale, risparmiare, lavorare più a lungo per garantirsi un futuro sicuro. È una visione coerente all’interno del paradigma dell’homo oeconomicus, ma rischia di ridurre la persona alla sola dimensione produttiva. Come notano molte analisi sociologiche contemporanee — e come suggerisce anche il volume Contemporary Vulnerabilities — questo approccio produce un effetto collaterale: trasforma la fragilità in colpa individuale. Chi non riesce a risparmiare, a lavorare stabilmente, a contribuire fino alla pensione diventa un “peso”, un errore del sistema da raddrizzare con riforme e incentivi. In questo linguaggio, apparentemente neutro, si nasconde una pedagogia invisibile: quella che insegna che “valere” coincide con “produrre”.
La vulnerabilità: non una patologia da eliminare, ma un sintomo del sistema
L’Italia è oggi un caso emblematico di questa tensione.
Da un lato, il discorso politico ed economico esalta la “resilienza” — la capacità di rialzarsi, di adattarsi alle crisi. Dall’altro, le condizioni strutturali (precarietà lavorativa, disuguaglianze generazionali, impoverimento del welfare, carico di cura sulle donne) rendono milioni di persone cronicamente vulnerabili. Il libro Contemporary Vulnerabilities fornisce una chiave per interpretare questa condizione: la vulnerabilità non è una patologia da eliminare, ma un sintomo del sistema stesso. Nelle parole di Carter e Jones, la vulnerabilità
è ciò che il potere produce e allo stesso tempo nega
poiché riconoscere la fragilità significherebbe ammettere i limiti strutturali di un modello fondato sulla performance continua.
È la stessa contraddizione che attraversa la “società della prestazione” descritta da Byung-Chul Han: un mondo dove ciascuno è imprenditore di sé stesso, libero solo di autosfruttarsi. In questo contesto, la fragilità è un lusso improduttivo, qualcosa da occultare.
Il libro canadese parla di “metodologie di giustizia sociale”, ma il suo messaggio risuona fortemente anche in ambito educativo. In Italia, la scuola e l’università restano improntate a un modello competitivo, in cui la vulnerabilità è un segno di fallimento. Si parla di “formare per il lavoro”, non di educare alla vita. Le riflessioni contenute in Contemporary Vulnerabilities potrebbero invece aprire un nuovo orizzonte pedagogico; infatti, si potrebbe ripensare la fragilità come linguaggio da reimparare, non come difetto da correggere, come risorsa relazionale, capace di generare solidarietà e senso comunitario.
Riconoscere la fragilità nelle scuole, nei servizi sociali, nei luoghi di lavoro non significa rinunciare all’efficacia, ma ridefinirla: una società giusta — come ricordava Martha Nussbaum — non è quella che elimina la vulnerabilità, ma quella che la abita in modo umano.
Il paradigma economico di Fornero — pur animato da rigore e preoccupazione per la sostenibilità del sistema — mostra alcune criticità profonde alla luce di questa prospettiva; infatti riduce l’individuo dal punto di vista antropologico perché lo definisce in base alla sua capacità di produrre e contribuire, non di vivere e relazionarsi. Inoltre, lo svaluta nel tempo non produttivo perché rende invisibili le sue azioni di volontariato e cura della famiglia. A tutto questo si aggiunge il Gender gap strutturale, perché si chiede alle donne di lavorare di più per “sostenere il sistema”, senza offrire servizi adeguati per la maternità o la cura degli anziani. Infine, l’istruzione è invocata solo come mezzo per l’occupazione, non come spazio di formazione del cittadino e della persona.
In questa prospettiva, la fragilità diventa una minaccia da neutralizzare. Ma come suggerisce il volume canadese, il vero passo avanti consiste nel riconoscere la vulnerabilità come fondamento comune, non come eccezione da correggere. Contemporary Vulnerabilities invita dunque a una rivoluzione silenziosa: spostare l’attenzione dal “massimizzare obiettivi” al “massimizzare legami”. Applicato alla realtà italiana, questo messaggio assume un significato politico e culturale profondo. Non si tratta di negare l’importanza dell’economia, ma di ricollocarla al servizio della vita, non viceversa.
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Fragilità: un concetto chiaro (e da riscoprire) nell’Italia di oggi
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