L’incontro è stato casuale. Durante la consegna dei riconoscimenti del Premio Letterario Internazionale Città di Latina, lo scrittore Mauro Di Castro, autore del libro La vita invisibile. Un adolescente nell’Italia delle leggi razziali (Gruppo Albatros Il Filo, 2025), ringrazia la giuria e fa una battuta ironica riguardo ahimé al caratterino di noi fiorentini.
Quando arriva poco dopo il mio turno, ringrazio a mia volta per il premio alla mia opera Dorme Nera nel Buio (Edizioni Clandestine, 2025) e rispondo con altrettanta ironia alla battuta. E da qui nasce un dialogo tra due autori che non solo abitano nella stessa città, ma trovano molti punti in comune nella narrazione delle rispettive opere e, soprattutto, nelle emozioni che li hanno spinti a realizzarle.
“La vita invisibile” e “Dorme Nera nel Buio”
L’ho scoperto in particolar modo dopo aver finito il suo libro, una lettura così piacevole da tenermi incollata alle pagine per tre giorni.
Molto meno conosciute, ma non del tutto ignorate, sono le storie di chi, in modo sempre e comunque avventuroso, è riuscito a sfuggire alle deportazioni. [...] Anch’esse fanno parte della storia della Shoà, ne sono la faccia nascosta
si legge nella premessa de La vita invisibile. Infatti Mauro Di Castro ha voluto consegnare ai lettori una storia che non appartiene solo alla sua famiglia, ma che dà voce a tutti coloro che hanno dovuto fingere di non esistere più per salvarsi la vita. Non tutti comprendono fino in fondo quanto questo comporti una ferita ben più profonda di quella di chi ha solo patito le privazioni e la paura delle bombe. Nelle sue pagine si riesce a focalizzarsi su questo tipo di sofferenza, e non ho potuto fare a meno di pensare che tali pagine siano il tassello che mancava alla mia narrazione in Dorme Nera nel Buio.
Anch’io ho parlato di persone invisibili, quelle che hanno cancellato le loro origini convertendosi e negando la loro appartenenza all’identità ebraica, galleggiando su una vita che non era più la loro e che non sono più state capaci di tornare indietro. Perché non si sono riprese il loro passato? È una domanda che tutti mi fanno durante le presentazioni e che anch’io ho fatto a mia volta durante le mie ricerche sul tema. Alcuni membri della comunità ebraica avevano provato a spiegarmelo e credevo di averlo più o meno compreso: c’è troppa sofferenza in una scelta simile, tra paura, senso di colpa, disprezzo per se stessi per aver scelto l’abbandono o, in alcuni casi, perfino il tradimento. Ma solo dopo aver letto La vita invisibile questo mi è stato profondamente chiaro. È un concetto che non si può esprimere a parole, è qualcosa che vibra dentro e che solo leggendo la storia dal punto di vista delle esperienze di vita delle persone comuni si può provare a sentire. Il resto sono cronache, teorie, ricostruzioni di competenza di pochi, che non possono parlare altrettanto profondamente alla sensibilità delle persone.
Il dramma psicologico della faccia nascosta della Shoà
Entrambi, Mauro e io, abbiamo focalizzato l’attenzione sul dramma psicologico della faccia nascosta della Shoà, e abbiamo ugualmente concluso che quel dramma è ancora attuale, perché ha avuto pesanti ripercussioni sul rapporto delle sue vittime con la vita e quindi anche con le generazioni successive: le anime ferite così profondamente sono diventate genitori che non hanno potuto evitare di trasferire in qualche modo la loro sofferenza ai figli.
Sono portata a credere che il destino ci sappia fare, che abbia usato una punta di ironia per mettermi in comunicazione con l’autore giusto, per provare a unire le forze e raccontare insieme il dolore di chi non ha più voce per farsi sentire. E non per riaprire le ferite rivangando il passato, ma per costruire un ponte di pace con chi ha toccato con mano l’inferno e poter promettere che il futuro sarà migliore, fatto di empatia e volontà di seminare oltre il dolore.
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Fare luce sugli invisibili: due romanzi da leggere
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