Dopo i numerosi scritti sulla vita del popolo palestinese – Sharon e mia suocera (2003); Se questa è vita (2005); Niente sesso in città (2007); Murad Murad (2009); Golda ha dormito qui (2013), tutti editi per Feltrinelli – e prima del romanzo sulla Nakba Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea (Mondadori, 2020), Suad Amiry si è immersa nella ricostruzione storica del ramo materno della sua famiglia; il risultato è il romanzo Damasco, edito nel 2016 sempre per Feltrinelli (cura e traduzione dall’inglese di Maria Nadotti), un testo di una bellezza indescrivibile, ricco e abbondante di dettagli ed epopee individuali, aneddoti e intrecci di destini, che sa mescolare con un equilibrio finissimo le mille e più vicende dei numerosissimi membri di una famiglia damascena e una ricostruzione storica eccezionale del Medio Oriente fra la fine dell’Ottocento e gli anni Settanta del secolo passato.
Come mi pare abbia esplicitamente scritto Tanguy Viel nel suo Paris-Brest (BEAT, 2021), e ogni lettore o lettrice che si rispetti lo sa bene, non ci può essere un romanzo familiare senza un funerale; Suad Amiry ha ben seguito questa regola non scritta. Ma il suo testo pare ricordarci un’altra, incontrovertibile verità: non ci può essere romanzo familiare senza una descrizione minuziosa di un chiassoso, ampio, infinito e ingarbugliato pasto di tutto il clan riunito. Anche in questo caso, l’architetta e attivista palestinese non si tira indietro e descrive passo passo uno dei pranzi del venerdì a casa del nonno, che hanno accompagnato tutta la sua prima infanzia:
Raggiunta la sala da pranzo, pronti a occupare il proprio posto attorno alla tavola imbandita, tutti fissavano il cibo squisito e i piatti deliziosi e magnificamente guarniti che decoravano in tutta la sua lunghezza il ripiano di otto metri. A tavoca c’era posto per la maggior parte dei membri della famiglia estesa: Jiddo, Teta, le cinque sorelle di Jiddo, zia Laila, zia Faizeh e suo marito, zio Abed, zia Is’af e zio Zahi, zia Karimeh, zio Hakim e sua moglie zia Umaimah, zio Najeh e zia Amar, zio Sadiq e zia Akhira, mamma e papà, zia/e Insaf-u-Shahira, oltre a tutti i nipoti che per età abbracciavano due decenni abbondanti. A eccezione di Jiddo, che stava a capotavola, di Teta, zia Laila e zio Hakim che sedevano ai suoi lati, nessun altro aveva un posto assegnato. Solo dopo che Jiddo e Teta si erano seduti a tavola, ogni membro della famiglia individuava il proprio posto. Anche se ci si sarebbe potuti aspettare che le posizioni attorno al lungo tavolo da pranzo rispecchiassero la gerarchia della famiglia Baroudi allargata, il più delle volte riflettevano le preferenze alimentari dei suoi singoli membri. Con volto innocente e mente strategica, ciascuno dei miei zii, delle mie zie e dei miei cugini si sedeva accanto ai propri piatti preferiti, invece che a fianco dei propri parenti preferiti.
Questa babele di personaggi, che solo a enumerarli in fila uno dietro l’altro vengono già le vertigini, accende i ricordi dell’autrice, che ne sviscera in capitoli fulminanti non soltanto i tratti salienti, ma soprattutto alcune delle scene più iconiche e significative della loro esistenza. Damasco si apre proprio con la coppia capostipite e con un evento che sembra minare, già alle fondamenta, il possibile sviluppo di tutti i rami della famiglia: di ritorno da un viaggio verso il suo villaggio natale, a causa della morte della madre che non vedeva da decenni, Teta scopre che l’insaziabile appetito sessuale del marito Jiddo ha causato la gravidanza di una delle cameriere. Ed è già tutta qui, l’incredibile capacità di storyteller di Suad Amiry: il viaggio che è un susseguirsi di tappe emozionali, le grida che soffocano pensieri immensi, i gesti di affetto illustrati mirabilmente in una frase, gli allacci fra presente e passato.
La casa di Damasco, uno strabiliante ma concreto miraggio per la giovane Teta, diventa lo scenario di un secolo di vicende. Al suo interno, labirintico e delizioso come solo le ricche dimore mediorientali sanno essere, arrivano bambine dalle origini incerte e crudeli serve gonfie d’invidia, e se a inizio settimana scoppia una lite sulla preziosa eredità legata al cognome e al lignaggio, prima del già citato, pantagruelico pranzo del venerdì si intoneranno canti per un matrimonio o si applaudirà il ritorno di un membro partito anni prima. E non manca nessuno elemento, di tutto lo spettro delle emozioni umane: invidia e passione sensuale, ira e incomprensione, delusione, gioia immensa, amore puro, paure infantili, pomposità e inscalfibile orgoglio. E il peso del quotidiano, soprattutto nelle relazioni: tanto che si potrebbe, forse inconsciamente, progettare di mandare a miglior vita il proprio marito causandogli, prima o poi, un infarto con la costante messa in tavola del formaggio più salato della regione.
Insomma, per gli amanti delle epopee familiari, questo romanzo è la quintessenza del filone. Ma Damasco, come prima si accennava, è anche altro. Il cliché dietro l’angolo è talmente grande che pare inutile evitarlo ed è meglio forse attraversarlo in pieno: quante volte ci è capitato di terminare un libro e di rimanere affascinati dal florilegio di cui ha dato testimonianza, come se non sapessimo già che ogni cultura umana, in ogni anfratto del mondo e in una qualsiasi delle epoche con le quali siamo soliti scandire il tempo, ha saputo cantare, danzare, comporre poesie, mettersi in cammino, creare gioielli, elaborare piatti, mettere su università, affilare ogni angolino del proprio folklore, avanzare nelle conoscenze, accettare l’altro, mescolarsi a quest’ultimo, decorare palazzi, proiettarsi alle nuove invenzioni e ai tempi moderni, sognare di trasformarsi in impero, manifestare con grida la propria incontrovertibile bellezza? Tutto ciò accadeva anche nel Medio Oriente di un secolo e mezzo fa, e Suad Amiry ha saputo illustrarlo negli sfondi, nelle vie e nei viaggi che costellano la storia della sua famiglia. La preziosa rivelazione del suo testo, che arriva a mo’ di cazzotto in pieno stomaco, sta però nel confronto inevitabile che ogni lettore e lettrice farà comparando i tempi descritti con il nostro presente. Così, la seducente Damasco, la florida benché non imperiale Palestina dove convivevano e mercanteggiavano insieme cristiani, ebrei e musulmani, i viaggi verso la Beirut per gli studi agognati si incastrano nella devastazione di cui questo angolo di mondo è caduto vittima negli ultimi decenni, e che ancora oggi ci insanguina ogni giorno occhi e orecchie al tg.
Ed è in questo aspetto che Suad Amiry ha, con Damasco e ancora una volta, saputo dare sfoggio delle proprie capacità, quando tiene una penna in mano: calandosi che più in profondità non si potrebbe nel (semplice?) quotidiano di gente comune, canta la resistenza umana e insieme capta le tinte nerastre della caduta dei tempi verso l’orrore e i cambiamenti mortiferi. Il suo libro è un tassello fondamentale di storia e storie, e leggerlo dà una gioia di lettura senza pari.
- Autore: Suad Amiry
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Feltrinelli
- Anno di pubblicazione: 2016
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Damasco
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